Pagine

sabato 26 aprile 2014

Credere... che significa? - Riflessione sul Vangelo di domenica 27 aprile 2014

Una delle domande che mi sento rivolgere più frequentemente è "come si fa ad avere più fede?"
Domanda più che legittima, anche i discepoli un giorno chiesero a Gesù "aumenta la nostra fede".
Ma cos'è la fede? Cosa vuol dire credere?
San Tommaso Apostolo pensava che credere fosse questione di esperienza, pensava di dover toccare con le proprie mani Gesù Risorto per poter credere in Lui. Spesso anche noi la pensiamo così, siamo convinti che molte delle nostre difficoltà di fede le potremmo superare se Dio ci desse un segno inequivocabile.
Gesù si mostra a Tommaso e lo invita a toccare le sue ferite, asseconda le sue richieste, ma a quel punto Tommaso non ha più bisogno di credere che Gesù è risorto, lo sa. Eppure Gesù gli dice "non essere più incredulo ma credente".
Dunque la fede è di più, non è solo ammettere che Cristo sia risorto dai morti, c'è qualcos'altro, non è solo un atto del nostro intelletto, della nostra conoscenza.
La fede è la relazione con Dio, con il Signore Gesù; credere significa aprire il cuore all'amore del Padre che ci illumina, che ci rivela il suo disegno di gioia e di pace per la nostra vita e per tutta l'umanità. Non è solo una questione di testa, di pensiero, non è un sistema filosofico o un'ideologia ma è la piena adesione al Signore Risorto che salva la mia vita.
Dobbiamo rivedere la nostra idea di fede, dobbiamo cancellare l'idea che la fede sia una gran fatica, una teoria da imparare a memoria, una serie di leggi a cui sottometterci.
La fede è la relazione libera e piena con Dio, è vivere nel suo amore, gioire della sua gioia, essere custoditi dalla sua potenza sia nei momenti belli che in quelli più difficili.
Non è facile! Non lo è per nessuno! Tutti andiamo incontro ai dubbi, ce lo ha ricordato papa Francesco qualche mese fa, è normale! Anzi i dubbi sono proprio la prova che Dio non ci costringe, non ci obbliga a credere in Lui, non ci impone la sua presenza, perché ci ama per davvero e chi ama non costringe mai, non obbliga, non si impone.
La vita di fede, allora, sembra difficile ma in realtà è più facile di quanto non si pensi perché è qualcosa che lo Spirito Santo realizza in noi, ci rende capaci di amare Dio e, gradualmente e con tanta pazienza, ci insegna a fidarci ogni giorno di più.
In questo percorso non siamo soli, la fede non è un cammino che si fa in solitaria ma in comunione con tutti i fratelli che prima di noi e con noi hanno incontrato il Signore Risorto nella propria vita e hanno scoperto in questo incontro la gioia più grande.
Ciascuno di noi ha ricevuto, almeno una volta nella vita, l'annuncio da un fratello che gli ha detto "ho incontrato il Signore Gesù nella mia vita e me l'ha cambiata, e mi ha dato la gioia vera! Vieni anche tu ad incontrarlo!"
Apriamo il nostro cuore a questo annuncio, accogliamo il Signore nella nostra vita e poi con coraggio annunciamolo a chi ancora non lo conosce, a chi ancora cammina nel buio e nello sconforto... quanta gente oggi vive così! Gesù ci manda a loro perché la nostra gioia sia contagiosa, diventi testimonianza, e tanti nostri fratelli possano essere partecipi di questa beatitudine.

sabato 19 aprile 2014

Un giorno nuovo - Riflessioni sul Vangelo di Domenica 20 aprile 2014

Quante volte mi farebbe comodo avere più tempo, gli impegni sono molti, gli appuntamenti anche, le richieste pure… se la settimana avesse un giorno in più certo non mi dispiacerebbe affatto.
Viviamo in un mondo in cui tutti sono perennemente di fretta, lo sappiamo bene, ma mi chiedo: ci corre dietro qualcuno? Perché corriamo tanto? Perché tutto questo affanno? Cosa cerchiamo con tanta foga?
Cerchiamo di riempire la nostra vita di tante cose belle, di ciò che ci soddisfa, che ci appaga, che ci fa sentire realizzati. Solo che è difficile arrivare ad un appagamento vero, sembra sempre che ci manchi un pezzetto, che manchi qualcosa e così pensiamo che ci manchi il tempo per fare qualcosa in più.
In un certo senso è vero, ci manca un giorno, l’ottavo della settimana, quello in cui è risorto Gesù.
Con la sua resurrezione Gesù non si limita ad aggiungere un giorno come gli altri, lo riempiremmo subito di impegni e ci ritroveremmo allo stesso punto di prima, ci dona un tempo nuovo, ci dona l’eternità, non come promessa di qualcosa che verrà dopo la morte ma come una realtà che iniziamo a vivere già da ora.
Con il Battesimo Gesù ci ha resi partecipi della sua resurrezione e ci dona la possibilità di vivere la nostra vita nell’ottavo giorno che è l’eternità, di vivere cioè ogni nostra giornata non come un inesorabile scorrere del tempo verso la morte ma come la partecipazione piena alla vita di Dio.
Detto così sembra filosofico ma non lo è.
Se scelgo di fidarmi di Gesù, di ascoltare la sua Parola che parla al mio cuore, di vivere secondo il suo amore, di compiere le sue opere, tutto cambierà radicalmente: non mi dovrò più affannare a prevedere cosa potrebbe succedermi domani ma mi affiderò al Signore e metterò nelle sue mani i miei progetti e le mie aspirazioni perché mi doni di compiere quello che è veramente buono e giusto per me. Si può scegliere di vivere già da ora l’eternità, di vivere nell’Ottavo Giorno: è impegnativo e poco compreso da chi continua a vivere una settimana terrena, ma  estremamente liberante perché si vive nella vera libertà dei figli di Dio che sanno di avere un Padre che provvede loro tutto quello di cui hanno bisogno e che guida le loro scelte e le loro azioni verso il bene vero.

sabato 12 aprile 2014

Con la mitezza di un asinello - Riflessione sul Vangelo di domenica 13 aprile 2014

"Che asino che sei!" Forse a molti di noi da bambini ci sarà capitato di sentirci paragonare a questa bestia da soma quando i nostri profitti scolastici non raggiungevano livelli di eccellenza... Ma a guardarlo bene, l'asino è proprio un animale simpatico: lavora e porta grossi pesi senza lamentarsi, è docile e si lascia guidare, è mite e non aggredisce chi gli si avvicina. A me gli asinelli stanno proprio simpatici... e anche a Gesù!
Gesù sceglie di arrivare a Gerusalemme cavalcando un asinello e attraverso questa cavalcatura si presenta ai giudei e anche a noi come Re mite e umile.
I re di questo mondo, oggi forse potremmo parlare di presidenti di nazioni ma anche di multinazionali, esercitano il loro potere, comandano e gli altri devono eseguire; si circondano di guardie del corpo, di persone che siano pronte a perdere la propria vita per salvare la loro; vedono tutto come un loro diritto e sfruttano chi è loro sottomesso.
Gesù è Re nella maniera opposta: non comanda né obbliga nessuno a seguirlo, infatti sulla croce sarà solo, abbandonato anche dai suoi; non ha chi lo difenda ma anzi è Lui a donare la sua vita per noi; compie il pieno dono di sé come atto totalmente gratuito, come atto di amore vero.
La Settimana Santa che stiamo iniziando è il tempo che la Chiesa ci dona per contemplare questo meraviglioso dono di amore, non fermiamoci solo a considerare la sofferenza di Gesù, guardiamo cosa lo ha spinto ad abbracciarla: l'amore per noi!
Lasciamoci plasmare da questo dono d'amore, impariamo da Gesù a vivere anche noi da Re!
Re che si mettono a servizio dei fratelli, sempre, in ogni situazione, anche nei momenti più difficili. Anche se fossimo costretti su un letto di ospedale, invece di pensare solo alle nostre sofferenze e magari prendercela con Dio e il mondo intero, proviamo a ringraziare il Signore per quella sofferenza e offriamola per la salvezza dei nostri fratelli, di quelli che più ne hanno bisogno. Se ci lamentiamo peggioriamo solo la nostra condizione, se invece ci affidiamo al Signore Gesù e gli offriamo tutta la nostra vita, le nostre fatiche e i nostri insuccessi, anche ciò che ci sembra una perdita Egli lo trasformerà in vittoria come ha trasformato la sua croce nella nostra salvezza.
Re miti che non impongono le proprie idee, i propri modi di fare, che non criticano e giudicano solo perché l'altro è diverso da me, la pensa in maniera differente; Re che sanno riconoscere sempre nell'altro che ho di fronte un fratello e non un nemico.
Re umili che non cercano la propria gloria perché hanno compreso che non c'è benessere personale se non c'è benessere comune, che saremo veramente felici solo se saremo tutti felici.

sabato 5 aprile 2014

La Vita oltre la vita - Riflessione sul Vangelo di domenica 6 aprile 2014

A tutti sarà successo da bambini di rompere un giocattolo: ti ritrovi in mano i pezzi di qualcosa a cui tenevi molto e comprendi che non potrai riaggiustarlo, che non lo riavrai come prima, e ti senti triste...
Crescendo abbiamo compreso che non si rompono solo i giocattoli o gli oggetti in genere ma che anche il nostro corpo può rompersi e, a volte lo si può riaggiustare, altre non c'è nulla da fare e arriva la morte.
Che brutta cosa la morte! Talmente brutta che preferiamo non parlarne e non pensarci se non quando è proprio indispensabile perché, quando dobbiamo farlo, sentiamo nuovamente in noi quella tristezza e delusione che abbiamo provato la prima volta che abbiamo tenuto in mano un giocattolo rotto, con la differenza che ora non si tratta di oggetti ma di persone e il dolore è molto più grande.
Anche Gesù conosce bene questa tristezza profondamente umana e piange davanti alla tomba del suo amico più caro perché la morte ci mette sempre di fronte alla fragilità della nostra condizione e impietosamente disintegra le nostre illusioni di invulnerabilità.
Rimane però in noi un desiderio profondo di vita, c'è qualcosa che ci spinge a non rassegnarci alla morte e a continuare a sperare e volere la vita, una vita vera, piena, che nulla possa interrompere. Un'altra illusione? No, questa no, in fondo al cuore sappiamo che possiamo continuare a sperare e a desiderare una vita senza la morte, una vita oltre la morte. Marta esprime questo desiderio e Gesù, non solo le conferma che non è un'illusione, ma che è proprio Lui la resurrezione e la vita. Se viviamo e crediamo in Lui la morte non avrà potere su di noi. Gesù non ci abbandona al buio della morte ma ci fa entrare nella luce della sua Pasqua, lo ha fatto con il Battesimo, la nostra pasqua personale, il nostro passaggio dalla morte alla vita. Nella Veglia di Pasqua faremo memoria del nostro Battesimo proprio perché è stato quel dono a unirci, immergerci, nella Pasqua di Cristo Gesù.
Ma com'è allora che moriamo comunque? La vita che Gesù ci dona non è più la vita che viviamo ora, segnata dalla sofferenza, dal male, dal dolore e dalla morte, ci faremmo ben poco...
La vita che Gesù ci dona è la vita di Dio, è la vita eterna, è la gloria del Padre, è una vita che non può essere vista con gli occhi del corpo ma che può essere percepita solo con gli occhi della fede, quegli occhi che Gesù ha aperto al cieco nato nel Vangelo di domenica scorsa e che ha aperto anche a noi, gli occhi che apriamo con la professione di fede. A Marta Gesù dice: "non ti ho detto che, se crederai, vedrai la gloria di Dio?"
Gesù non si riferisce al ritorno in vita di Lazzaro ma alla contemplazione della vita eterna. Credere in Gesù come nostro salvatore, accoglierlo come nostra resurrezione ci apre gli occhi e ci fa vedere che noi siamo già nella vita eterna, che lo Spirito Santo abita già ora in noi e ci dona già ora la vita di Dio nell'attesa del momento in cui anche il nostro corpo potrà entrare nella pienezza della gloria del Padre.
Non lasciamoci conformare da questa società che sta trasformando la morte in un diritto con le battaglie per la legalizzazione di aborto ed eutanasia, non siamo figli della morte ma figli della vita.
Viviamo da risorti!

sabato 29 marzo 2014

Occhi aperti per contemplare la bellezza - Riflessioni sul Vangelo di domenica 30 marzo 2014

Da bambini tutti abbiamo avuto paura del buio e, forse ce ne vergognamo un po' per cui non vogliamo ammetterlo, anche da grandi un certo disagio ci rimane. Tranquilli! È tutto normale! È umano aver paura del buio (entro ragionevoli limiti, ovviamente) perché il buio non ci permette di vedere, di riconoscere ciò che abbiamo intorno, di distinguere ciò che è buono da ciò che è cattivo.
Per vedere servono due cose: gli "occhi buoni" (come dice mia nonna) e la luce. Se manca uno di questi due elementi non possiamo vedere e la nostra vita è nelle tenebre.
Il Vangelo di questa domenica ci racconta dell'incontro tra un uomo, cieco dalla nascita, e Gesù che lo guarisce aprendogli gli occhi che non avevano mai visto la luce: un miracolo che però, curiosamente, non è riconosciuto dai farisei che, invece, guardano solo alla trasgressione di uno dei 613 precetti della Legge. Non è la vista degli occhi, però, il dono più grande che Gesù fa al cieco nato ma è la relazione con Lui, è la fede, è averlo portato a poter riconoscere in Gesù il Salvatore, nell'avergli detto "Credo, Signore!".
L'evangelista Giovanni non ci riporta il nome di quest'uomo così ciascuno di noi può metterci il suo. Anche noi infatti nasciamo affetti da una cecità, non quella degli occhi del corpo, ma quella degli occhi del cuore, che ci fa percepire la vita buia, che non ci permette di vedere ciò che ci circonda e di saper discernere cosa è secondo il nostro bene e cosa non lo è. Quante volte la nostra vita sembra immersa nelle tenebre, tutto ci sembra incerto, le difficoltà ci fanno paura perché non ne vediamo la fine né il fine; una malattia, i problemi di lavoro, le preoccupazioni per i figli... tante situazioni che ci appaiono tenebrose. 
Gesù viene incontro anche a ciascuno di noi, come già al cieco nato del Vangelo, guarisce gli occhi del nostro cuore e li illumina con la sua luce perché è Lui la nostra luce, ci rende capaci di vedere che la nostra vita non è gettata e abbandonata in balia degli eventi ma è in cammino verso la Pasqua eterna, verso il Regno di Dio. 
Bene, ma quando verrà il Signore nella mia vita, quando mi aprirà gli occhi?
Lo ha già fatto con il Battesimo! Gli occhi del nostro cuore sono già stati guariti dalla cecità del peccato, a noi non resta che aprirli dicendo anche noi "Credo, Signore!". È la professione di fede che ci fa aprire gli occhi del cuore così possiamo contemplare Dio, la sua presenza nella nostra vita, la sua chiamata alla vita eterna. 
Molte persone pensano sia difficile imparare a vedere i segni di Dio o, peggio, pensano che Dio non abbia tempo per loro e si faccia vivo solo di tanto in tanto... Ma non è così! Il Signore è sempre accanto a noi, è la luce dei nostri occhi, è la nostra vita e ci colma ogni giorno di gesti d'amore. 
Se ci riesce difficile riconoscerli è perché anche noi, come i farisei, siamo ancora chiusi nei nostri schemi, perché preferiamo un Dio che faccia quello che vogliamo noi, che si attenga allo spazio d'intervento che gli lasciamo. Anche noi possiamo non essere disposti a riconoscere il suo intervento nella nostra vita perché continuiamo a pensare solo a questa vita terrena e non ci decidiamo ad aprire gli occhi sulla vita eterna, a capire che quella è la nostra meta.
Quando i discepoli di Gesù vedono il cieco nato seduto per strada chiedono a Gesù se si trovi in quella condizione a causa di un proprio peccato o di uno dei suoi genitori, la mentalità dell'epoca riteneva che la malattia fosse la punizione per un peccato commesso. Quante volte anche noi la pensiamo così? Nelle difficoltà, nelle malattie, ci chiediamo "ma cosa ho fatto di male?". Gesù ribalta questa idea, cambia totalmente prospettiva, non ci fa guardare a ciò che la difficoltà ci ha tolto ma quello che il Padre ci dona a partire da quella situazione di sofferenza, per Lui il dolore non è un fallimento ma la possibilità di una vittoria. Gesù ha trasformato la croce, il totale fallimento, la sofferenza atroce, nello strumento della nostra salvezza! Continua a farlo trasformando i nostri dolori nei luoghi dell'incontro con Lui... e così è Pasqua ...e così si passa dalla morte alla Vita ...e così quello che prima era l'anticipazione della sconfitta diventa il primo passo della vittoria!
Vieni, Signore, apri gli occhi del nostro cuore, illuminaci con la luce della tua Pasqua e rendici capaci di contemplare le meraviglie che ogni giorno compi nella nostra vita.

sabato 22 marzo 2014

La fonte dell'eterna giovinezza - Riflessioni sul Vangelo di domenica 23 marzo 2014

Dai racconti della mia famiglia pare che la prima parola di senso compiuto che io abbia pronunciato sia stata "acqua". La sete è il primo stimolo che impariamo a distinguere e a trovare il modo di soddisfare perché ne va della nostra sopravvivenza.
Tutti proviamo una sete che potremmo chiamare materiale, una sete di acqua come sostanza, ma proviamo anche una sete spirituale, una sete di gioia, di pace, di serenità... di vita! Desideriamo una vita bella, piena e sempre giovane, tutti vorremmo trovare la mitologica "fonte dell'eterna giovinezza".
Anche la donna samaritana aveva sete quel giorno in cui incontrò Gesù al pozzo di Giacobbe, pensava di avere sete di acqua materiale ma era un'altra sete che il Signore voleva estinguere: la sete d'amore, di comprensione, di attenzione, che la donna aveva cercato di calmare attraverso scelte che, col tempo, si erano rivelate sbagliate, in relazioni che l'avevano lasciata più arida di prima.
Anche noi cerchiamo di estinguere la nostra sete di amore, di gioia e di vita in tanti modi, con la carriera, con la ricchezza, nelle relazioni affettive, nei divertimenti, tante situazioni che ci danno l'illusione di restare giovani e di dissetarci ma poi ci troviamo più assetati di prima.
Gesù offre alla donna samaritana -e a ciascuno di noi- una fonte nuova, diversa, che disseta veramente, coloro che ne bevono non avranno più sete in eterno. Questa fonte è il suo amore!
Solo l'amore di Dio può estinguere l'arsura che è in noi, può donare al nostro cuore la pace e la gioia che desidera. Quando viviamo nell'amore di Dio ci sentiamo sempre giovani, anche se il nostro corpo è invecchiato e pieno di acciacchi. Chi ha Dio nel cuore, chi lo ha accolto nella propria vita è sempre nella gioia dello Spirito Santo e vive nella giovinezza di Dio.
A ben guardare, quindi, la mitologica "fonte dell'eterna giovinezza" non è poi tanto difficile da trovare, anzi ci siamo già stati immersi: il nostro Battesimo!
Nel Battesimo vengo immerso (battezzare significa immergere) nell'amore del Padre, nella morte e risurrezione di Gesù, nella vita dello Spirito, dunque noi siamo già stati dissetati di quell'acqua che Gesù ha promesso alla samaritana, dunque non avremo più sete in eterno.
Perché, allora, continuiamo a cercare in altro le nostre soddisfazioni?
Perché non sappiamo fidarci del tutto di Dio e non ci lasciamo dissetare dal suo amore ma preferiamo cercarci da soli acque stagnanti che ci danno una prima sensazione di benessere ma poi ci lasciano l'amaro in bocca.
Ancora una volta, è solo questione di fiducia, fidiamoci di Dio e cerchiamo in Lui solo la fonte dell'acqua che ci disseta, molti attorno a noi continueranno a tentare di bere dalle fonti di questo mondo e forse ci sembrerà di vederli soddisfatti ma quello che deve essere dissetato è il cuore e se impariamo ad ascoltarlo ci dirà che solo l'amore di Dio disseta veramente.
C'è però ancora una precisazione che Gesù fa alla donna di Samaria: non solo le propone un'acqua che disseta in eterno ma le promette che quell'acqua diventerà in chi la beve "una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna". L'amore di Dio non solo estingue la nostra sete più profonda ma ci rende fonte per i fratelli, ci fa diventare fonte d'amore perché anche coloro che il Signore mette sulla nostra strada possano incontrare il Signore Gesù ed essere dissetati dal suo amore.

sabato 15 marzo 2014

Un assaggio di eternità - Riflessione sul Vangelo di domenica 16 marzo 2014

Quando devi guidare un gruppo in una passeggiata in montagna che sai sarà impegnativa è importante parlargli molto della meta, di quanto sarà bello arrivare in cima, così l'attesa e il desiderio di ammirare tanta bellezza aiuterà nei momenti più faticosi ad andare avanti.
Gesù è una guida esperta e sa che il cammino che lo attende e che farà insieme ai suoi discepoli sarà arduo e impegnativo così prende i suoi più intimi e offre loro un assaggio della meta.
La Trasfigurazione è questo, è un anticipo della Resurrezione, la meta verso cui sta camminando Gesù, aprendoci la strada perché è anche la nostra meta.
Non si tratta però solo di anticipare a Pietro, Giacomo e Giovanni come sarà Gesù Risorto ma di dare loro una bella e piena esperienza della vera comunione con Dio che la Resurrezione apre per i discepoli di Gesù.
Gesù conversa con Mosè ed Elia, i due profeti più importanti e coloro che rappresentano tutta la Scrittura, simbolo che Gesù è il compimento della Scrittura, colui che viene a realizzare la promessa di salvezza che Dio ha fatto ad Abramo. Poi ecco la nube luminosa, segno della presenza di Dio stesso, e infine la voce del Padre. Pietro, Giacomo e Giovanni si trovano così nella meraviglia e nel timore, comprendono nel loro cuore di essere alla presenza di Dio e vorrebbero stare lì per sempre così Pietro, con tutta la sua simpatica e genuina spontaneità, propone di fare tre capanne. Ma è solo un assaggio, non è ancora arrivato il tempo della beatitudine in Dio, della piena e totale comunione con Lui, prima bisogna compiere il cammino che passerà dalla croce.
Beati loro! Ci viene da dire, beati loro! Potessimo anche noi fare un'esperienza del genere, potessimo anche noi trovarci alla presenza di Dio, il percepirlo accanto a noi, avvertirne l'amore che infiamma e brucia, che dona una pace che non hai mai provato prima, una gioia incontenibile.
E chi ha mai detto che non possiamo anche noi vivere un'esperienza analoga?
Ok, non vedremo Gesù Risorto con gli occhi del nostro corpo ma questo non significa che non possiamo anche noi fare un'esperienza profonda e viva di Lui, che non doni anche a noi un assaggio di eternità che ci incoraggia a camminare ancora più spediti verso la meta, verso la Gerusalemme del Cielo, senza farci impaurire dalla croce che magari cominciamo ad intravedere.
Ma come si fa a fare una tale esperienza di Dio?
Gesù conversa con Mosè ed Elia che abbiamo detto rappresentano la Scrittura, il primo modo per entrare in comunione con Dio è ascoltare la sua voce, conversare con Lui attraverso la sua Parola. Chiediamoci quindi: Come ascolto la Parola di Dio? Che rapporto ho con la Scrittura? Come ascoltiamo la Parola di Dio a Messa? In modo attento perché mi sta parlando la persona più importante della mia vita o in modo distratto pensando "sì, questo brano l'ho già sentito un sacco di volte, so come va a finire"? Quando arriviamo a Messa? Durante la proclamazione della Parola di Dio, o peggio, anche dopo? Durante la settimana faccio in modo di ritagliarmi del tempo che dedico all'ascolto della Parola di Dio, ogni giorno?
Ma se non ascoltiamo Dio che ci sta parlando come possiamo pensare di vivere la comunione con Lui?
È più facile di quanto non sembri, se di cuore ci disponiamo ad ascoltare il Signore e gli chiediamo di parlarci, senza dirgli prima quello che vogliamo sentirci dire ma lasciandolo libero di dirci quello che vuole... e vuole sempre il nostro bene!!!
I discepoli vogliono restare lì, desiderano restare nella comunione con Dio.
Com'è la mia preghiera? Distratta? Fatta per dovere? Un elenco della spesa in cui spiego a Dio quali sono i miei problemi e gli do istruzioni su come risolverli?
La preghiera deve essere invece un abbandonarsi in Dio, uno stare con Lui, senza bisogno di dire tante cose, senza tante parole ma lasciandosi semplicemente coprire dal suo amore, dalla sua pace, dalla sua gioia.
Ma è davvero possibile tutto ciò? Sì, lo è! All'inizio sarà più difficile, avremo più distrazioni e tentazioni ma se perseveriamo e, soprattutto, apriamo il cuore a Dio sarà Lui a farci sentire tutta la bellezza e la dolcezza dello stare con Lui e tutta la nostra vita sarà nella gioia!