Pagine

sabato 12 maggio 2018

Tocca a noi! - Riflessione sul Vangelo di domenica 13 maggio 2017

L'Ascensione è una festa un po' strana, ricordiamo Gesù Risorto che sale al cielo portando la nostra umanità che ha unito a sé, torna a sedersi alla destra del Padre, festeggiamo quindi la sua partenza... Di solito ad una partenza non si è felici ma tristi. Perché allora festeggiamo? Perché è un momento solenne e importante da ricordare? Perché la storia della salvezza non è ancora conclusa! Perché con la Resurrezione Gesù ci ha donato la sua vita, l'ha messa a disposizione di ciascuno di noi ma ora manca ancora una cosa, manca la nostra accoglienza.
Con la sua predicazione Gesù ha annunciato la misericordia del Padre, ha guarito, sanato liberato, ci ha svelato il suo desiderio di salvarci. Morendo in croce e risorgendo ha distrutto la nostra morte e ci ha donato la propria vita divina ma appunto ce la dona, non ce la impone, quindi ora tocca a noi accoglierla. Gesù sale al cielo per lasciarci liberi di scegliere, liberi di decidere se vivere la vita nuova o se rimanere nella vecchia, se vivere nella libertà o restare schiavi delle nostre passioni, dei nostri istinti, del nostro peccato.
Prima però di salire al cielo lascia ai suoi discepoli un compito: essere testimoni della misericordia di Dio, del suo amore, del suo perdono. Li manda in tutto il mondo affinché tutti possano essere raggiunti da questa offerta, l'offerta della vita nuova, l'offerta della misericordia, l'offerta della vita eterna. Ogni uomo ha bisogno di sapere di essere figlio amato, ha bisogno di sapere che Gesù ha dato la sua vita per lui ma deve essere anche libero di accogliere questo dono meraviglioso e inatteso affinché tutto rimanga in una relazione d'amore vero, autentico, libero.
Compito delicato e importantissimo quello che ricevono i suoi discepoli: devono essere testimoni di Gesù, dimostrare con la loro vita che davvero viene a cambiare la vita di ciascuno, viene a donare salvezza. Non sono soli, Gesù dona lo Spirito Santo che non solo suggerisce cosa dire e come dirlo ma che conferma con prodigi l'annuncio di salvezza.
I primi discepoli di Gesù sono morti da duemila anni ma prima di morire molti hanno creduto alla loro testimonianza e hanno sperimentato nella loro vita che la salvezza che Gesù ci ha offerto è reale, vera, concreta e questi, a loro volta, lo hanno testimoniato ad altri. Così di generazione in generazione, lungo la storia dell'umanità tanti uomini e donne hanno accolto la salvezza nella loro vita e hanno sperimentato tutto l'amore di Dio e poi ne sono diventati testimoni.
Anche a noi, fratelli e sorelle ci hanno testimoniato la salvezza, ci hanno parlato di Gesù, ci hanno raccontato della misericordia del Padre, di come lo hanno riconosciuto presente nella loro vita, di come hanno riconosciuto le sue opere, di come ne hanno visto le meraviglie.
Ora tocca a noi! Tocca a noi accogliere la vita nuova che Gesù ci offre attraverso tanti nostri fratelli e poi tocca a noi diventare testimoni, annunciare a chi incontriamo sulla nostra strada che Gesù è il Signore, che ci ha rivelato il volto d'amore del Padre, che ci dona lo Spirito, che ci salva dalla morte, dal peccato, dal male.
Non importa se non abbiamo grandi abilità e competenze, non importa se non sappiamo cosa dire, lo Spirito Santo assisterà noi come ha assistito chi è venuto prima di noi, compirà miracoli e prodigi anche attraverso le nostre debolezze e miserie.
Annunciamo la buona notizia, annunciamo a tutti che Dio ama gli uomini!!!

venerdì 9 febbraio 2018

Purificati - Riflessione sul Vangelo di domenica 11 febbraio 2018

Ci sono alcune persone che preferiscono non andare dal medico perché hanno paura di scoprire di avere qualche malattia grave. Quasi preferiscono tenersi il male piuttosto che dover affrontare le cure necessarie. Alla maggior parte di noi questo pensiero sembra strano e forse anche assurdo eppure è un atteggiamento che abbiamo tutti quando invece che di malattie fisiche si tratta di malattie dello spirito.
Nel Vangelo di questa domenica un lebbroso si avvicina a Gesù, si butta in ginocchio e gli dice "Se vuoi puoi guarirmi" Gesù ha compassione di lui, lo tocca e lo guarisce. La lebbra era, e ahimè è ancora, una malattia terribile, che mangia letteralmente la carne, la consuma e la imputridisce, è molto contagiosa per cui chi ne era affetto doveva stare lontano da tutti e si ritrovava solo. La lebbra del Vangelo è però solo immagine di una lebbra ben più grave e pericolosa, una lebbra che non si vede ma che produce effetti anche più gravi, una lebbra che non tocca il corpo ma lo spirito: la lebbra del peccato. Come la lebbra corrode la carne, il peccato corrode lo spirito, lo deturpa, lo rende incapace di continuare a compiere il bene, lo acceca, lo rinchiude in se stesso. Di questa lebbra siamo tutti contagiati, tutti ne soffriamo ma vogliamo esserne purificati? Vogliamo essere liberati da questa lebbra e come il lebbroso del Vangelo lo chiediamo al Signore Gesù?
Purtroppo tutti, nessuno escluso, siamo ben poco convinti di aver bisogno di essere purificati da Gesù perché, a conti fatti, il peccato ci fa comodo. Quando ci troviamo in una situazione scomoda, per esempio, la menzogna è sempre una pratica via d'uscita, quando ci troviamo a discutere e ad avere opinioni diverse da chi abbiamo davanti la violenza verbale, e a volte anche fisica, è uno strumento efficace per imporre il nostro pensiero, quando non riusciamo ad ottenere quello che vogliamo l'inganno è utile per volgere le cose a nostro vantaggio... e potremmo andare avanti con migliaia di esempi.
Questo perché non ci rendiamo conto di quanto il peccato ci faccia male. In un mondo di lebbrosi la lebbra ci sembra la condizione normale. Invece Gesù vuole purificarci, vuole liberarci da questa malattia terribile dello spirito che ci fa soffrire molto più di quanto non ci accorgiamo, si è fatto uomo per questo!
C'è però anche un altro motivo di reticenza, il nostro peccato ci fa vergognare, non ci piace l'idea di mostrare al Signore Gesù le nostre debolezze, le nostre miserie, le nostre infedeltà. Non vogliamo lasciar entrare il Signore in tutto ciò che di noi non ci piace, vorremmo tenerlo lontano, non farlo avvicinare.
Gesù però non si fa problemi a toccare le nostre piaghe, a toccare le nostre miserie e le nostre brutture, ha compassione di noi, capisce cioè il nostro dolore, la nostra sofferenza, anzi, la conosce anche meglio di noi. Vuole guarirci e purificarci, vuole donarci una vita libera, libera dalle menzogne e dagli egoismi, dalle invidie e dagli inganni, una vita che non soffra più per la solitudine in cui il peccato ci confina, che non prova più dolore e vergogna.
Impariamo dal lebbroso del Vangelo a dire al Signore "se vuoi puoi purificarmi", lasciamoci purificare dal Signore. Ci ha donato un Sacramento per questo: la Riconciliazione! È lì che il Signore viene a toccare il nostro cuore, a purificarlo, a risanarlo dalla lebbra del peccato. Ricorriamo alla Riconciliazione con frequenza, con fiducia, lasciandoci toccare dalla misericordia di Dio proprio lì dove siamo feriti e malati, permettiamo a Dio di compiere anche in noi questo miracolo e anche la nostra vita potrà cambiare, potrà diventare piena e autentica, libera e gioiosa.

sabato 27 gennaio 2018

Attenti alle fake news! - Riflessione sul Vangelo di domenica 28 gennaio 2018

In questi ultimi tempi è stato dato tanto risalto al fenomeno delle fake news, notizie false (che poi perché non possiamo chiamarle con il termine italiano non l'ho ancora capito), che dilagano soprattutto nei social media. Da come ne parlano sembrano un'invenzione degli ultimi mesi e invece le notizie false sono vecchie quanto il mondo, letteralmente vecchie quanto il mondo. Il primo autore di fake news, infatti, è il demonio che manipola la verità, che la distorce quel che basta per lasciare una parvenza di autenticità, giusto perché sia ancora credibile. Le fake news, infatti, non sono improponibili, non sono completamente prive di ragionevolezza: che gli asini volino non è una fake news è una sciocchezza. Si tratta, invece, di notizie che sembrano verosimili, eventi che hanno quel giusto mix di inaudito e verosimiglianza che le rendono credibili e che suscita malcontento, indignazione, pregiudizio. Le fake news hanno infatti l'unico scopo di alterare la nostra percezione della realtà e della verità per pilotare le nostre opinioni in una determinata direzione.
Come dicevo non è un fenomeno attuale, il demonio va avanti a fake news da quando c'è l'umanità.
Nel Vangelo di questa domenica Gesù si trova ad insegnare nella sinagoga di Cafarnao e il suo insegnamento è così autorevole e vero che tutti se ne accorgono e uno spirito impuro che tiene soggiogato uno dei presenti non resiste e inizia a gridare "...sei venuto a rovinarci!"
È vero, l'insegnamento di Gesù rovina le menzogne del demonio, le fa apparire in tutta la loro falsità, per quanto sottili e ben architettate siano.
Non ci piace sentir parlare del demonio, ci fa paura perché pensiamo alle scene di alcuni film che ci hanno fatto vedere persone possedute.
Del demonio non dobbiamo aver paura, almeno finché rimaniamo con il Signore Gesù, finché stiamo con lui il demonio non ci può nuocere, è come un cane alla catena.
Dobbiamo però imparare a capire come opera e agisce nella nostra vita per saperlo riconoscere e non dargli attenzione.
Anche noi, ogni giorno, siamo vittime delle sue fake news. Ogni tentazione, potremmo dire, inizia proprio con una fake news, ci mostra la realtà da un'angolazione distorta. Per esempio un amico che ci saluta frettolosamente, forse perché ha qualcosa di importante da fare, ce lo fa apparire superbo e altezzoso, la distrazione di una persona cara ce la fa sembrare un tradimento... Non c'è bisogno di tanti esempi, ognuno di noi ne ha sicuramente moltissimi. Le fake news del demonio non riguardano però solo il nostro rapporto con gli altri ma anche quello con noi stessi. Quando sbagliamo qualcosa ci fa credere che siamo dei buoni a nulla, se qualcuno ci tratta male ci insinua nella mente che nessuno ci ama, ci fa credere che non possiamo fare a meno di una determinata cosa, di una specifica promozione... anche qui gli esempi sarebbero innumerevoli.
Interviene anche nella nostra relazione con Dio. Ci porta a pensare che Dio sia cattivo, severo, ingiusto, che non ci ami, che voglia imprigionarci, che ci voglia suoi schiavi, che voglia ingannarci.
Purtroppo avendo migliaia di anni di esperienza è molto bravo a costruire fake news e noi molto spesso ci cadiamo come allocchi.
Impariamo allora a combattere queste fake news e l'unico modo per farlo è con la verità, con la Parola di Dio, l'unica che ha autorità vera. Mettiamoci in ascolto della Parola di Dio ogni giorno, sediamoci ai piedi di Gesù e lasciamoci istruire, lasciamoci guidare, lasciamoci illuminare. Gesù viene a dirci la verità, a portare verità nella nostra vita, a illuminare quelle zone buie che le menzogne del demonio vogliono nascondere. Se ci lasciamo illuminare dal Signore vedremo la nostra vita per quello che è: un dono prezioso di Dio, un suo disegno d'amore, una sua opera d'arte.

sabato 20 gennaio 2018

Geografia spirituale - Riflessione sul Vangelo di domenica 21 gennaio 2018

C'era una volta, in un regno lontano lontano... le favole che ci raccontavano da bambini iniziavano così, erano ambientate in questo fantomatico regno lontano nel tempo e nello spazio così che potesse fungere da luogo di rifugio dalle insoddisfazioni della vita quotidiana, dalle delusioni e dai dispiaceri che tutti, già da bambini, abbiamo sperimentato.
Anche Gesù ci parla di un Regno che però non è lontano lontano e di tanto tempo fa ma è vicino, è il Regno di Dio. Ne parla spesso eppure ci resta difficile capirlo, individuarlo, riconoscerlo.
Come a scuola, allora, facciamo un po' di geografia questa volta, però, spirituale.
Il Regno di Dio non è lontano ma vicino, è sempre vicino a noi, in qualunque parte del mondo ci troviamo perché non ha confini, non ci sono luoghi dove possiamo essere lontani perché i confini del Regno di Dio sono i confini del suo cuore: tutto ciò che è nel cuore di Dio è nel suo Regno.
La lingua che si parla è la lingua dell'amore donato, del prendersi cura dei più deboli, di chi ha un qualunque bisogno, una lingua universale, che tutti capiscono e che tutti possono parlare.
La forma di governo è, ovviamente, la monarchia, una monarchia un po' particolare: c'è un Re, che è Dio stesso, ma anche tutti i cittadini di questo Regno sono essi stessi chiamati a regnare insieme con lui. Nel nostro mondo sarebbe impossibile, non ci mettiamo d'accordo quando siamo in due, figuriamoci quando siamo tantissimi! Nel Regno di Dio, però, regnare non significa comandare sugli altri ma servirli, quindi tutti possono regnare nella misura in cui si mettono a servizio gli uni degli altri.
Si diventa cittadini di questo Regno attraverso due atti: convertendosi e credendo al Vangelo.
Credere al Vangelo, cioè alla buona notizia che Dio ama gli uomini, che se ne prende cura, che li guarisce e li salva, significa iniziare a fidarsi di Dio, significa aver compreso che vuole solo il nostro bene e quindi possiamo fidarci di lui, della sua volontà, del suo progetto di salvezza. Questo ci porta a cercarlo, ad ascoltarlo, a desiderare di stare con lui.
Convertirsi significa fare quello che hanno fatto gli apostoli: quando si sono sentiti chiamati dal Signore hanno lasciato tutto e lo hanno seguito. Convertirsi significa lasciare tutto, lasciare le nostre convinzioni, le nostre sicurezze, le nostre abitudini, le nostre comodità per lasciare che il Signore ci renda pienamente noi stessi. Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, erano pescatori e Gesù non chiede loro di essere altro ma di esserlo in un modo nuovo, diverso, di essere pescatori del Regno di Dio, interessati, cioè, alla salvezza degli uomini.
Il Signore invita anche noi ad entrare nel suo Regno, a diventarne cittadini, a convertirci per essere veramente noi stessi, a scoprire il vero scopo della nostra vita: la salvezza dei fratelli.

venerdì 5 gennaio 2018

Scienza illuminata - Riflessione sul Vangelo dell'Epifania 2018

Ci sono alcune pagine del Vangelo che tendiamo a prendere poco sul serio, a pensare che siano un po' tanto romanzate, che raccontino una bella favola ma con poca attinenza alla realtà dei fatti. Le pagine che raccontano l'infanzia di Gesù sono sicuramente tra queste, il racconto dei Magi che arrivano da terre lontane seguendo una stella ci sa proprio di bella favola. Ci fa anche piacere ascoltarla perché ci fa tornare un po' bambini ma ci rimane sempre un po' il sospetto che sia, appunto, una favola.
E chi l'ha detto? Perché non potrebbe essere andata proprio così? Perché ci sembra tanto strano che dei sapienti abbiamo affrontato un viaggio lungo e faticoso per incontrare il Signore Gesù?
Beh, finché si tratta di pastori ci possiamo anche stare, sono persone semplici, senza istruzione, un po' creduloni ma i Magi, i grandi scienziati dell'epoca... no, non è possibile! O se proprio fu possibile allora oggi non lo sarebbe senz'altro.
Ci sembra assurdo che dei sapienti siano andanti ad adorare il Signore Gesù perché siamo ancora convinti che un uomo di scienza non possa essere anche credente, che scienza e fede sono in contrapposizione.
Forse sarebbe tempo di aggiornarci, di aprire gli occhi, di iniziare ad usare un po' di senso critico e non prendere per buono tutto quello che sedicenti mezzi di informazione ci propinano per vero.
Che la fede possa essere in opposizione alla scienza è semplicemente una enorme sciocchezza.
Al contrario, la scienza apre alla fede e la fede illumina la scienza. Che si tratti della scienza dell'infinitamente grande, l'astronomia, o dell'infinitamente piccolo la fisica delle particelle, che sia la scienza della vita, la biologia, o qualunque altra branca dello studio scientifico, tutte mettono in luce ciò che già esiste e, ciascuna nel proprio campo, evidenziano una precisione, una organizzazione, un ordine, un'armonia che definire frutto del caso sarebbe semplicemente ridicolo. Ogni branca della scienza ci permette di scoprire quanta fantasia, quanta precisione, quanta attenzione abbia avuto Dio nel creare noi e tutto ciò che ci circonda.
Perché allora ci dicono che scienza e fede sono inconciliabili?
Perché anche oggi ci sono degli Erode che hanno paura del Signore Gesù, della sua verità.
Se uno scienziato è anche credente, vede in ciò che studia la firma di Dio, non sarà meno preciso, meno brillante, meno obbiettivo, anzi probabilmente si appassionerà ancora di più al suo studio.
La relazione con il Signore Gesù però appare pericolosa per quanti delle scoperte scientifiche vogliono fare quello che vogliono, vogliono sfruttarle per i propri interessi. La fede ci fa comprendere che il mondo che ci circonda non è un giocattolo con cui possiamo fare quello che vogliamo, ci dice che le nostre scelte e le nostre azioni hanno conseguenze sulla vita altrui.
La fede non è un problema per il fisico che studia la fusione nucleare ma lo diventa per chi vuole utilizzare la fusione nucleare per progettare la bomba atomica, per esempio.
Non dobbiamo, allora, aver paura di imitare i Magi, i sapienti dell'antichità che hanno saputo inchinarsi davanti al Signore, andiamo anche noi davanti a Gesù, con tutte le nostre conoscenze, con le nostre scoperte, con le nostre conquiste scientifiche e lasciamo che le illumini con la luce del suo amore, che ci faccia comprendere come tutto quello che i nostri studi scientifici hanno scoperto fino ad ora è un suo dono d'amore per noi. Non lasciamoci convincere dai moderni Erode, da quanti vogliono piegare il creato al proprio interesse, al proprio egoismo, alla propria sete di potere e denaro. Facciamo come i Magi, giriamo alla larga. Lasciamoci invece colmare di gioia nello scoprire ogni giorno quanto Dio ci ama.

sabato 30 dicembre 2017

Famiglia normale - Riflessione sul Vangelo di domenica 31 dicembre 2017

Con l'idea di suscitarci rispetto e attenzione, tutto ciò che appartiene a Dio ci è sempre stato presentato circonfuso di un alone di sacralità, di straordinarietà, di eccezionalità. Il risultato, però, è stata un'idea di lontananza, di completamente altro da noi, così lontano da essere inarrivabile. Anche la sacra Famiglia di Nazareth, Gesù, Maria e Giuseppe ce li hanno talmente idealizzati che li abbiamo messi nel presepe, e da lì li guardiamo, belli, pii, devoti... ma poi la nostra vita è tutt'altra cosa!
Povero Gesù! E dire che ce l'ha messa tutta per essere normale, per avere una famiglia normale, per mettersi al nostro livello, per entrare nella nostra quotidianità, non come un supereroe o come un modello inarrivabile ma come uno di noi, in nulla diverso da noi.
Dovremmo, allora, cambiare la nostra prospettiva, smettiamola di guardare il presepe da fuori, entriamoci dentro, smettiamo di ascoltare il Vangelo come una bella favola di Natale iniziamo a viverlo come qualcosa che ci appartiene e a cui apparteniamo.
La Santa Famiglia che oggi la Chiesa ci fa contemplare non è eccezionale, è normale, è una famiglia come le altre. Certo, Gesù è il Figlio di Dio, Maria è l'Immacolata e Giuseppe è uomo giusto e pio, ma la vita che hanno scelto di vivere è stata una vita normalissima affinché anche noi, che non siamo immacolati né giusti e pii, possiamo imparare da loro.
La cosa più importante che dobbiamo imparare è a mettere Dio al centro delle nostre famiglie, a lasciarci guidare da lui, ad ascoltare la sua Parola affinché sia questa, e non i nostri capricci, a guidare le nostre scelte. La Santa Famiglia è una famiglia normale in cui tutti sono in ascolto della Parola del Signore, desiderano compiere la sua volontà e si prendono cura gli uni degli altri.
Tutti dicono che oggi la famiglia è in crisi: verissimo! E il primo motivo della crisi è che non si mette più Dio al centro della famiglia, che si sta insieme e si vive insieme finché ci va, quando non ci va più ci si lascia perché non è più importante il bene della famiglia ma la soddisfazione del singolo. Non si dialoga, non ci si ascolta ma soprattutto non si è disposti a fare sacrifici, a offrire, cioè, il proprio tempo, le proprie fatiche, le proprie aspirazioni come atto d'amore. La famiglia non è un diritto, è una chiamata, è una responsabilità, è un dono d'amore, dono non serbatoio a cui attingere per soddisfare le proprie carenze affettive.
In questa società che va perdendo ogni giorno di più la consapevolezza di cosa sia una famiglia vera e normale noi cristiani, che abbiamo nella Santa Famiglia il modello di com'è una famiglia normale, dobbiamo diventarne testimoni non a parole ma con i fatti, non facendo proclami o conferenze ma impegnandoci a vivere relazioni famigliari autentiche, vere, normali. Dobbiamo mostrare al mondo cosa significhi una famiglia normale, dobbiamo rimetter al centro Dio, dobbiamo metterci in ascolto della sua Parola, ritornare a pregare insieme, ad insegnare ai figli a pregare insieme, ad ascoltare il Vangelo ogni giorno. Dobbiamo iniziare a dimostrare con la vita che il dialogo, l'ascolto, l'accoglienza reciproca e a volte anche il sacrificio sono necessari affinché tutti i membri della famiglia possano essere felici, possano star bene perché la felicità e il benessere del singolo passa necessariamente dal benessere e dalla felicità di tutti.
Impariamo dalla Santa Famiglia cosa sia normalità, non dagli opinionisti che impazzano sul web o in tv, torniamo a fidarci di Dio e la lasciarci guidare da lui e non solo la nostra famiglia ne guadagnerà in serenità, in pace e in felicità ma lo farà tutta la nostra società.

sabato 16 dicembre 2017

Testimoni di luce - Riflessione sul Vangelo di domenica 17 dicembre 2017

A circa metà dell'Avvento, alla terza domenica, la Chiesa ci invita a gioire con la domenica Gaudete.
Siamo invitati a gioire non solo perché ormai mancano pochi giorni a Natale ma perché il Signore viene nella nostra vita! Perché ci ama e ci porta gioia vera!!!
Se ci guardiamo intorno i modelli di gioia che ci vengono proposti sono quelli del successo, della fama, della popolarità. Ci dicono che per essere felici nella vita dobbiamo diventare popolari, dobbiamo conquistare posizioni importanti, dobbiamo poterci permettere quello che vogliamo.
Non so se gli attori, i magnati della finanza, i calciatori, le top model sappiano cosa sia la gioia vera, glielo auguro, so, però, che cosa può portarci quella gioia vera.
È san Giovanni Battista, nel Vangelo di questa domenica, a mostrarcelo. I Giudei lo interrogano, gli offrono anche la possibilità di vantare per se un titolo prestigiosissimo in Israele quello di Messia! e quando nega di esserlo gli chiedono se sia profeta! E non un profeta qualunque ma niente meno che Elia, il profeta che verrà a preparare la via al Messia.
Giovanni avrebbe avuto ogni diritto ad affermare di essere quel profeta, avrebbe guadagnato fama e popolarità invece di se dice "io sono voce..." Nemmeno un personaggio, solo voce.
Giovanni sembra quasi voler sparire, voler essere solo un annuncio che dà una testimonianza, che indirizza verso qualcun altro ben più importante di lui, l'unica vera personalità: il Signore Gesù.
Giovanni non disprezza popolarità e fama, semplicemente non gli interessano, ha nel cuore qualcosa di molto più grande e importante, ha nel cuore la luce di Dio e ha compreso che la sua vita non sarà completa, non sarà veramente felice se non sarà interamente spesa per darle testimonianza, per condurre gli uomini a quella luce.
Dare testimonianza alla luce di Dio, annunciare l'amore del Signore, condurre i fratelli all'incontro con Gesù non è stato il compito solo di Giovanni Battista, è il compito di ciascuno di noi, di ogni cristiano. E come per Giovanni non ci sarebbe stata gioia vera se non avesse dato la sua testimonianza, così anche noi non sapremo cosa sia la gioia vera finché non inizieremo a raccontare agli altri l'amore del Signore.
È ancora largamente diffusa l'idea che l'annuncio del Vangelo, dell'amore del Signore Gesù, sia compito di preti e suore, invece la Chiesa ci sta dicendo da duemila anni che è compito di ogni cristiano. In particolare dal Concilio Vaticano II e con i magisteri degli ultimi Papi, Papa Francesco soprattutto, tutti i cristiani sono invitati a riscoprire la gioia che dà annunciare agli altri che Dio ama ogni uomo. Non dobbiamo fare chissà che, basta che ci lasciamo colmare della sua luce e diventeremo luminosi anche per gli altri.
Forse dobbiamo chiederci se abbiamo accolto in noi la sua luce, se ci siamo lasciati contagiare dalla sua gioia. Forse il nostro andare a Messa la domenica, le preghiere recitate ogni giorno, sono più atti di abitudine che atti d'amore.
Disponiamoci ora ad accogliere il Signore che viene nella nostra vita. In questa settimana di Avvento che ancora ci separa dal Natale chiediamo con fiducia al Signore di venire nel nostro cuore, di colmarlo della sua luce, di inondarlo della sua gioia. Non aspetta altro! Attende solo che glielo chiediamo con sincerità, senza mezze misure, senza la paura che ciò che vuole compiere con noi possa infastidirci. Tanti uomini e donne nella storia hanno scelto di essere testimoni della luce e nessuno di loro se ne è mai pentito, nessuno di loro è mai tornato indietro perché la gioia del Signore sorpassa ogni nostra immaginazione.

sabato 9 dicembre 2017

Buona notizia - Riflessione sul Vangelo di domenica 10 dicembre 2017

Ogni giorno i mezzi d'informazione ci riferiscono centinaia di notizie, la maggior parte delle quali sono cattive. Per trovare una buona notizia ci dobbiamo impegnare, un po' perché le belle notizie non attirano l'attenzione come quelle brutte (e un po' su questo dovremmo riflettere...) un po' perché sono oggettivamente difficili da trovare.
C'è però una buona notizia, la Buona Notizia, che riecheggia nel mondo da duemila anni: Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio! Dio si è fatto uomo per venire a salvarci.
Ma a noi, oggi, interessa ancora questa buona notizia? Vogliamo essere salvati? O ci siamo accontentati/rassegnati alla vita che abbiamo?
Forse non ci rendiamo più conto ci aver bisogno di salvezza, forse le cose ci vanno bene così, ci accontentiamo di vivere la nostra vita, cercando di evitare quel che può farci male e facendo quello che ci fa star bene... o almeno è quello che vogliamo credere.
Beninteso, nessuno ci obbliga a cambiare nulla, il Signore non vuole entrare di prepotenza nella nostra vita, ci lascia liberi ma nello stesso tempo ci offre qualcosa di completamente nuovo, qualcosa di bellissimo che nessuno a questo mondo potrà mai darci: la vita nello Spirito!
Per accogliere il dono dello Spirito dobbiamo prima convertirci dai nostri peccati. È vero che il concetto di peccato oggi sembra un po' démodé, la nostra società ha superato quest'idea affermando che la vera libertà è poter fare tutto quello che vogliamo e che se mi va di fare una cosa devo poterla fare senza che nessuno mi dica se è giusta o sbagliata.
A ben pensarci il nostro ideale di libertà sarebbe non solo poter fare tutto quello che ci passa per la testa ma anche che non avesse conseguenze: vorremmo poter mangiare quello che ci va senza mai ingrassare nemmeno di un grammo, vorremmo aver sempre la meglio nei litigi, vorremmo poter dire le bugie senza che vengano mai scoperte... e così via.
Le nostre azioni, però, hanno tutte delle conseguenze, quelle poi che non sono guidate da una scelta d'amore hanno sempre conseguenze nefaste per noi e per chi abbiamo accanto. Il peccato è questo, sono azioni che invece di essere guidate da un amore autentico sono dettate dal nostro egoismo e portano delle conseguenze a breve, medio e lungo termine e le tante cattive notizie dei telegiornali ne sono la perfetta dimostrazione.
Abbiamo bisogno di conversione, di lasciare ciò che ci fa male, di lasciare i nostri capricci, le nostre passioni e aprire il cuore all'unico che ci salva dalle conseguenze del nostro peccato: il Signore Gesù!
Giovanni Battista ha predicato un battesimo per il perdono dei peccati, ha cioè invitato a lasciarci immergere nella misericordia di Dio che ci purifica dal male che abbiamo scelto e che continua a farci del male.
Gesù è venuto per battezzarci nello Spirito, per immergerci nell'Amore del Padre, per donarci la vita nello Spirito Santo. Dal giorno del nostro Battesimo lo Spirito Santo abita nei nostri cuori ma spesso lo teniamo chiuso come in uno sgabuzzino, confinato nel profondo del nostro cuore, imbavagliato perché non ci disturbi.
Lasciamolo agire in noi, lasciamoci trasformare nel profondo, permettiamogli di cambiare il nostro modo di vedere le cose, la vita, il mondo. Lasciamo che risvegli i nostri sensi spirituali che ci permettono di vedere la verità della nostra vita, di saper riconoscere le conseguenze dei nostri peccati e di capire in anticipo dove una scelta di egoismo può portarci, così da saperla rifiutare. Ma, soprattutto, impariamo a riconoscere la volontà di Dio per noi, il suo disegno d'amore e di salvezza, unica vera via della nostra gioia.
Accogliere il Signore, lasciare che ci doni di vivere nello Spirito Santo è la vera grande e buona notizia, quella che cambia davvero tutta la nostra esistenza. Questo tempo d'Avvento possa essere  tempo d'attesa desiderosa di questo incontro speciale e straordinario con il Signore che viene nella nostra vita.

venerdì 24 novembre 2017

Giustizia vera - Riflessione sul Vangelo di domenica 26 novembre 2017

Fin da piccoli siamo tutti stati educati alla meritocrazia: fai qualcosa di buono e ricevi un premio, fai qualcosa di sbagliato e vieni punito. Non ha sempre funzionato al meglio ma con il tempo ci siamo convinti che la giustizia coincida con questo sistema e, naturalmente, lo abbiamo subito proiettato su colui che è il giusto per antonomasia: Dio. Di qui la convinzione che Dio premi i buoni e punisca i cattivi.
In quest'ottica premio-punizione ci troviamo a leggere tutto il Vangelo, in particolare la pagina di questa domenica che sembra confermare in pieno quest'idea: i buoni, quelli cioè che hanno dato da mangiare, da bere, hanno assistito e visitato, vengono premiati e accolti nel Regno dei Cieli mentre i cattivi, quelli invece che non hanno assistito chi era in difficoltà, vengono puniti nel fuoco eterno.
Siamo proprio sicuri che la giustizia di Dio sia meritocratica? Forse dobbiamo ascoltare con più attenzione cercando di cogliere alcune sfumature.
Entrambi i gruppi, quando il Re li mette davanti alle loro azioni chiedono "Quando?" ma quel quando ha due sfumature molto diverse.
I buoni lo chiedono con stupore, quasi a dire "non ci eravamo accorti che fossi tu!", non hanno fatto del bene in attesa di un premio, fosse anche la vita eterna, lo hanno fatto per una scelta di vita fondamentale, lo hanno fatto perché hanno provato misericordia per i loro fratelli.
I cattivi chiedono "quando?" quasi a giustificarsi, quasi a dire "se ti avessimo incontrato ti avremmo sicuramente aiutato, ma non ti abbiamo mai visto in difficoltà, Signore". Costoro sono quelli che fanno le cose con calcolo, che vivono la vita secondo il loro interesse e fanno solo ciò che conviene loro. Paradossalmente i veri meritocratici sono proprio i cattivi che se avessero saputo di avere davanti il Signore si sarebbero dati da fare. Il loro cuore però non conosce la misericordia ma solo l'interesse e non c'è posto per loro nel Regno dei Cieli, non perché devono essere puniti per ciò che hanno fatto o omesso, ma perché il Regno dei Cieli è il Regno della misericordia e chi non è misericordioso non ci riesce ad entrare, non ne ha le caratteristiche.
La giustizia di Dio, quindi, non è meritocratica è misericordia! E la misericordia è molto più della meritocrazia!
Tanti cristiani sono pienamente convinti che il paradiso vada meritato, che ci si debba comportare bene per ottenere la salvezza, come se la salvezza fosse qualcosa in vendita. Dobbiamo "essere buoni" o meglio, dobbiamo amare concretamente tutti, specie quelli che ne hanno più bisogno, non nell'attesa di riceverne qualcosa in cambio ma perché questa è la nostra natura! Siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio quindi dobbiamo agire come agisce lui, questa è la nostra vera natura. La vera natura del cuore dell'uomo è di essere misericordioso. Se però ci mettiamo a fare calcoli, se il nostro comportamento è dettato dalla ricerca di un vantaggio, non stiamo più agendo come Dio, non amiamo come fa lui e non possiamo stare con lui, non sopporteremmo la sua presenza.
In questa domenica chiediamo al Signore che ci aiuti a cambiare la nostra mentalità, che ci insegni ad essere buoni non per calcolo ma per scelta, non cercando un vantaggio ma perché vogliamo amare, vogliamo essere fedeli a noi stessi, a quello che siamo. Scegliamo di amare e amare concretamente, facendoci carico delle sofferenze di chi incontriamo sulla nostra strada, guardandolo negli occhi, come ci insegna Papa Francesco, comprendendone la sofferenza, avendone misericordia. È in questo amore concreto e disinteressato che è la nostra salvezza, è questo lo spazio di incontro con il Signore, l'ingresso nel suo Regno che è un Regno di misericordia.

sabato 18 novembre 2017

Padre fiducioso - Riflessione sul Vangelo di domenica 19 novembre 2017

Quando incontriamo un'altra persona e iniziamo a conoscerla ci facciamo, senza nemmeno accorgercene, un'immagine mentale così che poi tutto quello che quella persona ci dirà o farà lo leggeremo attraverso la lente della nostra immagine mentale. Se di quella persona ci saremo fatti un'immagine buona saremo indulgenti con i suoi errori, se di quella persona ci saremo fatti un'immagine negativa saremo portati a individuare ogni difetto e ogni più piccolo sbaglio. Si chiamano pregiudizi! E ognuno di noi se ne porta dietro una grande quantità che accresce di giorno in giorno.
Nel Vangelo di questa domenica Gesù racconta la celebre parabola dei talenti. Il padrone distribuisce le sue ricchezze ai tre servi secondo le loro capacità, li conosce, sa cosa sono in grado di gestire, non li carica di fardelli troppo pesanti che potrebbero schiacciarli. A noi, abituati a misurare il valore delle persone dalle loro capacità e abilità, sembra un comportamento ingiusto, che discrimina il terzo servo mentre favorisce il primo. Invece è un comportamento più che giusto proprio perché ha a cuore il bene della persona e non il profitto che può produrre e non misura con questo il suo valore.
I servi, però, hanno del padrone idee diverse, i primi due comprendono che con l'affidargli le sue ricchezze il padrone compie un atto di fiducia nei loro confronti e scelgono di rispondere a tale fiducia impegnandosi al massimo, infatti ciascuno dei due raddoppia quanto ricevuto.
Il terzo, invece, ha del padrone un'idea molto diversa, lo ritiene severo, autoritario, dispotico e ingiusto così, invece di impegnarsi per far fruttare la somma ricevuta, per paura la nasconde fino al ritorno del padrone. La fiducia ricevuta viene così miseramente tradita, la paura ha creato una distanza incolmabile che si traduce nell'allontanamento del servo.
E noi di Dio che idea abbiamo? Sappiamo riconoscere che si fida di noi, che ci affida la sua grazia affinché possiamo farle portare frutto o, come il terzo servo, ne abbiamo paura e cerchiamo di tenercene alla larga?
La tentazione che il demonio usa più spesso con ciascuno di noi è proprio di far sorgere in noi la paura di Dio, il sospetto nei suoi confronti, l'idea che voglia metterci in difficoltà chiedendoci di più di quanto siamo in grado di fare.
Quanto è diffusa l'idea che Dio sia un giudice severo e inflessibile, esigente e pignolo, che non vede l'ora di poterci condannare all'inferno! Questo però non è Dio! Non è il volto amorevole e misericordioso del Padre che Gesù ci ha rivelato ma un nostro pregiudizio!
Dio non è un giudice severo ma un padre tenero e attento, che ama ciascuno di noi in modo unico e infinito e che ci conosce perfettamente e non ci chiede più di quanto possiamo dare ma nemmeno di meno perché sarebbe segno di sfiducia.
Aver paura di Dio è semplicemente un'assurdità! Ci ha creati lui per un atto d'amore del tutto gratuito, se ne avesse abbastanza di noi ci farebbe smettere di esistere, così da un istante all'altro. Solo il fatto che esistiamo è dimostrazione che Dio ci sta amando anche in questo preciso istante.
Togliamoci dalla testa questa assurda idea che Dio non veda l'ora di mandarci all'inferno! Per evitarcelo si è fatto uomo e si è fatto crocifiggere da noi! Davvero abbiamo bisogno di altre prove?
Nei momenti in cui ci scopriamo assaliti dalla paura di Dio, del suo giudizio, dal sospetto che stia cercando di imbrogliarci o che ci stia chiedendo troppo impariamo a riconoscere che è il demonio che ci sta bisbigliando queste cose all'orecchio, che è lui e non Dio a cercare di imbrogliarci. Smettiamo, allora di dar seguito a quei pensieri, apriamo gli occhi e riconosciamo quanto il Signore ci ha affidato, quanto si fida di noi (molti più di quanto noi non ci fidiamo di noi stessi) e rimbocchiamoci le maniche per far fruttare quella grazia. In quei frutti troveremo anche la nostra gioia, quella che darà senso pieno alla nostra vita.

sabato 11 novembre 2017

Missione possibile - Riflessione sul Vangelo di domenica 12 novembre 2017

Rispetto anche solo a qualche decina di anni fa, i nostri giovani hanno molte più possibilità di scegliere cosa fare nella vita, l'accesso agli studi universitari è alla portata se non proprio di tutti sicuramente di molti più che nel passato, hanno possibilità di viaggiare, di comunicare a lunghe di stanze, di informarsi e conoscere. Anche noi adulti beneficiamo dei trasporti più veloci, dei mezzi di comunicazione più sviluppati ed efficacie di tate opportunità che ci permettono di fare cose che per i nostri genitori erano molto più difficili e per i nostri nonni praticamente impossibili.
Tutto questo è sicuramente un progresso ma comporta anche dei rischi: una maggiore facilità a fare ciò che desideriamo può permetterci di realizzare il compito fondamentale della nostra vita ma anche farci perdere tempo ed energie dietro nostri capricci.
In molti oggi affermano che sia un diritto di ciascuno poter fare ed essere quello che si vuole, come se ciascuno di noi fosse un panetto di creta da modellarsi a proprio piacimento. Ma siamo davvero elementi neutri in grado di assumere tutte le forme che vogliano? Se così fosse saremmo tutti uguali, anonimi individui in grado di differenziarsi solo realizzando qualcosa di diverso dagli altri oppure condannati all'anonimato e all'oblio.
Noi però non siamo un informe panetto di creta anonimo, ciascuno di noi è un'opera d'arte, unica e irripetibile, con una missione precisa e specifica. Siamo opera di Dio, chiamati a collaborare con lui alla salvezza dell'umanità intera, ciascuno con il proprio contributo specifico.
Nella parabola che ascoltiamo in questa domenica le dieci vergini hanno un compito specifico: accompagnare lo sposo che entra alle nozze portando ciascuna una lampada accesa. Come ben sappiamo, cinque prendono solo le lampade vuote e cinque prendono anche l'olio per riempire le lampade con il risultato che le prime restano fuori mentre le altre, più sagge, entrano alla festa di nozze.
Ciascuna di loro aveva un compito, chiaro e specifico, per cui doveva prepararsi, essere pronta ad accogliere lo sposo, metà di loro, però, hanno preso alla leggera l'incarico, non ci hanno messo la giusta attenzione, non si sono preparate a dovere e, al momento di compiere quel che dovevano hanno scoperto che mancava loro un elemento fondamentale.
Con questa parabola Gesù ci invita a chiederci quale sia il nostro compito, quale sia la nostra vocazione: perché siamo qui e in questo tempo? Quale incarico devo compiere? Cosa devo preparare?
Non è un caso che ciascuno di noi sia nato in una determinata famiglia, in un luogo e un tempo specifici, che abbia fatto determinati incontri ed esperienze, sono i modi con cui il Signore ci fa comprendere quale sia il compito che ha pensato per noi, quale collaborazione al suo disegno di salvezza ci chieda.
È obbligatorio? No! Dio non ha mai costretto nessuno a fare qualcosa! Scegliere di seguire il Signore e di compiere la sua volontà è, però, l'opportunità che abbiamo per essere pienamente noi stessi, per compiere la missione per cui siamo al mondo, quella che ci fa entrare nella gioia vera.
Ognuno di noi ha una chiamata specifica, unica e irripetibile, per capire cosa il Signore ci chieda basta solo metterci in ascolto, desiderare compiere quello che ha pensato per noi. L'olio che le vergini sagge preparano e che anche noi dobbiamo preparare non è altro che l'amore, quello vero, quello capace di donarsi, di spendersi per il bene dell'altro. Infatti ciascuno di noi ha un compito diverso ma tutti devono essere svolti per amore.
Lasciamo perdere, quindi, i nostri capricci e le nostre velleità, facciamo invece in modo che la nostra vita brilli dell'amore di Dio, possa rischiarare quanti incontriamo nelle tante occupazioni della nostra giornata è così che compiamo la nostra missione: portando a tutti l'amore di Dio.

sabato 4 novembre 2017

Guida sicura - Riflessione sul Vangelo di domenica 5 novembre 2017

C'è un'invenzione che da poco più di dieci anni ha rivoluzionato il nostro modo di guidare, almeno lo ha rivoluzionato a me: il navigatore. Non so quanto voi lo utilizziate, io molto spesso. Permette di risparmiare molto tempo e ci evita di dover consultare cartine e mappe ogni volta che dobbiamo raggiungere una destinazione nuova. Il navigatore però, perché sia efficace, deve essere seguito con meticolosità. Ci sono alcune persone che lo attivano e poi fanno di testa loro e se dice di girare a sinistra loro girano a destra perché sono convinti di saperne di più.
Nella vita abbiamo bisogno di guide, di chi ci indica la strada, punti di riferimento sicuri che ci aiutino a fare le nostre scelte secondo verità. I nostri primi punti di riferimento sono i genitori, i nonni, gli zii, un fratello maggiore, poi intervengono gli insegnanti, i catechisti, i sacerdoti... Tanti sono coloro che, soprattutto nell'arco della nostra fanciullezza e adolescenza, sono stati per noi guide e modelli. Diventati adulti continuiamo ad aver bisogno di una guida, impariamo ben presto che il nostro semplice giudizio troppo spesso si rivela errato. Ci portiamo dietro il bagaglio dei principi e delle verità che ci sono state insegnate ma spesso non sono sufficienti, abbiamo bisogno di chi ci indica, di volta in volta, cosa scegliere, come comportarci.
È importante, allora, chiederci chi sono le nostre guide, chi abbiamo scelto come punto di riferimento, da chi ci lasciamo guidare. Non illudiamoci, abbiamo sempre qualcuno o qualcosa che ci guida, potrebbe anche non essere una persona in carne e ossa, potrebbe essere un'ideologia politica, una teoria economica, una filosofia morale ma un navigatore che ci indica quali scelte compiere c'è sempre.
Un cristiano non può che avere un unico maestro e un'unica guida: il Signore Gesù.
Solo Gesù, infatti, ci rivela la verità della nostra vita, ce ne fa comprendere il senso pieno, ce ne fa conoscere il fine, attraverso la sua Parola e attraverso l'insegnamento della sua Chiesa.
Nel tempo che viviamo ci sono alcuni -pastori e laici- che criticano l'insegnamento del Papa e del Magistero della Chiesa generando non poca confusione nei fedeli. Più di tanto non dobbiamo preoccuparcene: ci sono sempre stati, in tutte le epoche della storia della Chiesa. Ricordiamo sempre che la guida deve essere il Signore Gesù e che quindi ogni insegnamento dei Pastori deve essere conforme a quanto Gesù ha detto e ha fatto e che i Vangeli ci raccontano. Il criterio di discernimento, quindi, è il Vangelo, meglio ancora tutta la Scrittura e non una sola parte di essa, non un solo versetto. Con un minimo di abilità e di conoscenza biblica si potrebbe far dire alla Scrittura tutto e il suo contrario, basta saper scegliere bene i versetti. È un po' quello che qualche giornalista senza scrupoli fa quando taglia e incolla varie parti del discorso di un qualunque personaggio pubblico dando l'impressione che abbia detto anche il contrario di ciò che ha effettivamente voluto comunicare. È molto importante, quindi, che ci formiamo una buona conoscenza del Vangelo e di tutta la Scrittura, conoscenza che non si acquisisce con uno studio accademico ma nella preghiera, lasciandoci illuminare dallo Spirito Santo, nell'ascolto dei pastori che insegnano secondo il Vangelo e nel confronto con i fratelli. Tutto questo è importantissimo per due ragioni: per lasciarci sempre e solo guidare dal Signore Gesù e perché quando ci troviamo noi ad essere guide di altri non insegniamo cose nostre ma la verità di Dio. Dobbiamo guardarci da chi, come i farisei del Vangelo di oggi insegnano teorie proprie ma dobbiamo anche fare attenzione a non diventare come loro e a insegnare ai figli, ai nipoti, agli alunni e a tutti quelli che si affidano alla nostra guida le nostre convinzioni ma solo e unicamente a fidarsi del Signore Gesù, lui solo dona gioia vera.

sabato 28 ottobre 2017

Il segreto della gioia vera - Riflessione sul Vangelo di Domenica 29 ottobre 2017

C'è, nel cuore di ognuno di noi, un profondo anelito di libertà. Tutti, sin da piccolissimi, abbiamo bisogno di affermare la nostra indipendenza, di poter decidere da soli della nostra vita, di poter fare le nostre scelte senza alcuna costrizione. Siamo, infatti, tutti ben convinti che libertà vera sia poter fare ciò che mi va e non fare ciò che non mi va. In questa prospettiva tutto ciò che anche solo sembra essere un'autorità, un'istanza che possa in qualche modo darci dei comandi, la evitiamo con grande cura: primo tra tutti Dio. È infatti ben diffusa (fin dal Paradiso Terrestre) l'idea che Dio voglia farci fare qualcosa che a noi non va, voglia darci ordini, farci eseguire i suoi comandi limitando così la nostra libertà. Ora, se solo ci fermassimo a rifletterci sopra un minuto ci accorgeremmo che questa idea è assolutamente insensata! Perché mai Dio prima ci avrebbe dato la libertà per poi togliercela? E cosa mai Dio potrebbe aver bisogno da noi? Lui che è onnipotente, dunque può tutto, potrebbe mai aver bisogno di noi che raramente ne facciamo una giusta?
Però nella Bibbia si parla di comandamenti! Allora è vero che Dio vuole comandare su di noi!
I Comandamenti non sono ordini di un generale alle sue truppe che, se vengono disobbediti, si viene deferiti alla corte marziale. I Comandamenti sono le indicazioni che Dio ci dona per vivere veramente liberi. Vera libertà, infatti, non è fare tutto quello che mi va ma tutto quello che mi fa bene, che mi completa, che dà senso alla mia vita. Siccome però noi non lo sappiamo ciò che ci fa bene e ciò che dà senso alla nostra vita -e gli innumerevoli errori di ciascuno di noi sono lì a dimostrarlo- Dio ci viene in aiuto e ci dice cosa ci fa davvero bene.
Quando un dottore della Legge chiede quale, dei tanti comandamenti presenti nella Scrittura, sia da considerare il più importante, Gesù risponde mettendo insieme due versetti della Bibbia che però contengono la stessa indicazione: "tu amerai"! Ecco il vero comandamento di Dio, ecco a cosa Dio ci vuole "costringere"! Dio vuole che nella nostra vita non facciamo altro che amare! Amare lui innanzi tutto e con tutto noi stessi e amare chi abbiamo accanto come noi stessi.
A ben pensarci, non è forse la cosa che tutti desideriamo più di ogni altra? Chi non desisdera amore per la propria vita? Allora, forse, possiamo iniziare a prendere in considerazione di ascoltare cosa Dio ci "comandi", no?
Siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio che è amore, l'unica cosa che darà senso e pienezza alla nostra vita, l'unica cosa che ci darà gioia vera è amare.
Se ci pensiamo bene, anche nelle cose che ci va di fare, nei nostri capricci e desideri, ciò che inseguiamo è l'amore. Tutto quello che facciamo è mosso dall'amore. Se però ciò che ci muove è un amore egocentrico, che cerca cioè solo il nostro bene personale, ciò che troviamo non è la felicità ma l'insoddisfazione. Quante volte mi è capitato di incontrare persone che apparentemente avevano tutto quello che si potesse desiderare eppure erano irrimediabilmente insoddisfatte!
Ciò che ci completa, ciò che ci riempie, che ci dona soddisfazione e gioia vera non è l'amore egocentrico ma l'amore donato, l'amore che ama l'altro cercandone il bene, cercandone la gioia e il benessere. È l'amore gratuito, quello che si dona senza attendere nulla in cambio, che cerca la gioia dell'altro prima della propria. È un amore che possiamo imparare solo da Dio perché egli solo sa amare così. Scoprirci amati ogni istante da lui e scegliere di amarlo a nostra volta, concretamente, fidandoci di lui, del suo amore, della sua volontà, desiderando di ascoltare la sua Parola, l'incontro con lui nella preghiera e nei sacramenti è ciò che ci insegna ad amare veramente noi stessi e i nostri fratelli, è ciò che ci conduce alla gioia vera.
Se vogliamo davvero trovare la nostra gioia dobbiamo imparare a operare per la gioia degli altri, di chi abbiamo accanto, di chi il Signore mette sul nostro cammino.

venerdì 20 ottobre 2017

Vera immagine - Riflessione sul Vangelo di domenica 22 novembre 2017

Abbiamo un rapporto curioso con lo Stato, non ci piace pagare le tasse ma poi vorremmo avere servizi efficienti e perfetti. Ora, che in Italia il problema della corruzione, dello sperpero e della disonestà sia una piaga aperta per tutta la società è cosa più che risaputa, tuttavia ciò non ci autorizza a non pagare le tasse dovute. Che sia un dovere lo esprime molto chiaramente Gesù: "rendete a Cesare ciò che è di Cesare", possiamo non essere d'accordo, possiamo trovare mille eccezioni e diecimila buone ragioni per non pagarle ma è un nostro preciso dovere di giustizia.
Evitiamo, però, di liquidare così banalmente la pagina di Vangelo di questa domenica. Non fermiamoci al "date a Cesare ciò che è di Cesare", la parte veramente importante è ciò che segue immediatamente: "e a Dio ciò che è di Dio".
Nel rispondere a farisei ed erodiano Gesù chiede di chi siano l'immagine e l'iscrizioni presenti sul denaro e quindi invita a restituirlo a colui che vi è rappresentato e poi invita a restituire a Dio ciò che gli appartiene, ciò, quindi che porta la sua immagine e la sua iscrizione. Per capire questa sottigliezza di Gesù ci servono due passi, il primo dal libro della Genesi (1,26) in cui Dio dichiara "facciamo l'uomo a nostra immagine e somiglianza" e il secondo è nel libro del profeta Geremia (31,33) in cui Dio stabilisce la sua alleanza con Israele affermando: "porrò la mia legge dentro di loro, la scriverò sul loro cuore. Allora io sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo."
Sulla moneta ci sono l'immagine e l'iscrizione di Cesare nell'uomo ci sono l'immagine e l'iscrizione di Dio, dunque la prima torni a Cesare ma l'uomo torni a Dio.
Gesù ci invita a rendere a Dio ciò che è di Dio, la nostra umanità, la nostra stessa vita. Ci sta invitando a vivere per Dio, a riconoscerci parte di un grande disegno d'amore, di un grande progetto di salvezza che riguarda ciascuno di noi, ogni uomo!
Rendere a Dio ciò che è suo significa scegliere di vivere una vita abbandonati alla sua volontà il che non significa che dobbiamo diventare tutti preti e suore o comunque tutti bigotti impegnati in pratiche di ascetismo estremo, in digiuni e astinenze, in penitenze corporali e ogni altra cosa la nostra fervida immaginazione ci suggerisca. Significa fidarci di Dio sempre, in ogni situazione, quelle favorevoli e quelle sfavorevoli quelle piacevoli e quelle dolorose, nella consapevolezza che la nostra vita gli appartiene e non permetterà che nulla possa distruggerci o annientarci. Abbandonarsi alla sua volontà ci permetterà di sperimentare che davvero ci è sempre accanto e ci sostiene in ogni situazione, che ci dona conforto quando siamo sfiduciati, ci infonde coraggio quando abbiamo paura, ci consola quando siamo rattristati.
Rendiamo a Dio ciò che è di Dio, consegniamogli la nostra vita, senza però poi riprendercela, senza continuare a fare di testa nostra, ad inseguire i nostri progetti, ad angosciarci se le cose non vanno come vorremmo noi. Rendiamo a Dio la nostra vita e la vedremo brillare della sua luce, colmata del suo amore, splendente della sua verità.

sabato 14 ottobre 2017

Festa vera - Riflessione sul Vangelo di domenica 15 ottobre 2017

Molti anni fa, in una sua celeberrima canzone, Lucio Dalla immaginava un nuovo anno in cui fosse festa ogni giorno. Chi di noi non vorrebbe far festa ogni giorno? La festa è quel momento in cui puoi dimenticarti di tutti i problemi, delle tue preoccupazioni, dei tuoi guai, dei tuoi mali. È il tempo della spensieratezza, della gioia, tempo in cui si mangia e si beve in compagnia: la festa è ciò che più si avvicina alla felicità che tutti cerchiamo.
E se quello che Lucio Dalla cantava come un'utopia potesse invece essere la nostra quotidianità? Senza nemmeno bisogno di trasferirsi a Ibiza o in qualche altra località turistica famosa per la "movida".
Tutta la nostra vita può essere una festa, una grande e gioiosa festa di nozze! Gesù sceglie quella che ai suoi tempi era la festa più importante della vita come immagine per farci capire che Dio
ci chiama a condividere la sua gioia.
Bello!!! Ma sembra ancora più utopico della canzone di Dalla. Non ci crediamo molto, anzi spesso ci sentiamo abbandonati da Dio, ci sembra di affogare nei nostri problemi, nelle nostre fatiche e nei nostri dolori, vorremmo vederli risolti subito, con un colpo di bacchetta magica, vorremmo far festa come fa festa il mondo, evitando i problemi, dimenticando le responsabilità, pensando solo a soddisfare il nostro desiderio di svago. Così l'invito che il Signore ci fa ogni giorno a partecipare al suo banchetto di nozze non lo prendiamo nemmeno in considerazione, ormai non lo riconosciamo nemmeno più. Siamo tanto impegnati, abbiamo tante cose da fare, dobbiamo faticare tanto per poterci conquistare un angoletto di relax e divertimento. Sono finite da poco le ferie e magari stiamo già pensando a quelle prossime. Quando capita qualcosa che scombina, anche solo di poco, i nostri programmi andiamo su tutte le furie, ce la prendiamo con tutto e con tutti, Dio in primis.
Se solo fossimo un po' meno egocentrici, se solo considerassimo la nostra vita da una prospettiva più ampia, se solo iniziassimo a pensare che problemi, difficoltà, fatiche e anche le malattie e le sofferenze non devono necessariamente sparire dalla nostra vita per darci sollievo. C'è un proverbio che dice "non tutti i mali vengono per nuocere", se ogni male, ogni difficoltà e ogni sofferenza della nostra vita la mettiamo nelle mani di Dio, gli permettiamo di guidarci ad affrontarla, di donarci forza, conforto, coraggio allora anche la situazione più difficile diventerà un'occasione di grazia perché "tutto concorre al bene di coloro che amano Dio" (Rm 8,28).
La festa di nozze a cui Dio ci invita non è solo la vita eterna in cui entreremo dopo aver terminato il nostro pellegrinaggio qui su questa terra, non è una promessa lontana, è una gioia vera profonda e autentica che possiamo vivere già da adesso, ogni giorno. Non è una festa come quelle del mondo in cui dimenticarci di ciò che ci opprime, salvo poi ritrovare tutto appena torniamo a casa. È una festa vera, è vivere la nostra vita quotidiana nella gioia del Signore, nella consapevolezza che, qualunque cosa ci accada, siamo figli amati, custoditi nelle mani di Dio e nulla potrà mai strapparci dal suo amore.
Ad ogni festa ci si presenta indossando l'abito adatto, anche alla festa di Dio dobbiamo partecipare con l'abito adatto che è l'abito della fede che abbiamo ricevuto nel Battesimo. È un abito che non è fatto di stoffa ma di fiducia in Dio e nella sua sapienza, è fatto d'amore concreto, vissuto, donato, è fatto di speranza, attesa abbandono alla sua volontà.
Tutto questo non è qualcosa per pochi fortunati, la festa di Dio non ha una lista chiusa, è per ciascuno di noi, è vera e reale, dobbiamo solo accogliere il suo invito, fidarci di lui, partecipare il più possibile al suo banchetto, nutrirci della sua Parola, dei suoi Sacramenti, della sua grazia. Siamo fatti per essere sempre nella gioia, lasciamo la tristezza al demonio, viviamo invece da gioiosi figli di Dio!

sabato 30 settembre 2017

Sì a Dio, sì alla nostra gioia - Riflessione sul Vangelo di domenica 1° ottobre 2017

Ah, se i muri delle nostre abitazioni potessero parlare! Quante volte racconterebbero delle richieste di mamma e papà di fare una certa cosa seguite da nostri sì rimasti solo parole al vento! Ma anche di quanti no di cui poi ci siamo pentiti e alla fine abbiamo compiuto quanto richiesto.
Gesù conosce bene la nostra vita e sa quali esempi possono toccarci da vicino!Racconta la breve parabola del Vangelo di questa domenica ai sacerdoti e agli anziani del popolo, coloro che più di ogni altro in Israele erano a contatto ogni giorno con la parola di Dio, con il Tempio, coloro che più di ogni altro potevano vantare una reputazione impeccabile. E proprio a loro Gesù dice "pubblicani e prostitute vi passeranno avanti nel Regno dei cieli"! Che smacco! Senza mezzi termini denuncia che verso Dio il loro comportamento è come quello di quei figli che subito rispondono di sì ai genitori ma poi non compiono quanto richiesto. Beninteso non è che sacerdoti e anziani del popolo avessero chissà quali scheletri nell'armadio, non nascondevano sordidi segreti, perversioni o terribili delitti. Semplicemente continuavano per la loro strada, cercavano i loro interessi, si assicuravano la loro stabilità. Gesù ancora una volta li invita alla conversione, a cambiare modo di pensare, di relazionarsi con la vita, li invita a iniziare a pensare secondo Dio. Pubblicani e prostitute, ovvero i peggiori peccatori della società, l'hanno fatto, hanno deciso di ascoltare la predicazione di Giovanni Battista prima e di Gesù poi e hanno compreso che i loro comportamenti li tenevano lontano da Dio, dal suo amore, dalla sua grazia e hanno scelto di cambiare.
Gesù, naturalmente, non si è rivolto solo ai sacerdoti e agli anziani, oggi si rivolge a noi e attraverso questa medesima parabola ci chiede di domandarci che figlio siamo: quello che dice sì e poi non va o quello che dice no e poi va a lavorare secondo la volontà del Padre? Fuori dalla parabola: che effetto ha la Parola di Dio nella nostra vita, la cambia o rimane intatta?
Quando sentiamo parlare di conversione pensiamo subito che riguardi i grandi peccatori, i violenti, i ladri, gli assassini. Siamo convinti che i peccati siano solo i delitti più gravi e le azioni più turpi invece ogni scelta che mi allontana da Dio, dal suo amore e dalla sua verità è peccato, non solo il male ma anche il rifiuto del bene è peccato. Ma cos'è il peccato? È una mancanza di amore pieno, concreto, vero. Ogni volta che non vivo un amore vero, pieno e autentico io mi sto allontanando da Dio perché sto cercando la mia soddisfazione in altro o mi sto accontentando di vivere a metà e sto rifiutando la possibilità di vivere una vita piena. Peccato non è una fonte di sensi di colpa, peccato è ciò che mi fa male perché rovina la relazione di fiducia tra me e Dio e tra me e i fratelli.
Quando Gesù avverte che pubblicani e prostitute ci passeranno avanti nel Regno dei cieli, non ci sta invitando ad imitarli, semplicemente registra come chi è più lontano da Dio vede più chiaramente le conseguenze dolorose e terribili del peccato nella propria vita e sa meglio cogliere le occasioni di misericordia che Dio dona. Il Signore è sempre disposto a venire a riprenderci, anche quando abbiamo toccato il fondo ma se si potesse evitare, se ci fidassimo ora e subito di lui, se ci lasciassimo oggi toccare dalla sua parola, se ci lasciassimo trasformare il cuore ne guadagneremmo sicuramente in gioia e serenità.

venerdì 22 settembre 2017

Il valore vero - Riflessione sul Vangelo di domenica 24 settembre 2017

Penso capiti a ciascuno di noi ben più di una volta al giorno di trovarsi in disaccordo con qualcuno, di faticare per far capire il nostro punto di vista, la prospettiva con cui valutiamo una determinata situazione. Caratteristica fondamentale dell'uomo è la ragione che ci permette di guardare la realtà e di interpretarla, di analizzarla e di giudicarla. Il modo con cui guardiamo alle cose della vita, il pensiero che seguiamo determina le nostre scelte e l'andamento di tutta la nostra vita molto più di quanto non ci rendiamo conto.
Molte volte la Scrittura ci ricorda che il modo di pensare di Dio è molto diverso dal nostro, che guardiamo alla realtà in due modi molto diversi.
La pagina di Vangelo di questa domenica ci presenta Gesù che racconta la nota parabola dei lavoratori a giornata. Un padrone esce alle sei del mattino e assume dei lavoratori per la sua vigna per quella giornata accordandosi con loro per la paga di un denaro, il normale salario giornaliero di un lavoratore dell'epoca. Esce poi di nuovo alle nove, a mezzogiorno, alle tre e alle cinque del pomeriggio e continua a mandare operai nella sua vigna. Alle sei il lavoro si conclude e tutti gli operai ricevono il loro salario, iniziano prima quelli arrivati per ultimi i quali ricevono un denaro e così via. Quando anche i primi ricevono un denaro si lamentano col padrone perché dovrebbero ricevere di più, avendo lavorato dodici ore e non una soltanto. Il padrone è irremovibile: con loro ha concordato un denaro e quello è quanto riceveranno, quanto dà agli altri è solo affar suo.
Non c'è bisogno di essere sindacalisti per schierarsi dalla parte degli operai: chi più ha lavorato deve ricevere di più! Ma questa è la mentalità del mondo, una mentalità economica, che mette al centro il profitto, il bene economico, che valuta una persona in base a quanto ha prodotto, a quanto valore ha aggiunto all'impresa.
Il pensiero di Dio è tutt'altra cosa. Per Dio al centro non c'è il profitto ma la persona, non il guadagno ma la vita. Il padrone della parabola dà a tutti la stessa paga perché è ciò che è necessario per vivere, se avesse pagato gli ultimi in base a quanto prodotto non avrebbero avuto di che sfamarsi, non avrebbero potuto portare a casa il pane alla famiglia, si sarebbero trovati a mendicare.
Che guaio sarebbe per noi se Dio ragionasse secondo il mondo! Chi di noi potrebbe pretendere di avere qualcosa visto che nemmeno la vita che viviamo è nostra!
Dio non ragiona come noi ma forse noi potremmo iniziare a ragionare come lui, potremmo iniziare a mettere al primo posto non il profitto ma la persona, non l'interesse ma la vita di chi ci sta accanto.
Il mondo continua a mettere al centro il profitto senza rendersi conto quante conseguenze gravi e pericolose questo comporti. Se ciò che è importante è il guadagno, chi non è in grado di produrre perché malato, handicappato, anziano è solo un peso, un fardello inutile. Infatti in molti paesi dove la logica del profitto la fa da padrona si sta facendo di tutto per liberalizzare l'eutanasia e il cosiddetto "aborto terapeutico" (che di terapeutico non ha proprio nulla). La logica del profitto porta a rifiutare chi non produce, chi chiede aiuto, chi è in difficoltà, e di tutto questo ne abbiamo piena la cronaca degli ultimi mesi.
Se invece imparassimo a pensare secondo Dio, a cercare non il profitto ma il bene delle persone, se dessimo a tutti la possibilità di lavorare secondo le proprie possibilità (perché la logica di Dio non approva i fannulloni, ciascuno deve contribuire per quanto può) e poi dessimo a tutti ciò che è necessario per vivere, se imparassimo a condividere i beni e non a concentrarli nelle mani di pochi, tutta la società ne trarrebbe grande giovamento.
Prima che qualcuno mi tacci di ideologie sinistroidi faccio presente che questo non è comunismo, il quale non ha nulla a che fare col Vangelo, questa è comunità. Noi ragioniamo come imprenditori, Dio ragiona come Padre che si prende cura di ciascuno dei suoi figli e fa in modo che nessuno di loro muoia di fame.
Chiediamo al Signore di aiutarci a convertire i nostri pensieri, a mettere al centro del nostro modo di pensare l'incommensurabile valore della persona umana per proporre modi nuovi di guardare alle cose, di vivere insieme, per iniziare ad essere più famiglia, a comportarci da figli di Dio.

venerdì 8 settembre 2017

Veri fratelli - Riflessione sul Vangelo di domenica 10 settembre 2017

La società in cui viviamo è stata definita con tante espressioni diverse che vogliono metterne in luce le caratteristiche fondamentali. Una di queste è sicuramente l'individualismo. Forse come conseguenza di lunghi periodi di autoritarismo nei quali c'era sempre qualcuno che comandava sugli altri, negli ultimi decenni si è fatto sempre più strada un forte bisogno di autonomia personale, di libertà di opinione, espressione, scelta. Tutte aspirazioni giuste in sé ma che se portate all'eccesso diventano pericolose. I social media sono uno specchio molto fedele di questa rivoluzione culturale: tutti si sentono in diritto di criticare, di esprimere il loro parere, di giudicare le parole e i gesti altrui convinti di essere i detentori della verità tutta intera. Siamo tutti molto bravi a riconoscere e a stigmatizzare i difetti, le debolezze, gli errori altrui, non però per aiutarli a correggersi e a cambiare ma per poter immaginare, almeno per un momento di essere migliori di loro.
Gesù ci propone uno stile ben diverso, ci chiede di amare il fratello che abbiamo accanto e prendercene cura, soprattutto quando questi commette una colpa contro di noi. Ci invita a correggerlo e a tentarle tutte per portarlo a rendersi conto del male commesso. Attenzione, però, non per vendetta e nemmeno con il fare arrogante e presuntuoso di che pensa di sapere tutto! Gesù ci invita alla carità fraterna a correggerci, a prenderci cura gli uni degli altri, a custodirci a vicenda.
Ciò che il Signore vuole condurci a creare è una comunione fraterna autentica, vera, fondata sull'amore, sulla carità, sul dono di se stessi. Sembra faticoso e lo è! Decisamente è più facile occuparci ognuno della propria vita lasciando che gli altri facciano lo stesso, la vita comunitaria è un impegno continuo di accoglienza, pazienza, comprensione.
Dobbiamo chiederci però cosa guadagniamo e cosa rischiamo di perdere?
Occuparci solo di noi stessi ci permetterà di avere sicuramente molto tempo libero che andrà sempre aumentando e poco a poco si rivelerà per ciò che è veramente: tempo di solitudine. L'autonomia esasperata che pretendiamo di avere oggi, la libertà di pensare e credere quello che mi pare ha un prezzo molto alto: la solitudine, appunto.
In gioco, allora, c'è la serenità della nostra vita, la nostra gioia!
Cos'è che ci può salvare da questa deriva individualista? L'amore vero! L'amore autentico, infatti, ci porta ad essere umili per saper riconoscere di non essere i detentori della verità tutta intera e nello stesso tempo ci fa desiderare comprendere sempre meglio la verità profonda di ciò che facciamo, delle nostre scelte, le loro conseguenze. L'amore ci fa accogliere i consigli e gli insegnamenti con attenzione per poter verificare poi la nostra vita. L'amore ci spinge a dimenticare il torto ricevuto e a prenderci cura del fratello che si è comportato male, non per vendicarci ma per aiutarlo a capire che facendo del male a noi ne ha fatto a se stesso. Comunione è volersi bene concretamente, accogliere il fratello così com'è, con i suoi difetti e i suoi pregi, con le sue capacità e le sue debolezze. Accogliere, non tollerare! Si fa tanto parlare oggi di tolleranza ma non ha nulla a che fare col Vangelo! Tolleriamo quello che vorremmo allontanare ma non possiamo, chi vorremmo eliminare ma non ci è possibile. Il Signore ci invita ad amarci gli uni gli altri, ad avere sollecitudine l'uno per l'altro, ad accoglierci così come siamo, d'altro canto è Lui il primo ad accoglierci così come siamo!
Con qualcuno sarà più semplice, con qualcun altro un po' più difficile, iniziamo allora dalla preghiera. Impariamo a pregare insieme, a chiedere al Signore di insegnarci a voler bene ai fratelli coi quali ogni domenica condivido la Messa, quelli della mia parrocchia, della mia comunità. Gesù ci ha promesso che se ci riuniamo nel suo nome, e dunque nel suo amore, egli è con noi. Lasciamo che ci ispiri un desiderio autentico di amare i nostri fratelli e di prendercene cura: è in questo tutta la nostra gioia.

sabato 2 settembre 2017

Relatività spirituale - Riflessione sul Vangelo di domenica 3 settembre 2017

"Tutto è relativo" diceva Einstein, parlava di spazio e tempo, materia e energia, ma in fondo è un principio che possiamo tranquillamente applicare anche alla nostra vita. Tutto dipende dal punto di vista da cui la consideriamo.
Gesù annuncia ai suoi discepoli che a Gerusalemme dovrà molto soffrire a causa degli Anziani e dei Sacerdoti, essere condannato, ucciso e risorgere il terzo giorno. Pietro si oppone a questa profezia e viene severamente rimproverato di pensare secondo gli uomini e non secondo Dio. Poi, tanto per essere chiaro, specifica che chi vuole essere suo discepolo e salvare la propria vita deve fare la stessa cosa, deve prendere la sua croce e seguirlo, altrimenti si troverà a perdere la propria vita.
Eccola qui quella che potremmo chiamare Relatività Spirituale: la vita può essere vissuta pensando secondo gli uomini oppure secondo Dio e il risultato è molto diverso.
Gesù guarda alla sua Passione nell'ottica di Dio, come il più grande atto d'amore, come la definitiva testimonianza della misericordia di Dio contro la malvagità umana. Pietro, e gli altri Apostoli con lui, vedono nella Passione la sconfitta del loro leader, la fine della loro avventura, lo sfumare di ogni speranza di liberazione dall'occupazione romana. Gesù guarda alla croce come un'occasione di amare fino in fondo, Pietro come uno strumento di sofferenza e morte.
Quando sentiamo parlare di croce abbiamo subito un istinto di rigetto, di fuga, questo perché stiamo continuando a ragionare secondo gli uomini, pensiamo che la croce sia solo un'inutile sofferenza, qualcosa da evitare.
Proviamo ora a considerarla dal punto di vista di Dio. Per farlo dobbiamo subito ricordare un fatto fondamentale, che diamo così per scontato che quasi ci dimentichiamo: Dio vuole la nostra salvezza e la nostra gioia, la vuole così tanto da essersi fatto crocifiggere per noi. Ogni volta che dovesse venirci il dubbio se il Signore ci ama davvero oppure no, guardiamo il Crocifisso, la risposta è lì!
Dio, dunque, vuole la nostra salvezza e la nostra gioia le quali sono frutto solo dell'amore donato. Lo capiamo bene con la gioia: i momenti più gioiosi della nostra vita sono quelli in cui abbiamo donato noi stessi. L'esempio migliore è sicuramente la nascita: non c'è gioia più grande di quella di una mamma che ha messo al mondo il proprio figlio e lo ha fatto in mezzo a grandissime sofferenze!
Ecco la croce di cui parla Gesù è questa: accettare di vivere una sofferenza per donare vita, per donare noi stessi per il bene di qualcun altro, in questo è tutta la nostra gioia e la nostra salvezza.
Prendere ogni giorno la croce e seguire il Signore non significa quindi andare a cercarsi nuovi modi di soffrire, Gesù non ci istiga al masochismo! Significa invece accettare tutte quelle piccole e grandi sofferenze che fanno parte della nostra quotidianità: i litigi con il marito o la moglie, le ribellioni dei figli, le esasperazioni dei genitori, le antipatie tra colleghi, le incomprensioni tra vicini, anche solo il fatto che un membro della mia famiglia tiri fuori il latte dal frigo e poi non ce lo rimetta. Tutto quello che ci fa fastidio, che ci disturba o che ci fa soffrire lo possiamo accogliere come occasione per amare di più il fratello molesto che abbiamo davanti. Se iniziamo con le piccole croci quotidiane impareremo a vivere anche le grandi sofferenze della vita come un'occasione di comunione con il Signore Gesù, con la sua croce.
Sembra un comportamento eroico ma non lo è, si tratta semplicemente della nostra umanità vissuta a pieno: non siamo fatti per pensare ai fatti nostri ma per donarci anche rinunciando a noi stessi. Siamo fatti a immagine e somiglianza di Dio e questo è quanto Dio fa con noi ogni giorno, si dona a noi.
Impariamo, quindi, a ragionare secondo Dio e non secondo gli uomini e tutto cambierà prospettiva.

sabato 15 luglio 2017

Piccolo seme - Riflessione sul Vangelo di domenica 16 luglio 2017

La società in cui viviamo ci assorda ogni giorno con tanti rumori, tanti suoni, musiche, voci. Abbiamo perso l'abitudine al silenzio, ne abbiamo quasi paura. Il silenzio, infatti, è il miglior alleato nel discernimento, nel saper scegliere, cioè, ciò che è buono e valido da ciò che è superfluo, ingannevole, falso.
Quanto è importante saper discernere, saper riconoscere ciò che è importante, buono, vero, ciò che ci fa bene perché ci indica la via giusta, ciò che ci rivela a noi stessi, che dà senso alla nostra vita!
Abbiamo un tesoro davanti a cui passiamo ogni giorno ma che raramente apriamo: la Parola di Dio!
Gesù dice ai suoi discepoli "molti profeti e molti giusti hanno desiderato [...] ascoltare ciò che voi ascoltate, ma non lo ascoltarono" e questo vale anche per noi. Quale immensa grazia abbiamo! Ogni giorno Dio vuole parlare con noi, vuole donarci la sua parola di salvezza, quella parola che trasforma la nostra vita da terra arida e sterile a campo rigoglioso, quella parola che ci svela il senso della nostra esistenza. Quanto spesso nemmeno la ascoltiamo! E anche quando la ascoltiamo spesso lo facciamo in maniera distratta, superficiale, ci lasciamo soffocare dalle preoccupazioni e dimentichiamo preso quanto il Signore ci ha detto.
Non c'è bisogno di molto tempo, non dobbiamo faticare gran ché, basta iniziare col dedicare un quarto d'ora alla mattina, appena alzati, all'ascolto del Vangelo del giorno. Cos'è un quarto d'ora nell'arco della nostra giornata, considerando che spesso sprechiamo un sacco di tempo in occupazioni inutili. Quel quarto d'ora cambia la nostra giornata e, se gli restiamo fedeli, col tempo cambia tutta la nostra vita. Ci sembra così poco che non riusciamo a credere che cambi davvero la nostra vita... ma avete mai avuto in mano un seme? Potreste credere che da una cosa così piccola possa uscire una pianta grande e carica di frutti? Così è la Parola di Dio, sembra piccola e insignificante, sembra quasi una perdita di tempo ma è ciò che rende la nostra vita fruttuosa, che le dà senso e ci dona pienezza.
Non ci credete? Provate, perseverate e vedrete che, dopo le difficoltà iniziali, non potrete più farne a meno perché il Signore avrà cambiato la vostra vita in un modo che nemmeno potete immaginare.