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sabato 24 settembre 2016

La mia vita la decido io - Riflessione sul Vangelo di Domenica 25 settembre 2016

Alcuni anni fa andammo a vedere un film al cinema con alcuni amici, all'uscita un giornalista ci chiese cosa ci avesse colpito di più e, benché avessimo visto tutti lo stesso film, ognuno di noi diede una risposta diversa. Nulla di strano, quando guardiamo un film, assistiamo ad uno spettacolo o una conferenza, quando leggiamo un testo, ognuno di noi nota maggiormente alcuni particolari e meno altri. A volte però la nostra attenzione può essere così attratta da un determinato elemento da farci perdere il senso generale di ciò che abbiamo davanti.
Potremmo correre questo rischio con il Vangelo di questa domenica, la parabola del ricco e del povero Lazzaro. A prima vista, infatti, potremmo essere colpiti dalla disparità di possibilità economiche dei due protagonisti, potremmo essere indotti a pensare che l'argomento principale sia, ancora una volta, la ricchezza. Potremmo così trovarci a chiederci come mai il Signore ce l'abbia tanto con la ricchezza di questo mondo.
Il centro di questa parabola però non è la ricchezza ma la vita eterna.
Gesù vuole metterci in guardia, vuole portarci a riflettere: la nostra vita non si conclude su questa terra, non è fatta solo per i pochi anni che trascorriamo qui, è fatta per la vita eterna ma come sarà quella lo decidiamo noi ora.
Riguardiamo insieme gli elementi fondamentali della parabola.
Due uomini: un ricco che vive nel lusso più sfrenato, che ogni giorno si abbuffa a lauti banchetti e che non nota neppure la presenza dell'altro uomo, il povero Lazzaro che coperto di piaghe spera di poter mangiare almeno gli avanzi ma non gli vengono concessi neppure quelli. Entrambi muoiono e nell'aldilà la loro sorte è rovesciata: Lazzaro è accanto ad Abramo, il ricco è tormentato negli inferi. Notiamo che non c'è un giudizio che stabilisce la sorte dell'uno e dell'altro ma la loro nuova condizione è conseguenza della condotta che hanno avuto in vita. Perché questo contrappasso? Perché le cose debbano essere necessariamente rovesciate? Perché ciò che appartiene a questo mondo è quasi sempre ingannevole, è un'illusione, sembra saziarci, sembra soddisfarci ma non lo fa mai veramente. Quante volte ci siamo convinti di aver bisogno di qualcosa per essere felici e poi quando l'abbiamo avuta ci siamo resi conto di essere esattamente al punto di prima? Inoltre quando inseguiamo le cose di questo mondo, quando pensiamo solo a soddisfare i nostri capricci , senza che nemmeno ce ne accorgiamo, diventiamo ciechi alle necessità dei nostri fratelli, esistiamo solo noi, ci rinchiudiamo in una solitudine dettata dall'avidità e dall'avarizia.
La vita eterna, invece, è la vita in Dio, nella sua verità, lì cadono tutte le menzogne, le illusioni, gli inganni, non possiamo più fingere, non possiamo più cercare noi stessi perché la luce di Dio ci rivela che la nostra pienezza, che lo scopo della nostra vita è amare, donarsi, condividere. Davanti a questa verità chi ha scelto di pensare solo a se stesso si ritrova nel dilaniante tormento di aver compreso di aver sprecato tutto la propria vita. Il ricco si ritrova negli inferi perché il suo cuore non è più capace di amare e chi non sa amare non riesce a stare davanti a Dio che è amore.
Quale soluzione, dunque? Come possiamo evitare di ritrovarci anche noi con un cuore così indurito da non essere capace di alcuna compassione? Ascoltando la Parola di Dio, lasciandoci guidare da Lui a condividere quello che abbiamo con chi non ne ha, a saperci fare vicini a chi è più debole, a chi soffre, ad amare come Dio ama noi. Sembra un compito arduo e faticoso, in realtà si tratta solo di lasciare che lo Spirito Santo agisca in noi, dobbiamo solo abbassare le nostre difese, le nostre paure e il resto lo farà Lui. Gradualmente, con pazienza e delicatezza trasformerà il nostro cuore, ci renderà capaci di amare veramente, di riconoscere le sofferenze dei nostri fratelli e di farcene carico secondo le nostre possibilità. Impareremo che c'è molta più gioia nel condividere che nel tenere tutto per sé.

venerdì 16 settembre 2016

La ricchezza vera - Riflessione sul Vangelo di domenica 18 settembre 2016

Qualche giorno fa ho letto una notizia che mi ha fatto molto riflettere: quintali di prodotti agricoli sono stati distrutti perché eccedenti le quote stabilite dalla Comunità Europea. Non è certo la prima volta che leggo notizie simili, ricordiamo tutti alcuni anni fa le proteste sulle "quote latte". Davanti a tanto cibo sprecato e considerando quanti milioni di persone nel mondo ogni giorno soffrono la fame e ne muoiono anche, ho chiesto spiegazioni ad amici economisti e mi è stato risposto che sono misure necessarie per evitare svalutazioni dei prodotti, crescita dell'inflazione e altre conseguenze economiche. Forse la semplifico un po' troppo ma mi sembra di aver capito che l'Italia, uno dei Paesi più ricchi, distrugge il cibo per continuare a restare tale, uno dei Paesi più ricchi del mondo. Beninteso questa stessa cosa si fa anche nelle altre Nazioni! Che ricchezza e povertà esistano da quando esiste l'umanità non è certo un segreto, così come non è un segreto che la ricchezza sia la causa di ogni conflitto dall'alba dei tempi ad oggi. In molti hanno anche cercato di trovare soluzioni che diminuissero il divario tra ricchi e poveri, sono state elaborate ideologie di indirizzo diverso che sono poi diventate correnti politiche che hanno tentato di politicizzare l'economia ottenendo però il risultato opposto: oggi è l'economia che comanda anche sulla politica. 
Ma tutto questo cosa c'entra col Vangelo? Il Vangelo non parla solo di cose spirituali? 
Il Vangelo parla della nostra vita e alla nostra vita, dunque ci aiuta anche a riconoscere le menzogne e gli inganni del mondo, ci insegna a scegliere la verità e il bene, quello vero.
Nel Vangelo di questa domenica Gesù definisce la ricchezza di questo mondo disonesta. Parola forte che forse ci ferisce un po' perché quello che possediamo possiamo con serenità affermare di averlo guadagnato in piena onestà. Purtroppo però è tutto il sistema che è disonesto, che stabilisce da sé le proprie regole in modo che alcuni restino avvantaggiati a scapito degli altri. 
Per Gesù la ricchezza di questo mondo è disonesta perché nel disegno del Padre i beni di questo mondo sono per la sussistenza di tutti i suoi figli, non solo di alcuni. Tratteniamoci dalla tentazione di attribuire a Gesù ideologie che non gli appartengono e che sono decisamente successive alla sua predicazione e cerchiamo invece di capire cosa vuole indicarci.
Posto che la ricchezza è disonesta e più di tanto non possiamo fare per evitarlo, cerchiamo per lo meno di usarla bene, cerchiamo di fare in modo di gestirla secondo quello che era il disegno originale, impariamo a condividerla con chi ne è privo. Con attenzione, nei modi giusti, curando che quanto diamo sia davvero utile a ci riceve. Gesù ci invita a condividere nella carità: dividere cioè quello che è in nostro possesso con il fratello che ha bisogno non per tacitarci la coscienza ma per amore del fratello, provvedendogli quanto gli serve, non per soddisfarne capricci o per assecondarne vizi, ma per alleviarne le sofferenze. 
Viene però da chiedersi se sia davvero così necessario, se sia proprio indispensabile. Se vogliamo la vita eterna lo è! Non perché Dio voglia punirci se abbiamo tenuto tutto per noi ma perché la vita eterna è piena condivisione, piena comunione d'amore. Se non iniziamo a vivere da oggi questa comunione, se non iniziamo da ora a riconoscere in chi abbiamo davanti un fratello da amare non saremo capaci di entrare nel Regno di Dio, se non impariamo ora a condividere non saremo capaci di condividere un giorno la gioia del Paradiso. 
L'unica vera ricchezza della nostra vita non è il denaro ma l'amore, di quello dobbiamo arricchirci condividendo ciò che abbiamo con i fratelli che il Signore ci mette accanto ogni giorno.

sabato 10 settembre 2016

Misericordiosi come il Padre - Riflessione sul Vangelo di domenica 11 settembre 2016

Quando, poco più di un anno fa, Papa Francesco ha iniziato a parlare di Giubileo della Misericordia, alcuni hanno cominciato subito a chiedersi se fosse davvero così necessario, se servisse veramente fermarsi per un intero anno a meditare sulla misericordia di Dio.
Io penso che basti guardarsi intorno, sfogliare i giornali, ascoltare le notizie o anche solo fare la fila alla posta o al supermercato, per capire che la nostra società, che tutti noi abbiamo bisogno di misericordia. Abbiamo bisogno di scoprirci "misericordiati" (come dice il Papa) e abbiamo bisogno di imparare ad avere misericordia.
Il Vangelo di questa domenica è un concentrato di misericordia, è il capitolo del Vangelo di Luca che raccoglie le tre parabole della misericordia: la pecora smarrita, la moneta perduta, il figlio prodigo. Tutte parabole che conosciamo benissimo, che abbiamo ascoltato molte volte, che forse sappiamo anche a memoria. ma che, come una gemma preziosissima, ci svelano continuamente nuove sfumature, continuano ad essere strumento prezioso con cui il Signore parla alla nostra vita.
Papa Francesco ha voluto dare a questo Giubileo della Misericordia un motto "Misericordiosi come il Padre" dobbiamo cioè imparare dal Padre ad essere misericordiosi. Soffermiamo dunque la nostra attenzione proprio sugli atteggiamenti del Padre che Gesù mette in luce con queste tre parabole.
A me colpiscono due aspetti. Innanzi tutto il Padre non è fermo, statico, non resta in attesa del nostro ritorno, è lui a muoversi, a cercarci, a venirci incontro. Il pastore si mette in cerca della pecora smarrita, la donna spazza la casa, il padre corre incontro al figlio prodigo che ritorna. Dio non si dà mai per vinto, non si rassegna mai quando ci siamo allontanati da lui, continua a cercarci, a venirci incontro, a desiderare con tutto se stesso di poterci riabbracciare. Non ci rimprovera, non ci sgrida, non ci fa la ramanzina, anzi ci carica sulle sue spalle, si prende cura di noi, ci ridona dignità, pace, serenità.
Ci sono tante persone che vivono schiacciate da sensi di colpa, magari perché nella vita hanno commesso errori, hanno fatto peccati gravi, di cui si vergognano e di cui non sanno trovare la forza di perdonarsi. Capita che vengano a celebrare la Riconciliazione e vogliano confessare per l'ennesima volta quel peccato così doloroso. Non è il perdono di Dio che cercano ma il proprio. In fondo al cuore sanno che veramente Dio le ha già perdonate ma sono loro a non saper perdonare se stesse.
In queste tre parabole non c'è il minimo accenno a un qualunque tipo di rimprovero, di accusa, perché Dio non rimprovera né accusa, Dio accoglie e fa festa.
Ecco il secondo grande elemento: la gioia, la festa. Dio è felice quando può perdonarci, quando ci lasciamo trovare, quando ci lasciamo abbracciare e coccolare da lui. Fa festa, una festa per noi, una festa in cui la nostra vita così segnata dal male e dal peccato, così schiacciata dal dolore e dalla colpa, può finalmente tornare a gioire, ad essere così come era stata pensata. Essere "misericordiati"è esattamente questo.
Dobbiamo poi imparare anche noi ad essere misericordiosi, lasciamo da parte le accuse, i giudizi, le critiche, così spesso inquinate da invidia, risentimento, vendetta. Quando qualcuno ci fa del male, prima di reagire cerchiamo di avere compassione, prima di allontanare cerchiamo di accogliere, prima di rispondere con la stessa moneta cerchiamo di perdonare, sempre e comunque, anche quando l'altro non è pentito, anche quando sembra ostinarsi nel male.
Chiediamo al Signore che renda il nostro cuore desideroso di misericordia, ricevuta e donata, senza condizioni, senza paure. Forse potrebbe sembrare un atteggiamento da perdenti, da chi si tira indietro, no, è essere misericordiosi come il Padre e provare così la sua stessa gioia.

sabato 3 settembre 2016

Esigenza d'amore - Riflessione sul Vangelo di domenica 4 settembre 2016

Davanti ad alcune pagine di Vangelo d'istinto ci potrebbe venire da chiederci "ma quel giorno Gesù si era alzato male?". Tutti abbiamo le nostre giornate no, quelle in cui siamo un po' più suscettibili e un po' più nervosi ed esigenti. Così ci viene da pensare che forse anche il Signore ha passato giornate così e forse proprio in quelle ha fatto discorsi che siamo disposti ad accogliere solo con molta fatica.
È forse il caso della pagina di Vangelo di questa domenica: prima Gesù afferma chiaro e tondo che se vogliamo essere suoi discepoli dobbiamo amare lui più di ogni altro, più dei genitori, più dei figli, dei fratelli e perfino più della nostra stessa vita. Aggiunge poi una seconda clausola: prendere la propria croce e seguirlo. Se poi avessimo ancora dei dubbi ci avverte con una parabola di valutare bene prima di fare scelte che poi non possiamo portare a termine. "Gesù ti preferivo quando parlavi di pace e accoglienza!" Ci viene da dire.
Attenzione! Ricordiamo sempre che c'è una sola cosa che sta a cuore al Signore Gesù: la nostra salvezza! E ce l'ha così a cuore che si è fatto inchiodare a una croce! Ricordiamo anche che non cerca di complicarci la vita, quello siamo bravissimi a farlo da soli, al contrario, vuole semplificarcela, facendoci riconoscere i nostri errori.
Proviamo allora a leggere in quest'ottica questa difficile pagina di Vangelo.
Nella vita ciascuno di noi ha delle persone che ama più delle altre, quasi sempre sono gli affetti familiari, quelli con cui abbiamo legami di sangue, quelli con cui abbiamo trascorso la maggior parte della nostra vita, che si sono presi cura di noi, di cui noi ci siamo presi cura. Amare queste persone è per noi del tutto naturale, ma le amiamo di un amore terreno spesso fragile, incompleto. A volte ci accorgiamo di non essere capaci di amare come vorremmo, che vorremmo poter fare di più perché intuiamo che è in un amore senza limiti che possiamo trovare tutta la nostra gioia e pienezza.
Quando Gesù ci dice "Se uno viene a me e non mi ama più di quanto ami suo padre, la madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo." ci sta offrendo proprio la possibilità di amare le persone a noi più care, ma anche tutte le altre che incontriamo ogni giorno sul nostro cammino, in un modo nuovo, come lui ha amato noi, donando se stesso e insegnando a noi a fare lo stesso.
Ecco allora che la croce non è uno strumento di tortura, quando Gesù ci dice: "Colui che non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo" non ci sta invitando a scegliere un modo per soffrire, ci sta indicando il luogo per amare pienamente. La croce di Gesù non è il simbolo della sua sofferenza ma il luogo del suo amore pieno e totale. La croce della nostra vita non è qualunque cosa ci faccia male, è invece quella situazione, quell'ambito, della nostra vita in cui dobbiamo rinunciare a noi stessi per amore degli altri. Nella croce, così come la intente Gesù, c'è si sofferenza ma c'è soprattutto amore, amore puro, amore donato. È croce il sonno di una mamma che si alza alle tre del mattino nutrire il figlio neonato, è croce la stanchezza di un padre che va al lavoro per provvedere alle necessità della famiglia, è croce la fatica e lo sforzo di un giovane che studia perché vuole dare il suo contributo a rendere il mondo un posto migliore, è croce l'impegno di un catechista che vuole annunciare Cristo ai bambini che gli sono affidati.
Ecco, in questa prospettiva la pagina di Vangelo di questa domenica cambia molto! Gesù non è arrabbiato o scocciato, non è severo perché pretende perfezione, è esigente perché l'amore è di sua natura esigente!

sabato 23 luglio 2016

Preghiera: un abbraccio fiducioso - Riflessione sul Vangelo di Domenica 24 luglio 2016

Sant'Agostino sostiene che in ciascuno di noi c'è un anelito, un desiderio, una nostalgia di Dio, in tutti! Anche in quanti si professano atei convinti! Quante volte mi è capitato di incontrare persone che non mettevano piede in chiesa da decenni ma che, trovandosi ad affrontare problemi o dolori molto grandi, hanno sentito il bisogno di pregare, di affidarsi a qualcuno, di provare a credere che la nostra vita non è gettata per caso in questo mondo ma è amata, custodita, difesa. È vero che molti tornano in chiesa quando hanno paura di morire o non sanno più come tirare avanti, è vero che sembra un po' troppo comodo un tale comportamento e forse alla maggior parte di noi appare opportunistico.
Dio però non la pensa così! Dio è un Padre che ama tutti i suoi figli, anche quelli che non si fanno sentire da tanto tempo e quando si rifanno vivi hanno bisogno di qualcosa. Dio è un Padre tenerissimo che non tiene conto dei nostri peccati pur di riabbracciarci, pur di potersi ancora prendere cura di noi.
Tutti noi da bambini abbiamo imparato alcune preghiere: il Padre nostro, l'Ave Maria, l'Angelo di Dio, magari le nostre nonne ci hanno insegnato qualche piccola giaculatoria (quelle preghiere brevi, spesso in rima, da ripetere spesso). Abbiamo imparato che la preghiera è un dovere per un buon cristiano, che è il modo con cui chiediamo a Dio che si occupi delle nostre difficoltà. Purtroppo il risultato di questo genere di educazione è che la nostra preghiera assomiglia a una domanda in carta bollata da presentare allo sportello dell'ufficio richieste del Comune.
La preghiera però è tutt'altro! È questione di fiducia!
La preghiera è l'abbandono fiducioso nelle braccia del Padre. Quando i discepoli hanno chiesto a Gesù di insegnare loro a pregare Gesù ha insegnato il Padre nostro. San Francesco non riusciva ad andare oltre la parola Padre perché poter chiamare Dio Padre gli causava una gioia così grande che no riusciva a dire altro.
Non pensiamo alla preghiera come una richiesta ma come un'abbandonarci con fiducia nell'abbraccio del Padre e lì, quando siamo faccia a faccia, anzi guancia a guancia con Lui, sussurrargli all'orecchio le nostre preoccupazioni, i nostri dolori, le nostre ansie. Il Padre non mancherà di consolarci, di sostenerci, di rasserenarci. "Ci penso io" ci dirà con tenerezza e fermezza.
Quante volte nella preghiera ci troviamo a chiedere cose che non ci servono veramente, avanziamo richieste dettate dalle nostre paure e dalle nostre ansie. Quando, invece, vivremo la preghiera come un'intimità fiduciosa col Padre ecco che non chiederemo più nulla che non ci sia davvero necessario perché sapremo che Egli provvede tutto ciò che ci serve.
Quando sapremo abbandonarci fiduciosi nelle braccia del Padre comprenderemo che uno solo è il vero desiderio del nostro cuore: lo Spirito Santo, essere abitati dall'Amore di Dio, diventare un tutt'uno con Lui affinché sia la nostra luce, la nostra forza, la nostra pace.
In questo tempo estivo cerchiamo dei tempi di intimità col Padre, ritagliamoci qualche tempo di silenzio e di tranquillità per abbandonarci nel suo abbraccio e sperimentare tutta la dolcezza del suo amore per noi.

sabato 16 luglio 2016

Il tempo più prezioso - Riflessione sul Vangelo di domenica 17 luglio 2016

Negli anni trascorsi al Pontificio Seminario Romano Maggiore il periodo più intenso e impegnativo era quello della festa della Madonna della Fiducia, nostra patrona. La mattina veniva celebrata la Messa solenne, presieduta dal Cardinal Vicario e concelebrata da tanti Vescovi e sacerdoti ex alunni, seguiva poi un pranzo a cui erano invitate sempre almeno duecentocinquanta persone, nel pomeriggio ricevevamo la visita del Papa che poi si fermava a cena. Già nei giorni precedenti i preparativi fervevano: tutto veniva tirato a lucido, dalla fioreria vaticana arrivavano le piante per abbellire corridoi e scaloni, per le celebrazioni si preparavano i paramenti e i vasi sacri più belli e preziosi, il refettorio veniva apparecchiato con i servizi decorati, le posate preziose, i bicchieri di cristallo. Era un gran lavoro che coinvolgeva tutta la comunità. Ci tenevamo a far tutto bene, non per fare bella figura, ma perché con l'attenzione e la cura nel preparare tutte le cose più belle intendevamo dimostrare sia che quella era per noi una festa importante sia il rispetto e l'affetto per tutti gli ospiti.
Quello che accadeva in Seminario penso accada anche in ogni nostra casa: quando viene a trovarci qualcuno a cui teniamo particolarmente gli dimostriamo il nostro affetto anche attraverso un'apparecchiamento diverso dal solito, con piatti più prelibati, facendo attenzione che tutto sia pulito e in ordine.
Nella pagina di Vangelo di questa domenica Marta e Maria, due sorelle, accolgono in casa Gesù. La prima si dà subito un gran daffare per preparare tutto l'occorrente per il pranzo, per servire il Maestro, la seconda invece si siede e ascolta le parole del Signore. Ben sappiamo che Marta viene poi a lamentarsi con Gesù per il comportamento della sorella ricevendone, però, una risposta spiazzante: lei si è scelta la parte migliore. Maria ha scelto di non affannarsi in tanti servizi, ha capito che in quel momento l'unica cosa importante era ascoltare il Signore Gesù, che tutto il resto poteva attendere. Marta, dal canto suo, non si stava facendo gli affari propri, si stava preoccupando di servire al meglio Gesù.
Quante volte anche noi ci troviamo in questa situazione, quante volte anche noi vogliamo poter fare qualcosa per servire il Signore. Ci inventiamo servizi, volontariati, impegni, facciamo progetti e proposte, tutti con una buona intenzione, sempre con l'idea di fare qualcosa per Gesù. Ma quanto tempo della nostra giornata è dedicato all'ascolto del Signore, della sua Parola? Quando partecipiamo alla Messa, quanto stiamo ad ascoltare o quanto, invece, continuiamo a pensare alle cose da fare?
La parte migliore è quella che viviamo ai piedi di Gesù, è il tempo che dedichiamo alla preghiera e all'ascolto della sua parola. Solo da quella parte migliore sgorgano poi le attività, altrimenti tutto diventa solo attivismo. Questo Vangelo ci viene annunciato nel tempo più propizio, il tempo estivo in cui tutti abbiamo meno impegni. Cogliamo l'occasione, e scegliamo di sederci ai piedi di Gesù per un po' di tempo ogni giorno. Prendiamo il Vangelo e ascoltiamo il Signore che parla alla nostra vita, che ci dà una direzione, che ci ispira servizi e progetti secondo la sua volontà. Ammalati di efficientismo da questa società che considera solo il profitto, inconsciamente pensiamo che il tempo dedicato alla preghiera e alla meditazione della Parola di Dio sia tempo perso, infruttuoso. La preghiera non è l'ultima cosa ma la prima, un discepolo del Signore prima di fare ogni cosa dovrebbe fermarsi a pregare e ad ascoltare il Signore che gli parla e solo dopo agire.
Impariamo anche noi da Maria a scegliere la parte migliore che non ci sarà tolta, scopriremo che quest'intimità col Signore Gesù nell'ascolto della sua Parola è ciò che colma di pace, di serenità, difiducia e gioia tutta la nostra vita.

sabato 9 luglio 2016

Un cuore che si dà da fare - Riflessione sul Vangelo di domenica 10 luglio 2016

Ci sono alcune pagine del Vangelo che sono diventate così famose da essere entrate anche nei modi di dire. È il caso della parabola del Buon Samaritano che ascoltiamo questa domenica. Attenzione però, proprio perché la conosciamo bene non lasciamoci distrarre, permettiamo al Signore di dirci qualcosa di nuovo anche questa volta.
Alla domanda di un dottore della Legge che chiede cosa fare per avere in eredità la vita eterna la risposta di Gesù è molto chiara: applicare il comandamento dell'amore, amare Dio con tutto se stessi e il prossimo come se stessi. Detto così sembra semplice ma è anche un po' troppo teorico, che significa amare il prossimo come se stessi? Per rispondere a questa domanda Gesù racconta la celebre parabola. Abituati a parlare di "buon samaritano" inconsciamente diamo tutti per scontato che il sacerdote e il levita, che passano accanto all'uomo malmenato senza fermarsi, siano malvagi, ipocriti e spietati. Ma qual è la vera differenza tra loro e il samaritano. Ciò che salta subito agli occhi è il modo di comportarsi davanti al poveretto incappato nei briganti: i primi due passano oltre, il terzo si ferma e se ne prende cura. Questa però è solo la differenza più evidente, ce n'è un'altra molto più importante che è alla base dei diversi comportamenti dei personaggi. I primi due vedono e passano oltre, non si lasciano coinvolgere dalla situazione del poveretto, non provano nulla per lui, continuano a pensare ai propri affari, mettono i propri interessi al di sopra della salute del pover'uomo ferito. Se si fossero fermati a soccorrerlo si sarebbero contaminati con il sangue e non avrebbero potuto svolgere le loro funzioni sacerdotali e levitiche. Restano indifferenti o, comunque, i loro affari hanno un'importanza maggiore.
Il samaritano, invece, vede l'uomo malmenato e ne prova compassione, si lascia commuovere dalla sua condizione, comprende che la vita di quel poveretto è in pericolo e la mette al primo posto delle sue priorità per cui se ne prende cura nel modo che ben conosciamo.
Ecco la differenza tra i primi due e il buon samaritano è tutta nel cuore, quest'ultimo ha un cuore capace di provare compassione, di amare visceralmente, di sentire il dolore dell'altro, che lo porta poi a mettersi in gioco, a darsi da fare, a non tirare dritto ma a prendersi cura.
È chiaro che questa parabola Gesù non l'ha raccontata solo per il dottore della legge, l'ha raccontata anche per noi, interroga anche noi. Come  il mio cuore? È capace di compassione? Sa riconoscere il dolore dell'altro per poi darsi da fare?
Se a queste domande avete avvertito un senso di angoscia e vorreste smettere di leggere, non preoccupatevi, è del tutto normale. Sì, perché l'amore, quello vero, fa paura a tutti proprio perché ci interpella, ci spinge a sporcarci le mani, a lasciare le nostre comodità, ci rende vulnerabili, ci porta ad esporre la parte più fragile di noi: il nostro cuore. Dobbiamo però vincere questa paura di poter soffrire, di esporci, di affezionarci, di voler bene a qualcun altro. Certo, il rischio lo correremo sempre, ogni volta che sceglieremo di amare qualcuno ci esporremo anche alla possibilità della delusione e del dolore ma finalmente il nostro cuore potrà fare ciò per cui è stato creato: amare!
Il nostro cuore, però, è spesso indurito, rattrappito su se stesso, amare gli altri ci resta molto difficile, non sappiamo come fare… Ma Gesù ci ha ben indicato come imparare ad amare: lasciandoci amare da Dio e amandolo con tutto noi stessi. Con pazienza e semplicità mettiamoci davanti al Signore e diciamogli “Signore, ho deciso di amarti con tutto me stesso, il mio cuore però non è molto capace di amare, insegnami tu, donami il tuo Spirito, accenda in me il fuoco dell’Amore vero!”
All’inizio sarà faticoso ma, piano piano, vedrete il vostro cuore rifiorire, scoprirete di saper voler bene anche alle persone non molto simpatiche e poi anche a quelle che vi hanno fatto del male. Vedrete che non potrete fare a meno di prendervi cura di chi soffre accanto a voi e proprio in questo, proprio in ciò che una volta vi faceva paura, troverete la vostra gioia.