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sabato 28 novembre 2015

Tempo di attesa - Riflessione sul Vangelo di domenica 29 novembre 2015

I mezzi di comunicazione sempre più efficienti ci trasmettono in tempo reale quello che accade in ogni angolo del mondo e, purtroppo, spesso quello che ci fanno vedere è molto brutto. Abbiamo ancora molto vivido il ricordo delle immagini giunte da Parigi solo due settimane fa e ogni giorno hanno continuato ad arrivarci altre notizie di violenze, guerre, omicidi. Davanti a tutte queste notizie così tristi e terribili ci ritroviamo inorriditi, tristi, preoccupati, non possiamo fare a meno di chiederci "e se capitasse a me o ai miei cari?".
Questa abbondanza di notizie corredate da immagini strazianti ci hanno portato ad essere molto emotivi, a cercare il senso di quello che vediamo senza riflettere sulle cause, a chiederci "ma dov'è Dio in tutto questo, perché permette questi abomini?"
Il Signore Gesù viene oggi nel nostro mondo ferito dall'odio e dalla violenza, viene accanto a noi appesantiti dalla paura, dall'ansia per il nostro futuro, viene a farci rialzare la testa a ridarci coraggio, a farci guardare oltre questo mondo così cupo.
Iniziamo questa domenica il Tempo dell'Avvento, il tempo dell'attesa del Signore che viene. La Chiesa ci ricorda che non è questa la nostra casa, che non è per questo mondo che siamo stati creati, che quanto accade qui non può toccare ciò che è stato preparato per noi e ci invita ad attendere il Signore Gesù che viene, senza averne paura, con fiducia, con speranza, nella certezza che non manca mai di compiere le sue promesse.
Gesù sa bene che vivere a questo mondo non è facile, che ci troviamo circondati da tanto male, che anche noi spesso ci troviamo a compierlo, magari non compiamo attacchi terroristici, ma anche ciascuno di noi sa di aver fatto male a qualcuno in un momento di rabbia, di gelosia, di invidia. A volte per distrarci cerchiamo di ubriacarci di tante cose, cerchiamo di impegnare la nostra vita in tante attività, in tante occupazioni, per distrarci, per non pensarci, per darci l'illusione che le cose possono anche andare bene. Eppure tutte queste cose, ognuno ha le sue, ci appesantiscono solo , ci stancano e ci fanno adagiare.
Il Vangelo di questa domenica ci invita a rialzare la testa, a guardare oltre le cose di questo mondo, non per trascurarle, non per fingere che non siano importanti o per rintanarci in un mondo fantastico ma per puntare lo sguardo su colui che ci salva da tutto questo.
Le pagine di Vangelo come questa, che annunciano la fine del mondo, non ci stanno mai molto simpatiche, ci mettono sempre un po' d'ansia. Ci hanno sempre dipinto il Giorno del Giudizio come un momento terribile di cui avere paura e così speriamo che arrivi il più tardi possibile. Invece è proprio il contrario, quel giorno sarà il Giorno, il momento del nostro incontro definitivo con il Figlio dell'Uomo, con il Signore Gesù che ci ha amato fino a dare tutta la sua vita per noi, che ci accoglie nel suo Regno dove non c'è più alcuna traccia di male.
Non dobbiamo, dunque, avere paura di quel Giorno, non dobbiamo temere l'incontro col Signore Gesù, anzi dobbiamo aspettarlo con ansia, come si aspetta l'arrivo di una persona cara.
San Paolo ci ha dato le indicazioni di come prepararci a questo incontro: rendendo saldi i nostri cuori nell'amore sovrabbondante. Il nostro amore si consolida innanzi tutto con il perdono, se prima non perdoniamo non potremo nemmeno amare. Iniziamo col perdonare noi stessi, perdoniamoci per gli errori compiuti, per le debolezze, per le fragilità. Tutti fatichiamo a perdonare gli altri perché innanzi tutto non siamo capaci di perdonare noi stessi e così teniamo anche lontano il perdono di Dio.
Con la sua Croce il Signore Gesù ci dice che il Padre perdona chiunque si rivolga con sincerità e pentimento a lui, perché è Dio di misericordia, questo non lo dobbiamo mai dimenticare. Papa Francesco ha voluto indire un Giubileo della Misericordia perché è ciò di cui abbiamo tutti più bisogno. Ma se non siamo disposti a perdonare noi stessi non saremo nemmeno disposti ad accogliere la misericordia di Dio per noi. Impariamo dunque a perdonare noi stessi e diventeremo capaci di perdonare anche chi ci ha fatto del male, inizieremo così ad amare come Gesù ci ama, rinsalderemo il nostro cuore nel suo amore e comprenderemo, col cuore, che non solo non abbiamo nulla da temere dal suo ritorno ma che anzi dobbiamo aspettarlo con tutto noi stessi perché sarà il compimento di tutta la nostra vita.

sabato 21 novembre 2015

Re della verità - Riflessione sul Vangelo di domenica 22 novembre 2015

Nell'aula della mia quinta elementare c'era una grande cartina dell'Italia con le regioni colorate con colori diversi e quando la maestra ci interrogava in geografia per prima cosa ci chiedeva di indicare i confini di ogni regione. All'epoca non mi era ben chiaro quale fosse la ragione di tanta attenzione proprio ai confini, capii successivamente che i confini erano importanti per identificare l'appartenenza di un determinato luogo all'una o all'altra regione.
Dall'inizio della sua predicazione, Gesù ha parlato del Regno di Dio, nel Vangelo di questa domenica si proclama egli stesso Re, ma quali sono i confini di questo Regno?
Gesù stesso precisa che il suo Regno non è di questo mondo, è dunque inutile cercarne i confini sulla cartina geografica, eppure è un regno in cui tutti siamo invitati ad entrare, di cui siamo stati resi cittadini con il Battesimo.
Non è facile per noi da capire, siamo abituati alle cose di questo mondo che hanno dei confini precisi, non solo gli stati o le regioni, tutto ha dei confini, anche noi abbiamo dei confini, potremmo dire che la nostra pelle è il confine del nostro corpo. Il Regno di Dio non è di questo mondo, quindi dobbiamo partire con l'idea che si tratta di qualcosa di diverso da ciò a cui siamo abituati, cercare dei confini fisici sarebbe inutile. Tuttavia anche il Regno di Dio ha un confine: la verità. Gesù afferma davanti a Pilato di essere venuto per dare testimonianza alla verità e chi è dalla verità ascolta la sua voce. Dunque il Regno di Dio è il regno della verità e Gesù è il Re della verità perché ci conduce alla verità.
Ma cosa significa che il Regno di Dio è il regno della verità?
Guardiamo alla nostra vita, quante volte non siamo veri, non solo quando diciamo le bugie, non siamo veri nemmeno quando ci comportiamo in modo autentico, quando fingiamo di essere diversi da quello che siamo per essere come gli altri ci vogliono. Non viviamo secondo verità quando non siamo disposti a riconoscere le nostre debolezze, i nostri limiti, e cerchiamo di nasconderli, di negarli, di mascherarli. Non viviamo secondo verità quando le nostre relazioni non sono gratuite ma interessate, quando siamo amici di qualcuno perché ci fa comodo, quando cerchiamo di approfittarci delle situazioni. In tutte queste situazioni, e in molte altre, non siamo veri, non viviamo secondo verità e così non siamo nemmeno liberi, siamo schiavi della menzogna che ci costringe a vivere in modo falso. Quante volte ci sentiamo appesantiti, siamo tristi, scoraggiati, delusi dalla vita che abbiamo, è perché non viviamo secondo verità, forse perché ne abbiamo paura, forse perché pensiamo che possa farci male.
Gesù è il nostro Re, è il Re della verità e, come ogni buon re, guida i suoi verso il Regno. Lasciamoci guidare da Gesù a vivere la verità, lasciamoci liberare dalla schiavitù della menzogna, scegliamo di seguirlo, di riconoscerlo come nostro Re.
Per fare tutto questo dobbiamo solo metterci in ascolto della sua parola di verità, che ci libera, che ci salva.
Per ascoltare dobbiamo innanzi tutto fare silenzio noi poi dobbiamo mettere a tacere le tante voci che risuonano intorno a noi e nella nostra mente che ci spingono alla menzogna. Quando avremo fatto silenzio nella nostra vita potremo metterci in ascolto della parola del Signore Gesù, all'inizio sarà difficile da comprendere, come quando si impara una lingua nuova, poi piano piano ci diventerà familiare, impareremo a riconoscerne le caratteristiche, come riconosciamo la voce delle persone care. Il Signore parla a ciascuno di noi in modo diverso ma possiamo riconoscere la sua voce perché è l'unica che ci dice la verità della nostra vita, della nostra esistenza.
Vieni a regnare nella mia vita, Signore Gesù, a riportare verità, vieni a sconfiggere la menzogna, la falsità, l'inganno, vieni a liberarmi da ciò che mi costringe a portare una maschera, a fingere di essere diverso da quello che sono, sarò così, finalmente, libero da ciò che mi ha fatto soffrire, che mi ha intristito e angosciato e inizierò a vivere la vita che il Padre desidera per me, quella di figlio amato.

sabato 14 novembre 2015

Pronti all'incontro più importante - Riflessione sul Vangelo di domenica 15 novembre 2015

Quando ero in Seminario, per la festa della Madonna della Fiducia, il Papa veniva ad incontrare noi seminaristi. Era un momento molto emozionante e i giorni precedenti erano dedicati a tanti preparativi: si tiravano a lucido tutti gli ambienti, arrivavano le piante e i fiori per adornare i corridoi, la sala e il refettorio dove avremmo ricevuto il Santo Padre, si apparecchiavano i tavoli con piatti e bicchieri preziosi... ognuno aveva un compito specifico, tutti ci preparavamo ad un incontro speciale.
Forse non a tutti sarà capitato di dover incontrare il Papa ma penso che tutti abbiamo sperimentato la trepidazione dell'attesa di un incontro speciale, l'attenzione nel preparare tutto, il timore che qualcosa possa andare storto... Gli incontri importanti vanno preparati con cura.
Ognuno di noi, nella vita, si trova a dover fare degli incontri importanti, tutti però ci stiamo preparando ad un incontro speciale, l'incontro più importante di tutta la nostra esistenza: l'incontro con il Signore Gesù.
Il Vangelo di questa domenica ci parla proprio di questo incontro ma lo fa con un linguaggio un po' difficile. In gergo tecnico si chiama linguaggio apocalittico perché diffuso in molti libri di profeti, in alcune pagine del Vangelo e nel libro dell'Apocalisse, nei quali Dio rivela il compimento della salvezza che il Signore Gesù è venuto a portarci. Nulla a che fare, dunque, con l'idea di catastrofi e sconvolgimenti vari. Dobbiamo tenere conto che quanto descritto non va preso alla lettera ma compreso nella prospettiva di tutta la Buona Notizia della salvezza.
Per comprendere, allora, la pagina di Vangelo che la Chiesa ci consegna questa domenica seguiamo l'indicazione di Gesù che ci invita a guardare all'albero del fico. Ora noi non abbiamo più molte competenze botaniche ma all'epoca di Gesù si faceva molta attenzione ai cambiamenti della natura per comprendere il corso dell'anno. Il fico è una delle poche piante della Palestina che perde le foglie durante il breve inverno e, non appena la temperatura inizia a risalire fa rispuntare le sue foglie, si prepara a lasciarsi illuminare e riscaldare dal sole affinché possa poi produrre i suoi frutti maturi e dolci.
Anche noi dobbiamo prepararci all'incontro con il Signore Gesù, anche noi dobbiamo disporci a lasciarci illuminare dalla sua luce, riscaldare dal suo amore affinché la nostra vita possa ancora portare frutto. Attorno a noi vediamo tanti eventi che ci preoccupano, che ci inquietano, che ci spaventano. Gli inumani attentati terroristici di questi giorni sono solo uno dei tanti eventi dolorosi e spaventosi che potrebbero indurci a dubitare che il Signore stia ancora pensando a noi, che potrebbero farci pensare che ci abbia abbandonato la male, alla crudeltà, alla barbarie.
No, il Signore non ci ha dimenticato, viene a radunare i suoi, da tutti i confini della terra, non ci lascia soli, ce lo ha promesso e la sua promessa non viene mai meno. Il Signore Gesù è venuto a donarci la vita eterna, a radunarci nel suo Regno e se anche sembra che non risolva i problemi di questo mondo è perché ha preparato per noi qualcosa di ben più importante e prezioso. San Paolo, nella Lettera ai Romani, afferma "Ritengo che le sofferenze del tempo presente non siano paragonabili alla gloria futura che dovrà essere rivelata in noi". Ciò che ora ci sconvolge, ci fa soffrire, ci confonde, non è nulla di fronte alla gloria che il Signore ha preparato per noi tutti, non lasciamoci distrarre, non permettiamo al male di questo mondo di toglierci la virtù teologale della Speranza che è l'attesa del Signore Gesù che viene a salvarci, a liberare la nostra vita. Non permettiamo al male di questo mondo di coinvolgerci nel suo meccanismo autodistruttivo, non cediamo alla tentazione dell'odio e della paura.
Non sappiamo quando il Signore Gesù verrà, meglio, così possiamo iniziare a prepararci da oggi stesso e non rischiare di non essere pronti quando verrà il giorno in cui entreremo nella pienezza della gloria di Dio, in quella patria che è pronta per ciascuno di noi.

venerdì 6 novembre 2015

Tutto quello che abbiamo per vivere - Riflessione sul Vangelo di domenica 8 novembre 2015

Una volta, l'unico tipo di telefono esistente era quello fisso e accanto aveva sempre la rubrica su cui segnare i numeri di telefono di parenti, amici, dell'elettricista, dell'idraulico e del medico. Oggi tutti abbiamo gli smartphones che, tra le mille funzioni che svolgono, hanno anche la rubrica di tutti i nostri contatti permettendoci di ordinarla secondo i nostri criteri. Possiamo così indicare alcuni numeri come preferiti così da averli subito a disposizione. Sì perché ognuno di noi ha tante amicizie ma non sono tutte uguali, ci sono amici per i quali siamo sempre pronti e disponibili e altri ai quali ci dedichiamo solo quando ne abbiamo voglia.
Ci sono amici per i quali siamo disposti a rinunciare ai nostri progetti, alle nostre comodità, al riposo e al relax, ce ne sono altri a cui rispondiamo solo se proprio non abbiamo nient'altro di meglio da fare. Ad alcuni siamo disposti di donare tutto quello che abbiamo, ad altri solo il superfluo.
Non tutte le persone con cui siamo in relazione hanno per noi la stessa importanza, inutile negarlo, ma è del tutto umano. Anzi, se vogliamo capire quanto teniamo ad una persona chiediamoci cosa siamo disposti a fare per lei, quanto di noi siamo disposti a donare. 
Nel Vangelo di questa domenica Gesù è nel tempio e con i suoi discepoli guarda la gente che entra e getta la propria offerta nel tesoro: ci sono tanti ricchi che gettano tante monete tintinnanti e poi c'è una povera vedova che vi getta solo due spiccioli. Uno sguardo umano porta a pensare che i ricchi abbiano contribuito molto di più ma Gesù, che legge i cuori, svela ai suoi discepoli che la povera vedova ha dato molto più degli altri perché ha dato tutto quello che aveva. 
Sappiamo bene che il Vangelo non è solo una cronaca di fatti avvenuti duemila anni fa, parla a ciascuno di noi e questa domenica ci chiede: e tu? Cosa sei disposto a dare a Dio? Gli doni il superfluo o tutto quello che hai, tutta la tua vita?
Tante volte, forse senza nemmeno rendercene veramente conto, diamo a Dio solo il superfluo, siamo presi da mille impegni, mille progetti, mille necessità, e gli dedichiamo solo pochi minuti al giorno per una rapida preghiera. Magari ci sembra di aver dato tanto ma se guardiamo bene si tratta solo del superfluo, abbiamo paura a dare altro, a rinunciare alle nostre aspirazioni, ai nostri desideri e piaceri, temiamo di non avere poi abbastanza per noi. 
Forse pensiamo di non avere abbastanza, che quello che possiamo dare al Signore è poco perché magari siamo avanti in età e le forze ci hanno abbandonato, magari siamo giovani ma abbiamo mille impegni lavorativi, familiari, di studio, ci sembra che non resti gran che da offrire. Non importa! Impariamo ad offrire al Signore tutta la nostra vita, i nostri progetti, le nostre aspirazioni, i nostri impegni, le nostre azioni, offriamogli tutta la nostra vita senza la paura di restare senza il necessario, Dio si prende cura di noi, non ci fa mancare nulla. 
Ma come si fa a dare al Signore tutta la nostra vita? Significa che dobbiamo scegliere tutti la vita consacrata? No! O meglio, sì! La nostra vita è già consacrata, lo è dal giorno del nostro battesimo. Basta ora scegliere di vivere secondo il nostro battesimo. Donare a Dio la nostra vita significa mettere tutto quello che siamo e abbiamo a sua disposizione affinché faccia di noi degli strumenti della sua salvezza. Detto così sembra difficile, faticoso, impegnativo, invece basta solo fidarsi di lui, lasciando che ci coinvolga nel suo disegno di salvezza. Basta non aver paura di rinunciare a ciò che ci fa comodo e ci piace ed essere pronti a lasciarci smobilitare dalle occasioni della vita. Basta essere disposti a farci insegnare ad amare come ama lui, senza paura di restare senza nulla perché, in fin dei conti, l'unica cosa di cui abbiamo veramente bisogno nella vita è l'amore! 
Donare tutto quello che abbiamo per vivere a Dio non è altro che questo iniziare ad amare come ama lui, in modo del tutto gratuito e libero. Non c'è bisogno di chiedersi: cosa devo fare? L'amore non sta mai con le mani in mano, si mette sempre in azione per compiacere l'amato. Lasciamo che Dio trasformi la nostra vita in amore donato e troveremo la gioia senza fine. 

sabato 31 ottobre 2015

Alla ricerca delle felicità - Riflessione sul Vangelo di domenica 1° novembre 2015

Molti di noi da bambini, ma forse anche da grandi, hanno partecipato almeno una volta a una caccia al tesoro, gioco abbastanza diffuso e sicuramente divertente il cui scopo è, appunto, ricercare il tesoro. Un mio caro amico con cui eravamo insieme catechisti dei ragazzi era bravissimo a organizzare cacce al tesoro, ci costringeva  a correre da una parte all'altra del paese, a risolvere enigmi e a superare prove per riuscire a trovare il tesoro finale. Di solito si trattava di una scatola con qualche dolcetto o con un portachiavi per ciascun membro della squadra, poca cosa, ma la soddisfazione era essere arrivati a trovare il tesoro.
Forse non tutti hanno avuto la fortuna di incontrare animatori e catechisti così bravi da organizzare cacce al tesoro divertenti e coinvolgenti ma sicuramente tutti partecipiamo ogni giorno ad una vera e propria caccia al tesoro: la vita.
In fondo la vita è una caccia al tesoro dove il tesoro non è altro che la felicità. Ogni nostra attività non è altro che una ricerca della felicità, ogni nostra scelta è un tentativo di raggiungere il tesoro che il nostro cuore desidera.
Proprio come in una caccia al tesoro andiamo per tentativi, la cerchiamo nelle relazioni, nello studio, nell'impegno lavorativo e professionale, nelle amicizie, la cerchiamo anche nei beni materiali, nelle ricchezze, la cerchiamo in tutte le cose che ci danno l'impressione di farci stare bene ma non riusciamo a trovarla.
Possiamo andare avanti così tutta la vita, continuando a tentare, oppure possiamo chiedere a chi l'ha trovata: i santi!
I santi sono persone come noi, con le nostre stesse capacità, con vite simili alle nostre, che hanno vissuto fatiche, difficoltà e problemi come li viviamo noi, che hanno cercato anche loro la felicità e, ad un certo punto della loro vita l'hanno trovata. Proviamo allora a chiedere a loro: diteci, dov'è la felicità?
I santi sono davvero tantissimi, hanno vite tanto diverse ed esperienze le più disparate, eppure tutti sono felici, cercate quanto volete, non troverete mai nessun santo triste.
I santi, con le loro esperienze di vita ci dicono che la nostra felicità è Dio e lui soltanto. L'unico che può donare felicità alla nostra vita è il Signore e, dunque, per trovare la felicità basta aprire il cuore a lui, quindi dobbiamo imparare a evitare tutte quelle situazioni della vita quotidiana che ci portano a chiudere il nostro cuore, a ripiegarci su noi stessi.
Gesù ci ha tracciato la strada con le beatitudini e i santi l'hanno percorsa prima di noi così ora ci possono rassicurare che è quella giusta.
A noi sembra assurdo perché la strada che Gesù traccia passa proprio da quelle situazioni che vorremmo evitare perché pensiamo che possano solo portarci male e invece è proprio lì che troviamo la nostra beatitudine.
La gioia è nel sapersi riconoscere bisognosi di tutto, nel saper riconoscere la propria povertà perché ricchezza e superbia ci chiudono in noi stessi, ci fanno confidare solo nelle nostre capacità.
La gioia è nell'affrontare le situazioni difficili della vita, quelle che ci fanno piangere, perché sono quelle che ci fanno crescere, che ci plasmano, che ci rendono attenti agli altri.
La gioia è nella mitezza perché la prepotenza ci conduce alla solitudine.
La gioia è nella ricerca della giustizia perché la furbizia e la disonestà ci rende antipatici e infidi e nessuno vuole più starci accanto.
La gioia è nella misericordia perché anche noi abbiamo bisogno di sentirci amati e perdonati.
La gioia è nella purezza perché malizia e furbizia ci portano a considerare le persone che abbiamo accanto alla stregua di oggetti da sfruttare.
La gioia è nella pace perché litigi e guerre feriscono il cuore in modo indelebile.
La gioia è nella pazienza anche davanti all'ingiustizia subita perché la vendetta porta con sé tristezza e rabbia.
La gioia è nel vivere pienamente la nostra vita con il Signore Gesù, anche quando chi abbiamo accanto non ci capisce, non approva la nostra scelta, ci tratta male, ci perseguita, perché solo lui dona gioia vera alla nostra vita.
Se i santi fossero solo una decina potremmo pensare che siano stati solo un piccolo gruppo di matti ma sono migliaia e migliaia e tutti felici.
Lasciamoci guidare da loro, incamminiamoci per la strada delle beatitudini e troveremo il tesoro della nostra vita, l'amore di Dio per ciascuno di noi.

sabato 24 ottobre 2015

Grida forte, il Signore ti ascolta - Riflessione sul Vangelo di domenica 25 ottobre 2015

Se dovessimo descrivere con un'immagine la vita ideale potremmo utilizzare l'immagine di una passeggiata in un bel parco in una bella giornata di sole, serena e tranquilla. Spesso però la nostra vita non assomiglia ad una bella passeggiata, ma piuttosto ad un percorso ad ostacoli, ad un corso di sopravvivenza, spesso ci sentiamo come in un vicolo cieco, schiacciati dalle difficoltà e dalle fatiche, dai problemi e dalle sofferenze. Ci troviamo a mendicare affetto e attenzione da chi abbiamo intorno, ci sembra di non avere nulla se non il bisogno di tutto.
Così doveva sentirsi Bartimeo, cieco e mendicante, schiacciato dalle fatiche imposte dalla sua cecità, costretto a sperare nel buon cuore di chi si trovava a passargli accanto.
Tutto cambiò il giorno in cui gli passò accanto Gesù e lui, con tutto il fiato che aveva in corpo gli gridò "Figlio di Davide, abbi pietà di me" e non si fermò nemmeno quando tutti gli dicevano di tacere. Bartimeo sapeva, in cuor suo, che solo Gesù l'avrebbe potuto salvare così non smise di gridare, anzi alzò ancora di più la voce. Gesù ascoltava non solo con le orecchie ma col cuore e non gli sfuggiva mai un grido di aiuto, un'invocazione fatta con fede. Si fermò e lo fece chiamare. Bartimeo balza in piedi e si libera dell'unica sua ricchezza, il mantello, è così sicuro che l'incontro con Gesù sarà la cosa più importante che possa capitargli, tutto il resto ormai non conta più nulla.
È più che ovvio quale sia la necessità di Bartimeo eppure Gesù gli chiede "cosa vuoi che io faccia per te?" Il Signore non ama imporre nulla a nessuno, vuole una relazione libera con chi ha dinanzi, vuole che sia Bartimeo a chiedergli la vista, in piena libertà. Così avviene ma la risposta di Gesù rivela che c'è un miracolo ben più grande del recupero della vista che è avvenuto nella vita di Bartimeo: la fede. Il dono che Bartimeo ha ricevuto in quel giorno non è stato la vista ma la fede, la relazione con Dio.
Gesù dice a Bartimeo: "la tua fede ti ha salvato". Gli sarebbe servita a ben poco la vista se poi la sua vita fosse tornata ad essere un vicolo cieco affollato di sofferenze e preoccupazioni. Bartimeo ha sentito parlare di Gesù, ha scelto di fidarsi di lui, di chiedergli la cosa di cui più aveva bisogno ma non aveva ancora capito che quando si è trovato davanti al Signore la cosa più importante già l'aveva: la fede in lui. Infatti poi Bartimeo inizia a seguirlo.
Il Signore passa anche nelle nostre vite, cammina sulle strade della nostra esistenza, lo stesso Signore che ha ridato la vista a Bartimeo, passa anche accanto a noi mentre elemosiniamo dagli altri affetto, attenzione, riconoscimento, fama. Tendiamo l'orecchio come ha fatto Bartimeo, siamo pronti a riconoscere il suo passo e non temiamo, anche noi, di gridare forte "Signore Gesù, abbi pietà di me!" Sì gridiamo forte, con la voce del nostro cuore, non temiamo di disturbarlo, anche se tante voci della nostra vita ci diranno di tacere, ci diranno che non siamo degni della sua attenzione, che Gesù non può certo interessarsi a dei poveracci come noi, ha altre cose più importanti da fare. Non diamo retta a queste voci e continuiamo a gridare "Abbi pietà di me!" Il Signore Gesù ascolta il grido del nostro cuore e non lo lascia cadere si ferma e ci chiama a sé per guarirci, per ridonarci la luce , per colmarci della sua grazia. Lo fa con la sua delicatezza e tenerezza, non abbiamo paura di osare, di chiedere tanto, fidiamoci pienamente di lui e Gesù guarirà la nostra vita, le nostre cecità, ci darà occhi nuovi, capaci di riconoscere il suo amore, la sua luce.
Forse ci hanno insegnato che non bisogna scomodare il Signore per le nostre piccolezze, forse ci hanno insegnato a chiedere senza aspettare che poi le nostre preghiere siano esaudite, forse ci hanno insegnato a rassegnarci a tirare avanti come siamo.
Gesù oggi passa nella tua vita, grida a lui, invoca la sua misericordia, sii pronto a lasciare tutto per lui, scoprirai che l'unica cosa importante è la fede in lui, la relazione con lui perché quando siamo con Lui abbiamo tutto ciò che ci occorre, tutto il resto non conta.

sabato 17 ottobre 2015

Amore che si fa servizio - Riflessione sul Vangelo di Domenica 18 ottobre 2015

Tutti, nella vita, ci siamo trovati a dover obbedire agli ordini di qualcun altro, salvo pochi casi, è una situazione quotidiana per molti. Da bambini dovevamo obbedire a mamma e papà e fare quello che ci dicevano loro, poi abbiamo iniziato a dover obbedire agli insegnanti, poi al capoufficio e così via. Qualcuno si è adattato più volentieri, altri con un temperamento più ribelle hanno sopportato con meno pazienza, spesso però non avevamo altra scelta. Sono certo che tutti, almeno una volta nella vita, ci siamo trovati a dire "adesso è così, ma quando comanderò io le cose cambieranno!"
Nessuno, penso, sia del tutto immune al fascino del comando, tutti abbiamo ben chiara l'idea che è più importante chi comanda di più.
Anche gli apostoli erano di quest'idea, due di loro, Giacomo e Giovanni, chiedono apertamente a Gesù di riservargli i posti migliori, quelli alla sua destra e alla sua sinistra. Gli altri non erano da meno, infatti restano indignati per essere stati battuti sul tempo, l'avrebbero chiesto anche loro ma i due fratelli sono stati più veloci.
Ancora una volta, però, Gesù li rimprovera un po' e sorprende loro e noi ribaltando completamente la prospettiva: chi vuole essere davvero importante deve farsi il servo di tutti.
Questo ribaltamento di prospettiva forse ci può sorprendere un po' ma, in fondo, è qualcosa che già ben conosciamo.
Da bambini ci sembrava che i genitori ci comandassero solo per imporci la loro volontà, forse anche per farci dispetto e non permetterci di divertirci come volevamo. Non vedevamo, però, tutto quello che facevano per noi, non notavamo le ore di lavoro faticoso per provvedere alle necessità di tutta la famiglia, la fatica di tenere pulita e in ordine la casa.
Da studenti pensavamo che gli insegnanti provassero quasi un piacere perverso a riempirci di compiti e a terrorizzarci con interrogazioni e verifiche ma non vedevamo il tempo speso a preparare le lezioni, a correggere i compiti in classe, a elaborare nuovi modi di spiegare argomenti che ci risultavano più difficili da capire.
Da lavoratori pensiamo che i superiori si limitino a comandare per guadagnare di più e far fare a noi il lavoro che dovrebbero fare loro, non vediamo però che quello stesso capoufficio, che tanto disprezziamo, invece di uscire alle cinque del pomeriggio resta in azienda fino a tarda sera a finire il lavoro della giornata.
Ci sono anche genitori che comandano per limitare la libertà ai figli, insegnanti che terrorizzano gli studenti per il puro gusto di farlo e dirigenti che spadroneggiano per sentirsi importanti, ma sono cattivi genitori, cattivi insegnanti, cattivi dirigenti.
Chi vuole veramente svolgere al meglio il proprio compito di genitore, di insegnante, di dirigente, capisce ben presto che dovrà impegnarsi di più di quando era figlio, alunno, impiegato, e comprende che c'è un solo modo per svolgere bene un ruolo di responsabilità: l'amore.
L'amore, quello vero, si fa servizio, spinge a sacrificare le nostre comodità per le persone che ci sono affidate. L'amore spinge un papà ad andare ogni giorno al lavoro per provvedere ad ogni necessità dei figli, l'amore fa stare sveglio un insegnante fino a tardi a correggere i compiti degli alunni, l'amore fa restare in ufficio fino a notte fonda un dirigente per mantenere l'azienda in buone condizioni  e poter continuare a pagare lo stipendio ai dipendenti (ok, di dirigenti così ce ne sono ben pochi, ma qualcuno c'è e sono quelli che fanno andare avanti davvero le aziende).
Gesù ci invita a cambiare prospettiva, a iniziare a pensare al comando non come alla possibilità di sfogo delle nostre mire megalomani ma come alla possibilità di vivere un amore che si fa concreto.
Come sempre, il Signore Gesù non ci insegna a parole ma, innanzi tutto, con i fatti. Lui che è Dio e che avrebbe tutti i diritti di comandarci senza muovere un solo dito, si è fatto uno di noi, si è messo al nostro servizio, ha preso su di sé le nostre sofferenze, ha fatto sua la nostra morte e ci ha donato la sua vita eterna. Gesù, con la sua vita, ci insegna a farci servi, a spenderci per i fratelli, ci mostra che questo è il vero modo di essere il primo.
Nella mia vita ho incontrato tante persone che comandano ma anche tante persone che si mettono a servizio, che hanno ruoli di comando e sono i primi a rimboccarsi le maniche. I primi, quelli che comandano, sono spesso persone sole, inavvicinabili, di cui tutti hanno timore e che cercano di evitare, i secondi sono sempre persone stimate, con cui si parla volentieri, che si sentono vicine e di cui ci si può fidare.
Dunque vale la pena cambiare prospettiva?
Sì, ne val la pena.
Se anche arrivassimo a comandare il mondo intero a cosa servirebbe se poi questo ci rendesse inavvicinabili, evitati da tutti?
Scegliamo di metterci al servizio gli uni degli altri
e la nostra vita troverà una nuova pace e una nuova serenità che non pensavamo nemmeno possibile perché staremo vivendo quello per cui siamo stati creati: l'amore.