Pagine

sabato 25 ottobre 2014

Il ritmo dell'amore - Riflessione sul Vangelo di domenica 26 ottobre 2014

C'è una domanda che tutti, ma davvero tutti, ci poniamo ogni giorno anche se non in maniera esplicita, una domanda che fa da sfondo a tutte le nostre scelte e decisioni: come faccio a vivere una vita felice? 
Innanzi tutto dobbiamo capire chi può darmi la felicità che cerco. Se guardiamo con un po' di obbiettività alla nostra vita ci accorgiamo che le cose di questo mondo, per quanto belle e durature, non riescono a darci una felicità piena e stabile. Spesso quando abbiamo raggiunto la meta che ci eravamo prefissi ci accorgiamo che la felicità vera non è lì e ripartiamo alla ricerca di qualcos'altro che sembra promettere meglio. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci insegni la via verso la felicità vera e autentica.
È questa domanda fondamentale nella vita di ciascuna persona umana che è nascosta dietro la domanda che il dottore della Legge pone a Gesù nel Vangelo di questa domenica "Maestro, nella Legge, qual è il grande comandamento?"
Prima di guardare alla risposta di Gesù è bene fare una precisazione quanto ai termini usati.
Viviamo in una società che è molto allergica alle norme, alle regole, alle leggi, pensiamo che sia giusto che ognuno faccia quello che vuole e che si sente. Se però consideriamo bene la nostra vita ci accorgiamo che per fare le cose importanti abbiamo bisogno di darci o di seguire delle regole. Facciamo qualche esempio. Nessuno può pensare di laurearsi studiando solo quando gli va, al contrario dovrà darsi una norma, una regola di studio, allo stesso modo nessun atleta potrà mai vincere una medaglia allenandosi solo se ne ha voglia, dovrà invece allenarsi regolarmente, mantenere un'alimentazione molto precisa e accurata, dovrà riposarsi un giusto numero di ore e dovrà imparare a rinunciare a stare alzato fino a tardi per fare baldoria con gli amici. Anche nella vita quotidiana seguiamo delle regole che ci permettono di dare un ritmo salutare alla nostra vita: le medicine le dobbiamo prendere nei tempi e nei modi indicati dal medico perché abbiano effetto, per cucinare una torta dobbiamo seguire bene la ricetta, per giocare una partita di calcio dobbiamo seguire le regole, altrimenti non ci si diverte veramente. La nostra vita ha bisogno di un ritmo stabile, scandito da norme che non sono pensate per limitarci ma per farci vivere bene. 
Quando, dunque, il dottore della Legge chiede a Gesù di indicargli il "grande comandamento" gli sta chiedendo quale sia, secondo Lui, la regola fondamentale, quella che dà poi il ritmo a tutta la vita, quella che poi dà forma a tutte le altre. 
La risposta di Gesù ci potrebbe sorprendere (se non fosse che il brano è ormai così famoso che non ci stupisce più), non è infatti una regola gravosa del tipo "devi lavorare dieci ore al giorno" ma molto più semplicemente "ama Dio!"
Ma che significa amare Dio? Amare significa volere il bene della persona amata, ciò che la rende felice. Ciò che rende felice Dio è la nostra felicità e la nostra felicità è nella sua volontà quindi amare Dio significa volere quello che Lui vuole. Detto così sembra un po' un pensiero articolato e contorto, in realtà è più semplice di quanto non appaia. Amare Dio significa decidere di fidarsi di Lui sempre, in ogni situazione, anche quando quello che accade non lo comprendiamo, quando il senso di ciò che abbiamo davanti ci sfugge. Significa desiderare di compiere la sua volontà e restare in ascolto per capirla e attuarla, se davvero ci abbandoniamo a Lui sarà molto più semplice di quanto non immaginiamo.
Amare, però, non è poi tanto facile, se guardiamo alle nostre relazioni quotidiane notiamo subito come non sempre amiamo i nostri cari come vorremmo, spesso ci sfoghiamo con loro o li trattiamo male. Come allora pensare di poter amare Dio se ci è così difficile amare chi abbiamo accanto?
Se dovessimo amarlo con le sole nostre forze sapremmo in partenza di essere di fronte ad un'impresa impossibile. Dobbiamo però sempre ricordare che l'iniziativa è sempre sua, è Dio che ci ha amati per primo, è Lui a colmarci del suo amore che riempie il nostro cuore e trabocca rendendoci capaci di amare Lui innanzi tutto e poi anche coloro che Egli ama: noi stessi e i nostri fratelli.
Il "secondo comandamento simile al primo" che Gesù cita al dottore della legge non è un tentativo di mettere insieme egoismo e filantropismo ma è l'indicazione di come l'amore di Dio di cui il nostro cuore è colmo si riversa poi nella nostra quotidianità. 
Quando mi scopro immensamente amato da Dio ricambio questo amore amando Lui e anche amando me stesso perché amato da Lui. Questo amore per me stesso non mi porterà più a cercare compensazioni al vuoto che ho nel cuore, perché quel vuoto è ora colmato dall'amore di Dio, non sarò più tentato di pensare al mio benessere sfruttando gli altri a mio vantaggio. Nello stesso tempo imparerò ad amare l'altro che ho davanti perché amato da Dio, perché nel fratello vedrò lo stesso amore che ricolma la mia vita. 
Precisiamo tutto questo non è cosa da preti e suore! Questo comandamento dell'amore è per ogni cristiano e per ogni uomo, è questo comandamento a dare il ritmo giusto alla nostra vita, a dare forma alle nostre azioni, alle nostre parole, alle nostre scelte.
Lasciamoci, quindi, riempire dell'amore di Dio e lasciamoci coinvolgere nel ritmo del suo amore e la nostra vita sarà nella felicità vera, diventerà una festa senza fine!















sabato 18 ottobre 2014

A ciascuno il suo - Riflessione sul Vangelo di domenica 19 ottobre 2014

Questa settimana inizio con un piccolo sfogo personale, penso e spero che in molti concorderete con me. 
Sono piuttosto stanco e stufo di vivere in un mondo di continue divisioni, separazioni, opposizioni, che continua a farci mettere gli uni contro gli altri. Un mondo in cui ciascuno pensa per se stesso e se ci si allea è per riuscire a eliminare un nemico comune, poi si torna a farsi la guerra. Un mondo in cui del bene comune non importa a nessuno perché siamo troppo impegnati a cercare ognuno il proprio comodo. Un mondo in cui l'unica cosa importante è salvaguardare i propri capricci, facendoli passare per diritti, infischiandosene se poi ci vanno di mezzo i più deboli e i più poveri. Un mondo in cui la Verità, quella vera, non ha diritto di cittadinanza perché è stata esiliata dalle opinioni dei singoli imposte a tutti spesso con l'inganno e il sotterfugio.
È il mondo dei farisei di duemila anni fa e di oggi, è il mondo degli ipocriti che riconoscono di essere nella falsità e per questo cercano di far fuori chi dice la verità con trucchi e inganni.
Il Vangelo di questa domenica ci racconta del trabocchetto che i farisei di allora hanno teso a Gesù cercando di metterlo con le spalle al muro, cercando di farlo cadere nella loro trappola: è lecito pagare il tributo a Cesare? Ovvero: a chi sei fedele a Roma o al Popolo di Israele?
So bene che di solito questa pagina di Vangelo è utilizzata per ribadire che il buon cristiano deve pagare le tasse ma di per sé questa è una semplicissima questione di giustizia: abiti in uno Stato, usufruisci dei servizi che offre quindi devi pagare quello di cui usufruisci. Per altro non è questione di fede: anche il cittadino ateo o di altra religione è tenuto a pagare le tasse, sempre per una questione di giustizia e di civiltà. Per essere ancora più esplicito: chi non paga le tasse semplicemente è incivile!
Con la frase diventata celeberrima "Rendete a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" Gesù non vuole dirci semplicemente di fare i bravi cittadini, di comportarci bene e di pagare le tasse senza lamentarci troppo. Sarebbe una sorta di invito alla rassegnazione davanti a un mondo che può andare solo in una direzione, ma questo non è lo stile di Gesù.
Ancora una volta il Signore ci invita a convertirci, a cambiare cioè modo di pensare, a guardare la realtà in cui viviamo in una prospettiva diversa. Smettiamola di cercare scappatoie e accomodamenti, smettiamola di cercare di tenere insieme i nostri interessi materiali e la verità di Dio, impariamo a distinguere e a capire a chi apparteniamo.
Gesù, infatti, ribalta la visuale, non parla di pagare ma di rendere, restituire al proprietario ciò che gli appartiene, ne fa una questione di appartenenza. Il denaro che gli viene mostrato porta l'immagine e il nome di Cesare quindi appartiene a Cesare e a lui deve essere restituito. Impariamo allora a capire quali cose della nostra vita portano il volto e il nome del mondo e restituiamole al mondo, liberiamocene! Invidia, arroganza, arrivismo, avidità, rancore, falsità, ingiustizia, sono tutte cose che portano impresso il volto del mondo, che gli appartengono e se non vogliamo appartenergli anche noi dobbiamo saperne fare a meno, dobbiamo rendere al mondo quello che è suo.
Ma a Dio cosa appartiene? Dato che il denaro appartiene a Cesare perché ne porta il nome e il volto, a Dio appartiene ciò che ne porta il volto e il nome: noi, la nostra vita! Dio ci ha creati a sua immagine e somiglianza, portiamo in noi l'immagine di Dio, quindi gli apparteniamo e a Lui dobbiamo tornare. Rendiamo a Dio quello che è suo, la nostra vita! 
Ma come si fa? Impariamo a vivere come vive Lui, iniziamo ad amare, sempre, comunque, in ogni circostanza, prendendoci cura di chi soffre, facendo giustizia, faticando nella carità, dicendo la verità, anche quando questa è rifiutata o derisa. 
Abbandoniamo la logica del profitto personale, che poi è quella che causa le guerre e le crisi economiche, e facciamo nostra la logica del bene comune, iniziamo a capire che se non stiamo bene tutti non starà mai bene nessuno! Ma iniziamo dalle nostre case, dalle nostre famiglie, dai luoghi di lavoro e di studio. Una famiglia in cui uno sta bene e gli altri stanno male non è una famiglia felice, una classe in cui si litiga è una classe in cui si studia male e ci si prepara male alla vita, un ufficio in cui ci sono meschinità e invidie è un ufficio in cui è lo stress a farla da padrone e a fiaccare le energie. 
Io penso che ci siamo un po' tutti rassegnati al fatto che il mondo meglio di così non possa andare e che, tutto sommato, ci conviene accontentarci, cercando di vivere il meglio possibile, lasciando che gli altri facciano un po' come vogliono, in cui ci sono "nuove verità" a cui uniformarci perché è più semplice.
Gesù non ci chiede di fare guerre o battaglie, non ci chiede di osteggiare ciò che non è secondo la verità e il vero bene, ci chiede di renderlo al mittente, di non farlo nostro e, invece, di affermare la bellezza della vita secondo il disegno di Dio, di annunciare che si può vivere una vita diversa, piena e autentica. Il Signore ci chiede di essere testimoni di gioia e di speranza, di amore e di pace, non come vaghe emozioni che passano come un colpo di vento ma come scelte vere, concrete, operative. Ci chiede di dimostrare con la nostra vita che si può smettere di vivere secondo il mondo e iniziare a vivere secondo Dio, di cui portiamo l'immagine impressa in noi, e che così troviamo la nostra gioia. 

sabato 11 ottobre 2014

Invitati a nozze eterne - Riflessione sul Vangelo di domenica 12 ottobre 2014

Se abitate a Roma, ma anche se siete solo di passaggio, e vi trovate un sabato pomeriggio a passeggiare sull'Aventino vi capita sicuramente di incontrare molti invitati a nozze. Li potete riconoscere subito da due particolari l'abito elegante e il sorriso sul volto che quando si partecipa ad un matrimonio sono d'obbligo.
A tutti, penso, è capitato di partecipare al matrimonio di un caro amico o di un parente a cui si è particolarmente affezionati, è un momento importante e di grande gioia per tutti, per gli sposi e per tutti coloro che vogliono loro bene. Una occasione così speciale deve quindi essere sottolineata e valorizzata con una grande festa, un sontuoso banchetto (e noi italiani siamo famosi in tutto il mondo per i nostri pranzi di nozze!), abiti eleganti e tanta allegria. Pensiamo anche ai giorni che precedono la festa di nozze, quanta trepidazione, quanta attesa, già si pregusta la felicità della giornata e subito il cuore si riempie di gioia.
Il Signore Gesù, questa domenica, per spiegarci cosa sia il Regno di Dio lo paragona proprio ad un banchetto di nozze a cui tutti siamo invitati.
L'invito a questa festa, la partecipazione di nozze, è la Parola di Dio attraverso cui il Padre ci invita ad entrare nel suo Regno, impariamo, allora, ad ascoltarla, ad accoglierla nel cuore, a tenerla a mente, proprio come teniamo nel cuore l'annuncio di matrimonio di una persona cara.
Forse mi sembra strano che il Padre abbia invitato anche me che non sempre gli sono stato proprio fedele, non sempre mi sono comportato bene, eppure la festa è per tutti, cattivi e buoni, tutti siamo invitati ad entrare perché Dio non fa preferenze, non ha la lista V.I.P. all'ingresso. Non siamo abituati perché noi invece facciamo preferenze e portiamo rancore per cui se una persona non ci piace gran ché o ci ha fatto qualche sgarbo non la invitiamo alle nostre feste. Dio invece ci ama così tanto che ci vuole in casa sua anche se non sempre siamo stati amabili con Lui perché il suo amore per noi è immensamente più grande del nostro peccato.
Quando si partecipa ad un matrimonio anche il nostro aspetto comunica la gioia del nostro cuore, non ci si va sporchi e vestiti di stracci malconci, ci si lava e si indossa l'abito più bello ed elegante che si ha. Iniziamo allora a svestirci dell'abito logoro e sudicio che abbiamo addosso: le nostre abitudini cattive, i nostri peccati, i nostri egoismi, le nostre meschinerie. Abbandoniamo le abitudini che ci fanno vivere secondo il nostro esclusivo guadagno, il nostro guardare solo a noi stessi, i rancori verso amici e parenti, il nostro rifiuto a perdonare... Sono tutte cose che ci rendono sporchi e brutti, ripuliamoci, meglio lasciamoci ripulire dal Signore con il Sacramento della Riconciliazione, permettiamogli di toglierci di dosso le abitudini al male che, come un vestito brutto, vecchio e sporco, ci rendono impresentabili.
Il giorno del nostro Battesimo ci è stata donata una veste bianca e il sacerdote consegnandocela ci ha detto "...sei divenuto nuova creatura e ti sei rivestito di Cristo...". Gesù stesso si è fatto per noi abito ed è questo l'abito nuziale di cui parla la parabola di questa domenica, dobbiamo lasciarci rivestire di Lui, le sue abitudini devono essere le nostre abitudini: l'amore per i fratelli, il dono di sé, la ricerca della giustizia, l'affermazione della verità.
Nella parabola sembra però mancare un elemento importante per un matrimonio: il Re è Dio Padre che organizza una festa di nozze per il proprio Figlio, il Signore Gesù... ma chi è la sposa?
La Sposa di Cristo è la sua Chiesa! Dunque siamo tutti noi! La festa di nozze che il Padre organizza e prepara con tanta attenzione è dunque anche per noi, siamo gli invitati e anche gli ospiti d'onore.
Questo concetto è un po' più difficile da capire perché l'immagine che abbiamo del matrimonio è sempre tra un uomo e una donna, proviamo però a guardare solo all'amore, vero protagonista di ogni matrimonio. L'amore che lega due sposi è un amore di dono totale di sé all'altro, è smettere di pensare da soli per iniziare a pensare insieme, è smettere di cercare il proprio interesse per cercare il bene dell'altro. Il Signore ci chiama a questo, a vivere con Lui questo amore sponsale, questo mettere Lui al centro della nostra vita, donandoci totalmente a Lui. Gesù l'ha fatto per ciascuno di noi, ci ha amato fino a dare la sua vita per noi e continua ad amarci donandoci la sua Vita eterna.
Camminiamo, allora, con gioia verso questo banchetto nuziale che è anche il nostro, liberati dalla sporcizia del nostro peccato e rivestiti dell'abito d'amore e di luce che il Signore ci dona, ci ha invitato un Padre che ci ama di amore tenerissimo, uno Sposo che ha dato la sua vita per noi nell'Amore, che è lo Spirito Santo, che rende anche il nostro fragile cuore capace di amare di amore eterno.












sabato 4 ottobre 2014

Il giusto valore di quello che abbiamo - Riflessione sul Vangelo di domenica 5 ottobre 2014

"C'è più gioia nel donare che nel ricevere" dice un proverbio e, a meno di non essere egocentristi irrecuperabili, è vero. È bello fare un regalo speciale a una persona che amiamo, non di quei regali costosi che facciamo più per far bella figura che per fa piacere a chi riceve, quei regali che facciamo col cuore, che magari non valgono gran che o che facciamo con le nostre mani, ma regali pensati e personalizzati. Quanta delusione, però, se quel dono non viene apprezzato, se viene accantonato in fretta e poi rapidamente dimenticato. Ci restiamo male e con ragione, non è per il valore materiale del regalo stesso ma perché vediamo ferito il nostro amore.
Penso che a tutti sia capitata una situazione del genere e sappiamo bene come ci si sente, tenendo bene in mente tutto ciò: quando è stata l'ultima volta che abbiamo ringraziato il Signore per quanto ci ha donato? Non mi riferisco solo ai doni più grandi ma a tutto quello che abbiamo, quello che ci circonda! Per esempio: quando abbiamo ringraziato Dio per l'acqua?
Il mondo in cui viviamo ci porta a correre sempre e a dare per scontate tante cose, pensiamo che ci sia tutto dovuto, che sia normale che il mondo attorno a noi esista, che possiamo sfruttarlo come ci pare, a nostro uso e consumo...
Ma non ci stiamo perdendo qualcosa? Ma davvero abbiamo fatto qualcosa di così grande per meritare questa meraviglia che è l'universo in cui abitiamo, così bello e perfetto? Non so voi, io no!
Possiamo allora iniziare a guardarci intorno con uno sguardo diverso, possiamo iniziare a non dare nulla per scontato, possiamo iniziare a riconoscere in tutto quello che abbiamo un dono speciale di Dio, per nulla scontato e sicuramente non meritato.
Gli scienziati ci dicono che la vita si è sviluppata sulla Terra perché è un ambiente adatto: è alla giusta distanza dal sole, è composta di determinati elementi, ha un'atmosfera composta di gas specifici, sugli altri pianeti non c'è vita perché mancano queste condizioni.
Ma non potrebbe essere letta anche al contrario? Non potrebbe essere che la Terra sia così proprio perché potesse accogliere la vita?
Se proviamo a smettere di pensare alla vita come al frutto del caso e iniziamo a pensare che sia il risultato di un progetto, un progetto che come unico scopo ha l'amore per l'uomo forse cambia la nostra prospettiva, il nostro sguardo sul mondo intero.
Dio ci ama, si prende cura di noi con una grande tenerezza e attenzione, predispone tutto ciò che ci è necessario, ci ha preparato una vigna e ora ce la affida affinché ci possiamo lavorare diventando così suoi collaboratori. Apriamo lo sguardo e iniziamo a riconoscere in ciò che abbiamo un dono di Dio: la nostra famiglia, gli amici, la Chiesa, la nostra Nazione, la città in cui viviamo, le persone che incontriamo, il nostro lavoro, le nostre occupazioni... tutto è vigna di Dio perché non abbiamo fatto nulla per meritarcelo, tutto è un dono speciale.
Ma i doni speciali chiedono di essere custoditi, curati, e utilizzati secondo il loro fine.
La tentazione di ignorare chi sia l'autore di tutto questo, di pensare che tutto quello che abbiamo ci sia dovuto, sia scontato, ci appartenga e ne possiamo disporre a nostro uso e consumo è grande. Questa tentazione però ci porta a sfruttare tutto senza ottenerne un frutto buono ma solo acini acerbi, inutili portandoci ad autocondannarci a una vita triste, angosciata e vuota.
Possiamo, invece, iniziare a considerare tutto ciò che vedo nella mia vita come un dono di Dio che mi chiama a una responsabilità, ad una risposta vera e impegnata.
Iniziamo con il lodare e ringraziare Dio per quanto ci ha donato, tutti i giorni, come prima cosa della giornata, appena apriamo gli occhi al mattino.
Continuiamo il nostro impegno prendendoci cura di ciò che abbiamo e custodendolo come si custodisce il dono prezioso di una persona cara: la nostra famiglia, i nostri amici, il lavoro, l'ambiente... impariamo a custodire!
Lavoriamo, poi, non per il nostro esclusivo tornaconto, cerchiamo il bene di tutti, l'armonia in famiglia, a scuola o al lavoro, nelle amicizie, con tutto il creato.
Se sapremo vivere così la nostra vita inizierà a produrre frutti buoni, a darci gioia e pace, nella condivisione e nell'impegno per il bene comune troveremo ciò che da senso e pienezza alla nostra vita.
Dio ha fatto tanto per ciascuno di noi, impariamo a riconoscerlo e a dargli il giusto valore e la nostra vita sarà nella sua gioia eterna.

sabato 27 settembre 2014

Libertà e obbedienza - Riflessione sul Vangelo di domenica 28 settembre 2014

Una delle occupazioni più impegnative nella vita di un prete in parrocchia è il contatto e l'ascolto delle persone che vengono a chiedere qualcosa, sia un certificato di battesimo piuttosto che l'iscrizione dei figli a catechismo o la celebrazione di un anniversario di nozze. È un'occasione preziosa per conoscere tante persone ma anche per farsi un'idea della società in cui viviamo. Quanti svolgono una professione "a diretto contatto col pubblico" penso condivideranno con me una preoccupazione che si fa più pressante con l'andare del tempo: assistiamo ad una deformazione dell'idea di libertà sempre più intesa come il diritto di fare e avere tutto quello che voglio quando lo voglio e alle condizioni che detto io. Libertà è la parola d'ordine dei nostri tempi, in suo nome vengono combattute campagne ideologiche sempre più aggressive e violente, si pretende di imporre la propria libertà senza rendersi conto che così si annulla la libertà altrui. I mezzi di comunicazione ci danno continua conferma di questa distorsione ideologica che ci rende tutti ciechi schiavi dei nostri capricci e dei nostri istinti: quando ci troviamo davanti all'impossibilità di soddisfare i nostri desideri del momento diamo in escandescenza, ci arrabbiamo e, sempre più frequentemente, compiamo gesti esagerati e gravi.
Il Signore Gesù che ci vuole veramente liberi, non schiavi delle nostre passioni, ci propone una via diversa che passa per l'obbedienza.
Nella nostra società "obbedienza" è diventata quasi una parolaccia, la si usa ancora con i bambini (ma anche con loro sempre meno e se ne vedono gli effetti) ma a noi adulti solo l'idea di dover obbedire a qualcosa o a qualcuno ci fa venire l'orticaria.
Questa ostilità all'idea di obbedienza è frutto di una distorsione del concetto stesso: pensiamo che obbedire significhi fare il volere di un altro ad esclusivo suo vantaggio. In fondo siamo tutti costretti ad obbedire a qualcun altro il quale ci fa fare le cose che non vuole fare lui, scarica, cioè, su di noi ciò che a lui non piace. L'idea che abbiamo di obbedienza è la relazione padrone-schiavo.
Il paradosso è che questa obbedienza che tanto ci disturba è quella che viviamo ogni giorno nei confronti dei nostri istinti, delle nostre passioni, dei nostri desideri.
Quante volte ci troviamo a fare qualcosa che sappiamo farci male e poi diciamo "è più forte di me"? E cos'è questa se non un'obbedienza schiavistica alle nostre debolezze?
L'obbedienza che Gesù ci insegna mostrandocela è ben diversa, è obbedienza vera e insieme libertà vera perché è obbedienza alla volontà del Padre.
Per capirla dobbiamo partire da un assunto che di per sé è più che evidente ma che non sempre abbiamo ben chiaro: Dio non ha bisogno delle nostre buone azioni, né ha bisogno che facciamo le cose al suo posto. Ha creato il mondo e la scienza ci sta aiutando a capire con quale meravigliosa precisione l'ha fatto, non ha certo bisogno di me e dei miei lavori arrangiati e imprecisi. Se dunque Dio mi chiede di obbedire alla sua volontà e non lo fa per Se stesso, lo fa per me, per il mio bene. L'unico fine della volontà di Dio, infatti, è il mio bene. Quando decido di obbedire a Dio non sto rinunciando alla mia libertà, anzi la sto usando nel modo più giusto: sto scegliendo ciò che mi fa bene anche se a prima vista non mi piace.
Il verbo obbedire significa ascoltare con attenzione, dunque se inizio ad ascoltare con attenzione il Signore che mi parla, imparo a scoprire che veramente Dio vuole solo il mio bene, che mi vuole salvare dalle mie schiavitù, dal male che mi tiene veramente prigioniero.
Gesù dice ai farisei che pubblicani e prostitute passeranno avanti nel Regno dei Cieli, sta forse suggerendo ai farisei di iniziare a commettere peccati gravi? Evidentemente no! Perché, allora, passeranno avanti loro? Perché chi è nel peccato grave, prima o poi, comprende di trovarsi imprigionato, di essere schiavo dei propri istinti più bassi, dell'avidità, della lussuria, dell'invidia e se in quella situazione ascolta l'annuncio di salvezza di Gesù ecco che sceglie e decide di abbandonare le schiavitù, di smettere di obbedire al male per iniziare ad obbedire a Dio che mi indica il mio bene.
Perché i farisei (e spesso noi con loro) non lo comprendono? Perché pensano di essere già giusti perché non hanno commesso grandi peccati e continuano a vivere una vita che è in ascolto di Dio solo quando è proprio necessario, che è obbedienza al proprio concetto di giustizia e di correttezza ma non alla Parola di Dio.
Gesù non è un insegnante di teoria, uno che ti spiega il concetto e poi lascia a te trovare il modo di applicarlo. Gesù ci mostra con la sua vita cosa sia l'obbedienza al Padre e questa obbedienza è la Croce "umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce" (Fil 2,8). Vale qui lo stesso principio già detto: il Signore non aveva bisogno di morire in croce, non è servito a Lui, serviva a noi, eravamo noi quelli che dovevano essere liberati dalla disobbedienza del peccato, lo ha fatto con un'obbedienza piena, totale, fino alla morte e alla morte più infame.
Se lo ha fatto Gesù possiamo farlo anche noi, possiamo anche noi iniziare ad ascoltare con attenzione il Padre che ci indica la via della verità della nostra vita, possiamo cominciare anche noi a disobbedire al male, al peccato, alle nostre debolezze e iniziare ad obbedire a Dio che ci conduce alla pienezza di gioia e di vita eterna.













sabato 20 settembre 2014

Collaboratori nell'edificazione del Regno - Riflessione sul Vangelo di domenica 21 settembre 2014

Mi è capitato più volte di trascorrere dei giorni di ritiro spirituale in una struttura poco fuori Roma, su una collina e la sera spesso andavo nella parte più alta e guardavo la città davanti a me. Quante luci, quante case, quanti palazzi, quante automobili... dall'alto Roma sembra un grande formicaio di gente indaffarata. Quanti impegni, quante attività, quanti lavori, compiamo ogni giorno, a volte sembra che non abbiamo il tempo di fare tutto, altre ci sembra di fare tanto ma non concludere nulla.
Arriviamo alla sera stanchi e abbiamo sicuramente fatto tante cose ma ci siamo mai chiesti perché le facciamo?
In altre parole: per chi stiamo lavorando?
Consideriamo tutta la nostra vita, tutti i nostri impegni, tutte le nostre attività, non solo quella lavorativa, per chi facciamo tutto questo?
A queste domande sembra possano esserci migliaia di risposte, a stringere però le possibilità sono solo due: io o Dio, in altre parole il mio benessere o la gloria di Dio
Quando cerco il mio benessere, come gli operai della parabola, seguo la logica del guadagno: Più lavoro e più devo guadagnare. Questo principio è sicuramente valido nel campo del lavoro retribuito ma non funziona nel resto della vita. Non lo possiamo applicare alla cura per i figli, per esempio, altrimenti ognuno di noi avrebbe con i propri genitori un debito economico spaventoso! Non possiamo nemmeno applicarlo all'attenzione per gli amici: se un'amicizia è regolata dall'interesse personale non è più un'amicizia. Anche la beneficenza può essere fatta alla ricerca del proprio benessere quando cerco la riconoscenza e l'ammirazione degli altri.
A ben guardare però ciò che facciamo nella ricerca del nostro benessere non è mai qualcosa che ci riempie veramente, ci soddisfa poco, non ci fa sentire utili, non dà senso alla nostra vita.
Il Signore Gesù ci propone una visone totalmente diversa della nostra vita, ci viene incontro e ci invita a lavorare nella sua vigna, per il suo Regno. Ci propone di cambiare mentalità e abbandonare la logica del guadagno e aprirci alla logica della Provvidenza della fiducia in Lui che non ci fa mancare nulla di ciò di cui abbiamo bisogno, che si prende cura di ciascuno di noi.
Lavorare per il Regno di Dio non significa abbandonare il proprio posto di lavoro e partire missionari per terre lontane (per qualcuno magari è così ma non tutti di certo!), non significa dover stravolgere la propria vita ma abbandonare i propri schemi mentali e lasciarsi guidare da Dio che ci chiama.
Non importa in quale ora della vita sono, non importa se sono giovane o adulto o anziano, il Signore mi chiama oggi a servizio della sua vigna che è la Chiesa. Il Signore sceglie me! Con tutte le mie debolezze, con tutte le mie fragilità, con tutte le mie mancanze!
Già questo dovrebbe farci saltare di gioia: Dio si fida così tanto di me da chiedermi di collaborare con Lui nell'edificazione del suo Regno... e se ha fiducia è perché mi ama davvero!
Ci sono persone che farebbero i salti mortali per poter lavorare al fianco di personaggi importanti nel loro campo professionale, persone che sono disposte a lavorare senza compenso... e noi? Dio ci chiama a lavorare con Lui... e ci pensiamo anche?
Probabilmente ci troviamo tentati di chiedere cosa ci offre, se è vantaggioso quello che ci propone...
Lo è, vi assicuro! Dio non ci fa mai mancare nulla di ciò di cui abbiamo bisogno, fin nel minimo dettaglio, colma la nostra vita della sua pace e della sua gioia, quelle vere, quelle che nessun guadagno, nessun successo terreno potranno mai darci.
Oggi il Signore viene nella tua vita e ti dice: vieni a lavorare con me! A noi non resta che rispondere
come Maria: Eccomi!

venerdì 12 settembre 2014

Non c'è amore più grande - Riflessione sul Vangelo di domenica 14 settembre 2014

Se dovessi paragonare la nostra società ad un'età della vita non avrei proprio alcun dubbio: l'adolescenza! Quell'età in cui pensi di sapere tutto, di saper fare tutto, di bastare a te stesso! A che ti servono gli adulti? A che ti serve studiare? A che ti servono le regole? Tu sai tutto, tu sei onnipotente! Ci siamo passati tutti, chi più, chi meno, ma tutti quanti abbiamo pensato di bastare a noi stessi.
Così è la nostra società, orgogliosa delle sue scoperte scientifiche, delle sue invenzioni tecnologiche, delle sue idee progressiste, avanza sicura di sé, troppo sicura di sé, convinta di bastare a se stessa. Il problema è che anche noi ci lasciamo convincere, pensiamo che nella vita ognuno debba essere libero di fare quello che gli passa per la testa perché cerchiamo di convincerci che le nostre azioni non hanno conseguenze o effetti collaterali. Certo sarebbe bello poter fare quel che mi va senza dover poi subire le conseguenze delle mie decisioni ma, siamo obbiettivi, è un comportamento da adolescenti!
Il progresso scientifico e le aziende che ci guadagnano sopra ci stanno spingendo a crederci sempre di più onnipotenti, di saper fare tutto e di poter fare tutto. Bene inteso la ricerca scientifica è cosa buona così come il progresso tecnologico, purché non ci montino la testa e non ci facciano perdere di vista quello che siamo: uomini, fragili, deboli e, soprattutto, mortali. C'è infatti una cosa che nessuno scienziato è mai stato capace di fare ridare la vita a ciò che è morto. La morte è, a bene pensarci, la conseguenza del nostro delirio di onnipotenza: ci pensiamo così indipendenti, così autosufficienti, da poter fare a meno di Dio, di poter fare a meno dell'Autore della vita, ma senza di Lui noi siamo solo fragili mortali in cammino verso la tomba.
La grande paura di ogni uomo, infatti, è proprio la morte e dietro ogni nostra paura è, in realtà, celata la paura della morte perché la morte è l'unica cosa che non siamo capaci di evitare, di risolvere.
Dunque dobbiamo rassegnarci a morire? Dobbiamo accettare il fatto che la nostra esistenza si infrangerà inesorabilmente contro questo muro invalicabile?
No, Dio non ci ha lasciato soli! Dio non ci lascia in preda alla morte, sa che da soli non possiamo sfuggirle, che da soli non possiamo sconfiggerla e sceglie di compiere l'inaudito: si fa Lui fragile, debole, mortale, si fa Lui uno di noi, prende Lui su di Sé la nostra morte per poterla vincere, per sconfiggerla per noi, sceglie di morire al posto nostro e nel modo più atroce.
Il Signore Gesù ha scelto di rinunciare alla sua eternità, alla sua immortalità, alla sua onnipotenza, per prendere su di Sé la conseguenza del nostro peccato, della nostra ribellione a Dio, del nostro delirio di onnipotenza, perché Lui solo poteva sconfiggere la morte perché Lui solo sa donare vita a ciò che è morto, con la sua morte da vita alla nostra morte, la sconfigge, la annulla.
Ma era davvero necessario? Ma non poteva salvarci con una sola parola? Sì, certamente, ma che fine avrebbe fatto la nostra libertà? Che fine avrebbe fatto la nostra possibilità di amare?
Gesù sceglie di svuotarsi di se stesso per farsi come noi e offrirci la salvezza, senza imporcela.
Dunque non ci impone la vita eterna ma per accoglierla ci chiede un atto di libertà, ci chiede di fidarci di Lui, di fidarci più di Lui che delle nostre paure -e noi ci fidiamo tanto delle nostre paure, infatti ci fanno fare un sacco di cose che altrimenti non avremmo mai fatto- ci chiede di guardare alla Croce, di credere in Lui morto, perché solo se crediamo alla sua morte possiamo credere alla sua resurrezione e così diventare partecipi della sua vita eterna.
Il Signore ci chiede di alzare lo sguardo verso di Lui crocifisso, di non aver paura di guardare in faccia la morte in Lui morto per noi nella certezza che la morte non può più farci paura perché Gesù l'ha vinta per noi, l'ha annientata!
Alziamo allora lo sguardo al Crocifisso, riconosciamo nella Santa Croce lo strumento con cui il Signore Gesù ha scelto di dare la sua vita per amore di ciascuno di noi. Se ad un certo punto della mia vita dovessi trovarmi a dubitare dell'amore di Dio o dovessi aver paura della morte, una paura che mi porta a fare cose sconsiderate, basterà alzare lo sguardo verso il Crocifisso e dire "Gesù, Tu sei morto per me, per donarmi la tua vita eterna, sei Tu il Signore della mia vita!"
Non aspettiamo però i momenti difficili, non aspettiamo di essere disperati, impariamo da subito a contemplare l'amore del Signore per ciascuno di noi nella sua morte in Croce, iniziamo da subito a guardare al Crocifisso con uno sguardo diverso, non dobbiamo aver paura della morte, andiamo oltre, contempliamo l'Amore, l'Amore che ha portato Dio a farsi come noi per fare noi come Lui.