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sabato 21 febbraio 2015

Tempo per amare - Riflessione sul Vangelo di domenica 22 febbraio 2015

Conosco poche persone che, da bambini, erano sempre contenti di andare a scuola. Alla maggior parte di noi l'idea di dover andare a scuola ogni giorno non ci faceva saltare di gioia. Da adulti, poi, ne abbiamo imparato ad apprezzare l'importanza. Nella vita, infatti, per tutte le cose importanti ci vuole un tempo di preparazione, un tempo in cui imparare ciò che ci servirà per svolgere un mestiere, per realizzare un compito, un incarico, per affrontare le responsabilità della vita. Affinché, però, la formazione sia completa si deve anche imparare ad affrontare le situazioni difficili, gli imprevisti, bisogna imparare a gestire ciò che potrebbe andare male.
Anche Gesù è andato a scuola da ragazzo, ha studiato come noi, poi però, appena prima di iniziare il suo ministero, appena prima di incominciare ad annunciare il Vangelo, ha fatto una scuola particolare, la scuola del deserto e della tentazione.
La breve pagina di Vangelo di questa domenica ci dice che Gesù è stato sospinto dallo Spirito nel deserto e lì è rimasto quaranta giorni, tentato da Satana, in compagnia di bestie selvatiche e servito dagli angeli.
È una scuola che a noi sembra piuttosto strana, fatta di silenzio, di solitudine, di rinunce, di tentazione, è una scuola dura e faticosa, in cui Gesù impara ad andare all'essenziale, a non lasciarsi distrarre da comodità, da successi, da dalle opinioni della gente. I quaranta giorni nel deserto servono a Gesù per disintossicarsi dalla frenesia del mondo, dalle attese spicciole di molti, dalle pretese di gloria di altri, è venuto per annunciare il Regno di Dio, la buona notizia della salvezza, non per seguire le onde dell'opinione pubblica.
C'è una presenza, in questo racconto, che forse ci stupisce un po': Satana che tenta Gesù. Non dobbiamo stupirci, Gesù è vero Dio e vero uomo e in quanto tale è tentato come siamo tentati noi. Ogni volta che scegliamo di compiere la volontà del Padre, ogni volta che, come Gesù, scegliamo di fidarci più di Dio e del suo disegno che dei nostri progetti, Satana viene a tentarci, viene a proporci una via più semplice, meno impegnativa, apparentemente più appagante, viene a proporci di abbandonare la volontà del Padre per seguire gli istinti della nostra carne, i nostri capricci, le nostre curiosità. Il suo scopo è allontanarci dalla volontà di Dio perché è nel compimento di essa che troviamo la nostra vera gioia, il senso della nostra vita, la piena realizzazione di noi stessi.
Non dobbiamo averne paura, non abbiamo nulla da temere, il demonio non ci può costringere a compiere il male, ad allontanarci da Dio, a peccare, cercherà di farcelo credere ma in realtà non può obbligarci perché Dio non permette mai che la nostra libertà venga annullata dal maligno.
Anche noi abbiamo davanti quaranta giorni, la Quaresima, possiamo anche noi scegliere di vivere questo tempo come un momento di grazia, come un'occasione di deserto. I tanti impegni della vita quotidiana non ci permetteranno di abbandonare tutto e ritirarci in un luogo solitario, ma, forse, potremmo cercare di fare un po' di deserto nella nostra vita, magari rinunciando a qualche attività secondaria, ritagliando un po' di tempo in più per la preghiera e l'ascolto della Parola di Dio. Certo, sappiamo già che ci sarà il tentatore che ci farà sembrare una scelta come questa inutile o inattuabile, impensabile da realizzare, ci farà sembrare gli altri impegni come impellenti e ineliminabili.
Proviamoci! Proviamo a scegliere di vivere un po' di deserto, spegniamo il televisore, il computer, il tablet e anche il cellulare, apriamo il Vangelo e lasciamoci illuminare dalla Parola di Dio, lasciamoci raggiungere dalla sua salvezza.
Gesù ce lo ha appena detto! "Il tempo è compiuto, il Regno di Dio è vicino, convertitevi e credete nel Vangelo". Questo invito non era solo per i galilei di duemila anni fa, è anche per noi oggi! Anche per noi il tempo è compiuto, è il momento giusto, il momento di smetterla di sopravvivere annaspando tra i mille impegni della vita quotidiana che ci lasciano solo stanchi e vuoti, è il momento di convertirci, cioè di cambiare modo di pensare e di guardare alla nostra vita. Impariamo a riconoscere la verità della nostra esistenza, non siamo stati fatti per correre dietro a mille impegni, siamo stati fatti per amare perché questo è quello che fa Dio, nostro Padre! Non dobbiamo abbandonare ogni nostro impegno ma iniziare a vivere tutto per amore, a compiere ogni gesto, ogni compito, ogni azione per amore, per amore di Dio e dei nostri fratelli. Sembra difficile perché non lo abbiamo mai fatto e non lo abbiamo mai nemmeno pensato.
Se però ci fermiamo un momento a guardare alla nostra vita, apparirà subito chiaro che tutto quello che facciamo per amore è faticoso ma ci lascia sereni e gioiosi. Un papà o una mamma che devono alzarsi nel cuore della notte per dar da mangiare al figlio neonato sono sicuramente affaticati ma il loro cuore è colmo di gioia. Perché, allora, non iniziare a fare tutto per amore, anche le cose più noiose, anche quelle che ci costano di più?
Il Vangelo, la buona notizia, è proprio questa! Che abbiamo un Padre che ci ha amato così tanto da dare suo Figlio per noi, per insegnarci ad amare sempre, in ogni situazione, in ogni cosa. E così facendo scopriremo che l'amore è il nostro elemento naturale, come l'acqua per un pesce!
Questa Quaresima che abbiamo davanti è un tempo di grazia, sta a ciascuno di noi saperlo cogliere, saperlo sfruttare pienamente, lasciando ciò che è di troppo nella nostra vita e imparando a vivere tutto per amore.









sabato 14 febbraio 2015

Toccati dalla grazia - Riflessione sul Vangelo di domenica 15 febbraio 2015

Nella vita essere sicuri di sé è importante, ci aiuta a prendere decisioni, ad assumerci responsabilità, ad affrontare le difficoltà. Spesso però esageriamo e la sicurezza in noi stessi, nelle nostre idee, nelle nostre opinioni, eccede i suoi limiti e ci rende incapaci di ascoltare, prestare attenzione, persino di fidarci di chi ne sa più di noi.
È l'esperienza del lebbroso del Vangelo di questa domenica. Con molta fiducia in Gesù gli si avvicina, certo che lo possa purificare, lo possa guarire e dargli, così, la possibilità di tornare a relazionarsi con i suoi concittadini, con i suoi amici e parenti. La lebbra, infatti, lo aveva escluso da qualunque tipo di relazione, lo aveva isolato ed emarginato. È naturale, quindi che sia convinto che l'unica soluzione al suo problema sarà la guarigione. Si avvicina a Gesù e con tutta la fiducia di cui è capace gli dice "se vuoi, puoi purificarmi". Se c'è una cosa a cui il Signore non sa resistere è proprio un atto di fede, un atto di abbandono e fiducia. Così Gesù si commuove, lo ama di un amore viscerale, un amore che ha le caratteristiche dell'amore materno, un amore che coinvolge tutta la persona, Gesù lo ama con tutto se stesso. È questo amore che spinge Gesù a compiere un gesto di per sé vietato: allunga la mano, lo tocca e l'uomo viene purificato.
Ora l'uomo ha ottenuto quello che desiderava e, subito, la sua superbia riprende il sopravvento, Gesù ormai non gli serve più e smette immediatamente di ascoltarlo. Gesù se ne accorge e lo ammonisce severamente, ma ormai è troppo tardi, ora non è più debole, malato, emarginato, ora è sano e non ha più bisogno di Dio, l'unica cosa che vuol fare è festeggiare la sua guarigione, perché, in fondo, è convinto di sapere meglio del Signore cosa sia veramente necessario ora per lui.
Gesù gli indica la via tracciata dalla Parola di Dio, l'offerta del sacrificio prescritto che sancisce il ritorno alla comunione con Dio, alla relazione con Lui. Ma all'uomo ormai Dio non interessa più, ormai è tornato sicuro di sé, di Dio ne può fare a meno.
Un quadro amaro, non è vero? Purtroppo però è un'esperienza in cui passiamo tutti! A chi non è mai capitato di rivolgersi a Dio nel momento della difficoltà e del bisogno e poi, quando tutto era passato, quasi dimenticarci di avergli chiesto aiuto!
Questa pagina di Vangelo, allora, parla di ciascuno di noi. Ognuno di noi è quel lebbroso, anche noi siamo affetti dalla lebbra del male, del peccato, della sofferenza. Chiedere aiuto al Signore Gesù è l'unica cosa giusta, solo il Signore, infatti, può guarirci, ma sopratutto vuole guarirci. Soffermiamoci a contemplare il suo grande amore per noi, il suo desiderio di poterci guarire dal male che ci attanaglia, che ci rende schiavi, che ci esclude dalla comunione con Dio, che ferisce le nostre relazioni fraterne. Gesù vuole guarirci, non attende altro, aspetta solo che glielo chiediamo, che lo lasciamo entrare nella nostra vita, che gli permettiamo di salvarci.
Molte persone pensano che Dio non si curi poi molto di noi, che non sia per lui un grosso problema vederci soffrire. In realtà è esattamente l'opposto, il Signore ci ama di un amore profondo, viscerale, desidera salvarci e guarirci. Se nella nostra vita ci sembra di soffrire inutilmente è, forse, perché non ci siamo ancora rivolti veramente a lui, è perché non gli abbiamo ancora chiesto veramente "se vuoi puoi guarirmi" o forse l'abbiamo fatto con poca convinzione, dicendo tra noi "tanto non mi guarisce", o forse pensiamo di non poter guarire, pensiamo che alcuni dolori e ferite che ci portiamo nel cuore non possano essere sanate. In questo modo, però, è come se legassimo le mani di Gesù, è come se ci ritraessimo dal suo tocco che risana.
Per prima cosa, dunque, abbandoniamoci al Signore Gesù, diciamogli, dal profondo del cuore, "se vuoi puoi guarirmi" e attendiamo con certa fiducia la sua guarigione.
Poi però, non facciamo come l'uomo del Vangelo, non voltiamogli subito le spalle, non pensiamo di sapere meglio di lui di cosa abbiamo bisogno! Lasciamoci guidare dalla sua Parola, custodiamo la comunione con lui e con il Padre nello Spirito Santo. La comunione si custodisce innanzi tutto nella preghiera, se la nostra vita non è imbevuta di preghiera è destinata a riammalarsi, a tornare alle ferite di prima. So che a molti sembra complicato o impegnativo, in realtà si tratta solo di vivere la nostra vita ordinaria con la consapevolezza di avere il Signore accanto e, ogni tanto, rivolgerci a lui, chiedergli luce, forza, coraggio, per fare le scelte giuste.
Essere cristiani non è una fatica, è una gioia! È la gioia dello stare sempre con il Signore e vivere già da ora della sua pace, della sua serenità, della sua gloria.

sabato 7 febbraio 2015

Uno stile nuovo - Riflessione sul Vangelo di domenica 8 febbraio 2015

Provate a pensare a quante cose avete fatto nel corso della settimana che si è appena conclusa. Molte le avete fatte volentieri, altre le avete fatte perché obbligati, di qualcosa siete soddisfatti, qualcos'altro non lo rifareste. La vita di ciascuno di noi è fatta di tanti impegni, azioni, scelte, ogni giorno ci troviamo a doverci organizzare fare tutto quello che è nelle nostre responsabilità ma anche ciò che compiamo per diletto. Forse capita anche a voi, come a me, di arrivare a sera e di accorgervi di non essere riusciti a compere tutto quello che era nei nostri programmi. Ma siamo davvero sicuri che tutto quello che programmiamo sia davvero così necessario?
Anche le giornate di Gesù erano piuttosto affollate di impegni, il Vangelo di questa domenica ce ne racconta una e ci riferisce anche come Gesù ha scelto di affrontare le tante richieste che gli venivano presentate.
Appena arrivato in casa di Simone gli fanno sapere che la suocera di Simone è a letto con la febbre e, subito, Gesù la prende per mano con grande tenerezza e la fa alzare guarendola. Sul far della sera, poi, tutta la città si raduna davanti alla casa portando i malati che Gesù guarisce e libera. Al mattino si alza molto presto e si ritira in un luogo solitario per pregare, ha però l'attenzione e la delicatezza di lasciare delle tracce affinché i suoi possano trovarlo e, con loro, riparte per visitare nuovi villaggi ed annunciare il Vangelo in tutta la Galilea.
Questa pagina di Vangelo ci presenta Gesù come uomo attento alle necessità di chi ha davanti, premuroso nel prendersene cura ma anche libero da desideri di conferme e di gloria, non è mai affrettato o affannato, non è preoccupato né indeciso, sa bene cosa deve fare e dove deve andare.
E se imparassimo da Gesù a organizzare le nostre giornate?
Certo, la nostra vita è molto diversa dalla sua, ma forse possiamo imparare ad avere uno stile nel compiere tutte le nostre attività quotidiane che assomigli sempre più al suo.
Gesù, innanzi tutto, è attento a chi ha davanti, alle necessità delle persone che incontra, le sue relazioni sono semplici e dirette, nella ricerca del bene della persona. Anche noi possiamo imparare ad essere più attenti a chi abbiamo davanti, alle necessità dei fratelli che il Signore pone sul nostro cammino. Possiamo confortare un collega che vive un momento difficile, un'amica che sta affrontando una situazione dolorosa. Davanti alle fatiche e alle sofferenze degli altri la nostra prima reazione è quella di fuggire perché il dolore altrui fa male anche a noi e ci mette a disagio. Proviamo, invece, ad imparare da Gesù a farcene carico, a prendere per mano la persona che abbiamo davanti e a dirle che le siamo vicini, che comprendiamo la sua fatica e la sua sofferenza e che desideriamo esserle di conforto. Non saremo capaci di guarire dalle malattie come faceva Gesù ma, tante volte, una parola di conforto, un sorriso, anche solo restare accanto a chi soffre, è fonte di grande conforto e coraggio ad andare avanti e a non lasciarsi abbattere dal male.
La mattina presto Gesù si ritira a pregare. Che posto ha la preghiera nella nostra vita? Istintivamente ci viene da dire che non abbiamo tempo per pregare perché abbiamo così tante cose da fare! Ma fermiamoci un istante e pensiamoci bene: è davvero tutto così indispensabile? Non riusciamo a ritagliare un quarto d'ora per stare un po' con il Signore? Per ascoltare la sua Parola di salvezza?
Proviamo a dedicare il primo quarto d'ora della giornata alla preghiera, all'ascolto della Parola di Dio del giorno, lasciando che lo Spirito Santo illumini il nostro cuore, colmi della sua grazia la nostra vita, ci faccia percepire l'amore del Padre per ciascuno di noi. Se non lo abbiamo mai fatto ci sembrerà quasi impossibile riuscire a pregare la mattina presto, se però proviamo a superare questa tentazione e iniziamo a vivere la preghiera come intimità con Dio all'inizio della giornata, scopriremo presto che quel breve quarto d'ora cambia radicalmente il senso di tutta la nostra giornata. Un proverbio dice "chi ben comincia è a metà dell'opera", se la nostra giornata inizia con l'intimità con il Signore, continuerà nella luce della sua grazia.
Da ultimo Gesù rifiuta di rimanere a Cafarnao e sceglie, invece, di proseguire per i villaggi vicini, sceglie di rinunciare alla sicurezza di un luogo conosciuto dove è acclamato e ricercato per andare dove ancora nessuno lo conosce, per andare verso l'incerto, verso lo sconosciuto, per incontrare altri fratelli e portare anche a loro l'annuncio di salvezza.
Impariamo anche noi a lasciarci guidare da Dio, ad abbandonare le nostre sicurezze, a portare la gioia del Vangelo, della vita cristiana, anche a chi ancora conosciamo poco. A scuola o sul luogo di lavoro, per esempio, proviamo ad andare a conoscere chi ancora non conosciamo, non per lasciare amicizie consolidate ma per incontrare persone nuove, per offrire loro la nostra amicizia, per portare loro la nostra gioia. Anche questo, istintivamente, ci farà difficoltà perché tutti abbiamo paura di chi non conosciamo, temiamo di fare brutte figure, di lasciare le nostre sicurezze. Il Signore però ci invia a portare la sua gioia a tutti gli uomini. Non pensiamo che questo significhi dover approntare conferenze e catechesi, anche per questo basta un sorriso, una parola gentile e di conforto, un'amicizia semplice e disinteressata.
Lo stile che Gesù ci propone sembra di difficile attuazione, sembra che ci costi parecchio, che sia impegnativo e, forse, anche un po' scomodo. Se però proviamo ad iniziare a viverlo, dopo un po' di disagio iniziale, scopriremo che riempie molto più la nostra vita di quanto non facciano i tanti impegni della nostra giornata, ci insegnerà a scegliere ciò che è veramente importante, che riempie davvero la nostra vita e che le dona quella autenticità che tutti desideriamo.

sabato 24 gennaio 2015

Il tempo di Dio - Riflessione sul Vangelo di Domenica 25 gennaio 2015

Sappiamo tutti molto bene che viviamo in un'epoca frenetica, siamo sempre di corsa, sembra sempre che ci manchi il tempo per fare quello che vorremmo. 
Il tempo è oggi tra i beni più preziosi, tra le cose a cui più teniamo, ma è anche ciò che più di ogni altra cosa ci sfugge, semplicemente perché non può essere fermato o conservato.
Il tempo scorre inesorabilmente e sempre uguale eppure nella nostra vita non tutti i momenti sono uguali tra loro, alcuni sono molto importanti perché hanno segnato dei cambiamenti fondamentali della nostra vita. Nello scorrere uniforme del tempo, alcuni istanti diventano più importanti e speciali.
L'uomo vive nel tempo, Dio invece vive nell'eternità, eppure c'è un "tempo di Dio" è il momento in cui la sua grazia irrompe nella nostra vita e ci chiama e ci trasforma.
Nella vita di ogni uomo c'è un momento propizio, il tempo giusto, il momento nel quale il Signore Gesù si fa presente, ci chiama per nome, ci invita a conversione, ci invita ad accogliere nella fede il suo annuncio di salvezza. Dio ha una grande fantasia ed entra nella vita di ciascuno di noi in modo diverso, in modo unico e speciale. A volte attraverso la testimonianza di un fratello, altre volte attraverso una pagina della Scrittura o una lettura spirituale, altre ancora attraverso un evento di cui siamo spettatori. Magari avevamo già sentito mille volte quella testimonianza o letto quella pagina ma in quel momento ci colpisce in modo del tutto nuovo, inatteso, sorprendente. È l'irruzione di Dio nella nostra vita! 
Il Signore ci chiede, innanzi tutto la conversione, ci chiede di cambiare modo di pensare, di guardare alla vita, ci chiede di abbandonare quei comportamenti che non sono conformi al suo amore, alla verità. La parola "conversione" a molti fa paura, si pensa subito a qualcosa di impegnativo e faticoso, si pensa che significhi rinunciare alle cose belle della vita, che porti ad una vita più cupa e triste. In realtà è esattamente il contrario! Quando scegliamo di lasciarci convertire dal Signore, quando decidiamo di cambiare modo di pensare, impariamo anche a comprendere la profondità e la verità del Vangelo, della Parola di Salvezza. Se prima non sappiamo convertire il nostro cuore a Dio, il Vangelo resterà solo un manuale di buone maniere da cui vorremo strappare qualche pagina perché contraria alla ricerca dei nostri piaceri personali.
Un cuore convertito, invece, sa accogliere profondamente la Parola del Signore, sa vederne la luce sfavillante, sa contemplarne l'amore misericordioso e tenero. Solo un cuore convertito sa fidarsi di Dio veramente, sa attendere il suo intervento, sa accogliere la sua grazia.
È l'esperienza dei primi discepoli che si sono sentiti chiamare da Gesù e "subito", come annota il Vangelo, lasciano tutto e lo seguono. Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni decidono seguire il Signore Gesù senza chiedere chiarimenti o garanzie perché sono stati toccati nel profondo del cuore dal suo amore. Hanno intuito, pur senza capire perfettamente, che quello a cui Gesù li sta chiamando vale molto più del loro lavoro, della loro impresa, della loro stessa vita. 
Vale la pena lasciare tutto per seguire Gesù perché ciò a cui ci chiama non stravolge la nostra vita, la porta a compimento, basta solo fidarsi di Lui, accoglierlo quando passa nella nostra vita, quando arriva il nostro momento, il momento speciale dell'incontro con la grazia che ci salva. 
Ma come si fa a capire quando arriva questo momento così speciale?
Non c'è un modo, una ricetta, bisogna, però, vivere il tempo in un modo nuovo, non più come lo scorrere continuo di minuti uno uguale all'altro ma come la possibilità di incontrare il Signore, di essere raggiunti dalla sua Parola, è questione di attenzione e attesa fiduciosa, il Signore non tarda, non si dimentica, arriva sempre nel momento giusto, nel momento propizio, non quando vogliamo noi ma quando Lui sa che è il tempo giusto e quello diventa "tempo di Dio". 

sabato 17 gennaio 2015

Una presenza luminosa - Riflessione sul Vangelo di domenica 18 gennaio 2015

"Che cosa cercate?" Questa semplice domanda Gesù la pone ai due discepoli di Giovanni Battista che si erano avvicinati a Lui dopo che il loro maestro lo aveva indicato come il Messia atteso.
Ecco, questa domanda oggi il Signore la fa anche a ciascuno di noi "Che cosa cerchi?"
Perché vado a Messa, perché leggo il Vangelo, perché mi dico cristiano?
Gesù ci chiede di esprimere cosa muove le nostre scelte di fede, non perché abbia bisogno di saperlo lui ma siamo noi a doverlo chiarire a noi stessi.
La vita cristiana non può essere il desiderio di soddisfare una curiosità o un'abitudine ricevuta per educazione, sarebbe qualcosa di superficiale, poco più che un hobby.
La vita cristiana è stare con il Signore Gesù, il discepoli gli chiedono "Maestro, dove abiti?" ed egli risponde "Venite e vedrete". La vita cristiana, infatti, è un'esperienza del Signore Gesù, è sperimentare la sua presenza, la sua vicinanza, la sua pace. Non è qualcosa che si può leggere su un libro e nemmeno ascoltare in un'omelia o una catechesi, dobbiamo lasciarci coinvolgere personalmente.
Il libro, l'omelia, la catechesi, hanno il compito che ha avuto Giovanni Battista, di indicarci il Signore Gesù, l'incontro, però, è poi personale, deve essere una mia scelta e decisione.
Lasciamo, allora, sgorgare in noi, nel nostro cuore, questo desiderio profondo di stare con Gesù, di dimorare con Lui.
Impariamo a vivere alla presenza del Signore, che non è una presenza minacciosa e inquisitrice, come forse molti pensano. Al contrario la presenza del Signore è luminosa, dona luce ad ogni nostra azione, ci rende cioè capaci di vedere la verità delle cose, delle nostre decisioni, di ciò che ci accade perché tutto è illuminato dalla sua Parola di verità e salvezza.
Stare con il Signore non significa stare ore e ore in ginocchio in preghiera ma comprendere che Gesù non è lontano o distratto, è qui accanto a me, ora, in ogni momento della giornata, anche quando qualcosa mi turba, mi fa soffrire, mi preoccupa. In questi momenti, invece di lamentarci e lagnarci come facciamo di solito. impariamo a rivolgerci a Lui: "Signore, c'è questa situazione che mi fa paura, che mi fa soffrire, ma so che tu sei qui vicino a me, che mi dai forza e coraggio per affrontare tutto questo, perché anche attraverso tutto questo tu manifesti la tua gloria nella mia vita!".
Se non ci capita spesso di avvertire l'aiuto di Dio non è perché non ci aiuti ma perché siamo noi a non essere disposti a lasciarci aiutare, perché pensiamo di dover fare da soli.
Vivere alla presenza del Signore Gesù significa anche fare scelte di vita importanti, spesso contro corrente rispetto a quanto fanno le persone accanto a noi. Non vergogniamocene, se guardiamo bene in fondo al nostro cuore, sappiamo che quella è la scelta giusta, secondo verità, secondo il bene vero, e allora la possiamo compiere sapendo che ci donerà pace e serenità vere.
Se impariamo a dimorare con Gesù, ad averlo come amico al nostro fianco in ogni situazione della vita, il nostro cuore sarà nella pace e nella gioia vera. Una gioia così piena e traboccante che non potremo tenercela per noi e dovremo annunciarla a chi ci sta accanto.
Per un cristiano evangelizzare, annunciare, cioè il Signore Gesù, non è un dovere ma un bisogno, non ne può fare a meno perché la comunione con Dio è un'esplosione di gioia incontenibile. Così è stato per Andrea che appena trovato il fratello Simone lo ha portato da Gesù affinché anche lui potesse incontrarlo e fare la stessa esperienza.
Non abbiamo nulla da temere, dunque, lasciamoci condurre all'incontro con Gesù, chiediamogli anche noi "Dove dimori?", stiamo con Lui, lasciamoci illuminare dalla sua luce, scaldare dal suo amore e la nostra vita non sarà più la stessa.

sabato 10 gennaio 2015

Battesimo, incontro d'amore - Riflessione sul Vangelo di domenica 11 gennaio 2015

Quanti incontri facciamo ogni giorno, alcuni più importanti altri meno, alcuni ci rallegrano la giornata altri, invece, possono essere causa di un turbamento. Tutti abbiamo fatto degli incontri che ci hanno cambiato la vita, che hanno portato nella nostra esistenza persone che sono diventate importanti per noi per mille motivi diversi, senza le quali vivremmo in maniera molto diversa.
A pensarci bene, ciò che cambia realmente la nostra vita, ciò che le dà forma, colore, ciò che la rende bella, non sono i successi lavorativi o quello che riusciamo a conquistare, ma proprio gli incontri giusti, spesso inattesi e sorprendenti che sanno cambiare il nostro percorso personale.
Questi incontri ci trasformano perché ci fanno guardare alla nostra vita in un'ottica differente, ci fanno scoprire lati di noi che non conoscevamo, ci aiutano a ridimensionare e a dare il giusto peso a ciò che abbiamo, alle nostre ferite e ai nostri successi, ci aiutano a comprendere il senso profondo della nostra esistenza.
Tra tutti questi incontri importanti ce n'è uno che è più importante degli altri perché è l'incontro con l'Unico che veramente cambia la nostra vita: Dio. Questo incontro si chiama Battesimo.
La maggior parte di noi ha ricevuto il Battesimo da neonato e non ha alcun ricordo di quel momento, così ci troviamo a dare per scontato quell'incontro, quel dono prezioso, comprendendolo poco e vivendolo ancora meno.
Nella pagina del Vangelo di Marco, che la Chiesa ci fa ascoltare in questa domenica che chiude il Tempo di Natale, sono molti gli elementi che ci parlano del Battesimo di Gesù come dell'incontro tra Dio e l'umanità.
Giovanni Battista predicava un battesimo di conversione, invitava, cioè, ad abbandonare la solitudine di una vita arida, simboleggiata dal deserto, per lasciarsi purificare e avvolgere dalla misericordia di Dio, simboleggiata dall'acqua.
Anche Gesù va da Giovanni a farsi battezzare indicandoci così la strada che parte dall'abbandono della vita arida per entrare nell'amore di Dio.
Il Vangelo ci presenta poi un doppio movimento: Gesù sale dalle acque (la traduzione più letterale del vocabolo greco è salire più che uscire) e lo Spirito discende su di lui, questo incontro è poi suggellato dalla voce del Padre che riconosce in Gesù il Figlio amato in cui si compiace.
Anche nel Battesimo al Giordano, Gesù ci sta aprendo la strada verso il cielo, i cieli infatti sono aperti, non c'è più alcun ostacolo tra l'uomo e Dio, anzi Dio stesso scende e immerge l'uomo nel suo amore, lo Spirito Santo.
Bene, ma cosa dice tutto questo alla mia vita?
Nel Battesimo di Gesù dobbiamo imparare a leggere anche il nostro Battesimo. Anche io ho abbandonato la vita arida della solitudine, anche per me i cieli ora sono aperti, non c'è, quindi, separazione e distanza tra me e Dio, non solo ma lo Spirito Santo è disceso su di me, è venuto ad abitare in me, il Padre mi ama come ama il Figlio Unigenito, è compiaciuto di me, non perché sono bravo o perfetto ma semplicemente perché è questo il suo più grande desiderio, potermi amare e avermi con sé.
Come tutti gli incontri, anche quello con Dio va coltivato, va vissuto. Impariamo a cercarlo nella nostra quotidianità, come si cerca un amico in una piazza affollata, quando ci sentiamo soli o tristi, impariamo a ricordare a noi stessi che non ne abbiamo motivo perché il Signore è lì con noi e il suo amore è l'unico che colma quella solitudine profonda che tutti ci portiamo nel cuore, è l'unico che ci sa consolare davvero. Non manchi mai, nella nostra giornata, un tempo che dedichiamo solo al Signore, per una preghiera, anche breve ma che sgorghi dal profondo del cuore. Lasciamoci guidare dalla sua Parola, magari ritornando a rileggere, durante la settimana, il Vangelo della domenica o leggendo quello del giorno.
Tante persone oggi si sentono sole non perché lo siano veramente ma perché non accolgono e vivono veramente l'incontro più importante e prezioso che si possa fare: quello con Dio.
Accogliamolo con semplicità e fiducia e ci cambierà la vita.

sabato 3 gennaio 2015

L'incontenibile amore di Dio - Riflessione sul Vangelo di domenica 4 gennaio 2015

Viviamo nell'epoca dei social network ma, a ben guardare, siamo poco "social", le relazioni non sono poi il nostro forte, altrimenti non si spiegherebbe tanta solitudine e tanta incomprensione.
Abbiamo tanti contatti ma non sappiamo stabilire relazioni vere perché ci stiamo abituando a relazioni funzionali e non gratuite.

In questa seconda domenica del Tempo di Natale, la Chiesa ci fa ascoltare ancora una volta l'inno con cui si apre il Vangelo di Giovanni, uno dei testi più alti e profondi di tutta la Scrittura, inizialmente sembra un po' difficile ma non fermiamoci alla terminologia, lasciamo che Dio ci parli attraverso questo testo. Se lo leggiamo con attenzione è tutto incentrato sulle relazioni: prima ci dice che Dio in se stesso è relazione, poi ci descrive come Dio si relaziona con noi, infine ci indica la via per relazionarci con Lui.
I primi versetti ci raccontano Dio, ce lo descrivono, ci dicono che Dio, in se stesso, è relazione. Egli, rimanendo Uno, in Sé vive la relazione: il Verbo è Dio ed è di fronte (presso nella traduzione italiana) a Dio Padre. Non sforziamoci troppo a voler capire come fa Dio ad essere Uno solo e ad essere anche relazione in se stesso, è il mistero della Santissima Trinità, non potremo mai comprenderlo pienamente. Invece però di scoraggiarci, rallegriamocene! Dio sarà una continua sorpresa per noi!
Questo desiderio di relazione che ha Dio in se stesso è così grande che Dio sceglie di creare, di donare la sua vita, la sua luce, ad altri, agli uomini, non come fossero burattini con cui giocare ma a soggetti, a persone libere, libere affinché siano capaci di amare ma anche libere di rifiutare la sua luce e sprofondare così nelle tenebre.
Ma Dio è amore, è relazione eterna, e non si lascia scoraggiare tanto facilmente. Non abbandona gli uomini nelle tenebre in cui sono andati a rinchiudersi, viene nel mondo, viene a riportare la luce perduta, a ristabilire quella relazione spezzata, a offrirci un'altra possibilità.
Questa volta, però, i propone una relazione tutta nuova, non più solo una relazione di alleanza ma ci offre di diventare figli di Dio, di essere accolti in Lui, nel suo cuore, di essere trasformati nel più profondo di noi stessi, di essere ricreati, di essere amati nel più intimo e profondo di noi stessi.
Facendosi carne, venendo, cioè, a condividere la nostra condizione di tenebra, il Verbo di Dio, cioè il Figlio, si fa vicino a noi per rivelarci la gloria del Padre che è questo amore incontenibile, questo amore che non viene mai meno, che trasforma la nostra vita, che disperde le tenebre della nostra sofferenza, che guarisce le nostre ferite del cuore, che ci colma della sua grazia che è una gioia immensa.
Accogliamo il Signore Gesù. il Verbo fatto carne per amore nostro, e lasciamo che consoli le nostre solitudini e ci riempia della sua grazia e la nostra vita sarà trasformata.