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sabato 31 dicembre 2016

Dio salva! - Riflessione sul Vangelo di domenica 1 gennaio 2017

Alla fine dell'anno ci troviamo spesso a fare il bilancio dell'anno appena trascorso e all'inizio del nuovo facciamo propositi e progetti. Qualche volta il bilancio è in attivo perché nel corso dell'anno abbiamo vissuto eventi belli e importanti, altre volte il bilancio è negativo perché ci sono accaduti eventi tristi e dolorosi. Quanto ai progetti e ai propositi non sappiamo quanto ci sarà possibile realizzarli, sappiamo bene che non dipenderà esclusivamente da noi. Forse a considerare bene la nostra storia ma anche quella dell'umanità intera ci potremmo sentire impotenti, potremmo avere la sensazione di essere sballottati da tanti eventi che non possiamo controllare, eventi che decidono della nostra sorte. Tutto questo se ci limitiamo a considerare la storia in termini esclusivamente umani. 
In verità non siamo come navi alla deriva, sballottati dalle onde di una storia che come un mare in tempesta tenta ogni giorno di inghiottirci. La nostra vita è nelle mani di Dio, di un Dio che salva!
Gesù significa "Dio salva" ed è il nome di quel Bambino in cui Dio ha voluto incarnarsi, ha voluto farsi vicino a noi, ha voluto manifestarsi ad ogni uomo, a partire dai più poveri ed emarginati. 
Leggiamo allora la nostra storia alla luce del nome di Gesù, davanti alle catastrofi, davanti alle disgrazie, davanti agli eventi dolorosi ricordiamoci che Dio salva! Davanti alle gioie, davanti ai successi, davanti alle vittorie ricordiamoci che Dio salva! 
Proviamo a rileggere il nostro anno passato alla luce di questa certezza, che in tutto ciò che abbiamo vissuto Dio viene a salvarci, se glielo permettiamo. Anche in quegli eventi che ci sembrano solo tragedie, anche lì Dio salva, anche nelle grandi sofferenze Dio salva! Lodare e ringraziare Dio per gli eventi gioiosi è più semplice, anche se non sempre ci ricordiamo di farlo, iniziamo a farlo anche davanti alle situazioni più difficili certi che anche lì dove tutto ci sembra perduto Dio salva!
Per imparare a lodare Dio sempre, per imparare a fidarci di lui in ogni circostanza impariamo da Maria Santissima. Come lei custodiamo e meditiamo nel cuore tutto ciò che ci accade permettendo allo Spirito Santo di illuminarci, di infonderci speranza, serenità, coraggio. Impariamo a non lasciarci scoraggiare dagli eventi della vita, impariamo ad andare sempre avanti, fiduciosi che Dio non manca mai alle sue promesse, che non ci abbandona ma che tutto volge a nostra salvezza perché ha scelto di farsi uomo per donarci la sua vita eterna. Su questa fiducia e certezza impariamo a lodare Dio, ad annunciare le sue meraviglie, a raccontare quello che ha compiuto nella nostra vita affinché anche i nostri fratelli possano imparare ad aprirgli il cuore, ad accogliere il suo amore e la sua salvezza che è davvero per ogni uomo!

sabato 17 dicembre 2016

Vero coraggio - Riflessione sul Vangelo di domenica 18 dicembre 2016

Nell'antichità c'erano gli eroi dell'epica classica, nel Medioevo i cavalieri, oggi abbiamo i supereroi (è vero, ci abbiamo perso parecchio ma rimandiamo ad altra sede una discussione circa il declino della nostra letteratura): tutti costoro non sono altro che personaggi coraggiosi, che hanno affrontato senza paura imprese leggendarie. Perché tanto interesse intorno a figure di questo tipo? Penso perché abbiamo bisogno di modelli di coraggio, abbiamo bisogno di poter avere davanti agli occhi esempi di persone che hanno compiuto grandi imprese così, forse, suscitano in noi un po' più di coraggio per affrontare le difficoltà quotidiane.
Sapete chi è stato un uomo veramente coraggioso, uno che vale davvero la pena di imitare? San Giuseppe! Sì, proprio il mite e taciturno san Giuseppe.
La pagina di Vangelo di questa domenica è l'unica di cui è protagonista, di lui non ci rimane neppure una parola ma ci ha lasciato un enorme esempio di coraggio.
Coraggio non è latro che una versione provenzale della parola latina cor cuore. Dunque avere coraggio non è sapersi buttare a un ponte con un elastico alle caviglie o correre a trecento chilometri all'ora su una pista; avere coraggio non è altro che avere cuore e saperlo usare bene. Non nel senso smielato e un po' infantile come lo intendiamo oggi, non significa essere romanticoni e teneroni ma essere persone che in quello che fanno ci mettono il cuore e cioè tutto se stessi. Nella Scrittura il cuore è la sede sia dei pensieri che dei sentimenti perché non possono essere separati in quanto gli uni influenzano gli altri e viceversa. Quando amiamo una persona ne pensiamo anche bene, vogliamo il suo bene, la conosciamo sempre meglio e ne comprendiamo i pensieri. Così pure quando iniziamo a conoscere una persona, la stimiamo, ne apprezziamo le idee e i comportamenti iniziamo anche a volerle bene. Per tutto questo, però, serve un cuore puro, limpido, giusto, capace di compassione e misericordia.
Giuseppe aveva un cuore così: giusto nel senso biblico del termine e cioè appunto limpido e puro, misericordioso e compassionevole, un cuore come il cuore di Dio. Avrebbe avuto ogni diritto, anzi, sarebbe stato suo dovere denunciare pubblicamente e lapidare Maria, trovata incinta prima che andassero a vivere insieme. Ma il suo cuore puro non glielo voleva permettere, così mentre cercava una via d'uscita ecco in sogno l'angelo spiegargli come stavano veramente le cose. Quell'invito "non temere" deve aver risuonato nel cuore di Giuseppe molte volte, deve averlo richiamato alla memoria molto spesso mentre faceva da padre al Figlio di Dio. Il segreto di Giuseppe, il suo coraggio è tutto lì è nel suo cuore che ha accolto quell'invito, che ha scelto di non aver paura di una chiamata di Dio che veniva a sconvolgere tutti i suoi piani, i suoi progetti buoni e belli ma terreni. Giuseppe ha avuto coraggio perché ha scelto di fidarsi di Dio, di mettere da parte i suoi disegni per scegliere l'unico disegno che meriti di essere seguito: il disegno d'Amore di Dio.
In questa quarta domenica di Avvento impariamo lo stile di Giuseppe, impariamo ad avere anche noi coraggio, a mettere il cuore in quello che facciamo, a non avere paura della chiamata di Dio, ad alzarci e a compiere quello che Dio ha pensato per noi. Ci cambierà molti dei nostri progetti ma sarà l'occasione per ognuno di noi di fare della nostra vita una occasione di salvezza per tanti fratelli. Qualcuno potrebbe obiettare: ma come si fa a capire la volontà di Dio? Il problema vero non è come capire ma se davvero vogliamo capirla! Spesso non capiamo cosa il Signore vuole da noi semplicemente perché preferiamo non capire, perché abbiamo paura che ci chieda più di quanto siamo disposti a dargli, che ci porti a fare scelte che ci sembrano scomode e impegnative. Impariamo da Giuseppe, purifichiamo il nostro cuore da ogni paura, da ogni egoismo, da ogni superbia, iniziamo a vivere ogni cosa che facciamo mettendoci il cuore, amando le persone che incontriamo, anche chi magari vediamo per pochi minuti e non vedremo mai più nella nostra vita. Mettiamo cuore in ogni nostra azione e il Signore ci manifesterà la sua volontà, il suo disegno d'amore e di salvezza per la nostra vita.

venerdì 2 dicembre 2016

Gesti d'amore che cambiano il cuore - Riflessione sul Vangelo di domenica 4 dicembre 2016

Ci sono persone che, quando parlano di ciò che li appassiona, lo fanno con una forza e una carica tali da affascinare chi ascolta. Conosco persone che quando parlano delle loro passioni letteralmente si accendono, si infervorano, sembrano un fiume in piena e sanno essere coinvolgenti, sanno catturare l'attenzione, ci si ferma ad ascoltarli con interesse. Ciò che conquista non è solo l'argomento ma l'entusiasmo con cui ne parlano, la capacità che hanno di fartene intuire la bellezza, l'importanza, la grandezza. 
Doveva essere così san Giovanni Battista, un uomo appassionato, capace di catalizzare l'attenzione di tante persone che accorrevano a lui da tutta la Giudea. Un uomo che, con forza, annunciava l'arrivo del Messia, con una passione e una forza a cui non si riusciva a resistere. Non era certo un tipo tenero Giovanni, quanto aveva da dire lo diceva in faccia, senza mezzi termini, senza diplomazia eppure la passione che ci metteva nell'annunciare la venuta del Messia era tale che tutti volevano ascoltarlo. Uniamoci anche noi a quelle folle e andiamo ad ascoltarlo, lasciamoci guidare dal suo annuncio a prepararci ad accogliere il Signore Gesù che viene nella nostra vita.
"Convertitevi! Fate frutti degni di conversione!" Diceva Giovanni. La conversione tanto appassionatamente invocata dal Precursore è il cambiamento del modo di pensare, dobbiamo smettere di pensare secondo il mondo mettendo al centro della nostra vita noi stessi e dobbiamo iniziare a pensare secondo Dio, mettendo Lui al centro della nostra vita. Poiché, poi, le nostre azioni rivelano i nostri pensieri, le nostre azioni devono manifestare anche questa conversione.
Ammettiamolo, siamo molto più centrati su noi stessi di quanto non vorremmo. Quando ci accade qualcosa il nostro primo pensiero è alle conseguenze che quell'evento avrà sulla nostra vita, su quanto sconvolgerà i nostri piani su quanto ci costerà o potrà esserci vantaggioso. Quanto è difficile, però, abbandonare questa mentalità. Iniziamo, allora, dalle azioni, impegniamoci a fare azioni degne di chi ha messo il Signore e la sua volontà al centro della propria vita. Dedichiamo un po' del nostro tempo e delle nostre energie a chi ha bisogno, a chi non può esserci di alcun vantaggio, spendiamoci gratuitamente. Davanti alle difficoltà, invece di abbandonarci all'ansia e allo sconforto, mettiamoci a lodare il Signore, non per convincerlo a volgere le cose a nostro vantaggio, ma con la certezza che non ci abbandona e che, ancora una volta, ci mostrerà la sua salvezza. Quando siamo tentati di giudicare una persona, rendiamo grazie a Dio per la sua vita e chiediamogli che ci insegni ad amarla come la ama Lui. Compiamo gesti d'amore, anche se all'inizio saranno faticosi, anche se ci sembrerà di farli contro voglia, o se ci verrà da pensare che non servano a nulla. Scopriremo a poco a poco che non è poi così difficile e che si può veramente iniziare a pensare secondo Dio. Il nostro cuore diventerà ogni giorno di più capace di amare di amore vero, gratuito e sarà così sempre più pronto ad accogliere il Signore che viene a battezzarci in Spirito Santo e fuoco, a immergerci, cioè, nello Spirito che è Dio che ama in noi. Solo un cuore capace di amore donato può accogliere l'amore di Dio che si dona ed è quell'amore che trasforma veramente la nostra vita, che le fa realmente cambiare aspetto. Ci ritroveremo, senza quasi accorgercene, a fare discorsi appassionati come quelli di Giovanni Battista, a invitare i fratelli a incontrare il Signore, a lasciarsi amare da Lui, ad amare chi ci sta accanto perché la nostra vera natura è di amare, amare pienamente e gratuitamente. 
Questo Tempo di Avvento possa essere un tempo nel quale impariamo lo stile della conversione, dell'amore che si dona, tempo nel qual ci prepariamo ad incontrare il Signore che viene a renderci capaci da amare come ama Lui e di trovare così tutta la nostra gioia. 

sabato 26 novembre 2016

Vigiliamo! - Riflessione sul Vangelo di domenica 27 novembre 2016

Quando siamo molto concentrati a fare qualcosa può capitare che qualcuno ci chiami e noi nemmeno lo sentiamo. Ci capitava da bambini quando giocavamo: quante volte le nostre mamme ci dovevano chiamare perché la cena era pronta! A ben pensarci un po' tutta la nostra vita è così. Siamo sempre molto impegnati, preoccupati a seguire tutte le nostre attività e i nostri doveri, anche quando ci dedichiamo a passatempi, allo sport, ad attività ricreative ci mettiamo molta attenzione.
Ma siamo sicuri che in questo modo non rischiamo di perderci qualcosa?
Iniziamo questa domenica il Tempo di Avvento che, come gli altri tempi forti dell'anno liturgico, è un tempo nel quale la Chiesa ci invita a fermarci, ad allentare un po' la tensione, a distogliere almeno per un momento la nostra attenzione dalle cose di questo mondo per considerare il senso vero e profondo della nostra vita. È un tempo che si apre con un invito forte del Signore Gesù: Vigilate!
Gesù non ci invita a fare notti in bianco o a tralasciare i nostri doveri, non ci chiede nemmeno di rinunciare ai nostri passatempi o al nostro relax. Ci invita, però. a vivere tutto senza lasciarci fagocitare completamente da ciò che stiamo facendo, dalle cose di questo mondo.
Quando qualcuno a cui vogliamo bene ci dice che passerà a trovarci noi continuiamo le nostre faccende ma con un orecchio sempre teso al campanello affinché appena suona possiamo correre ad aprirgli. Questa è la vigilanza che il Signore ci chiede in questo tempo di Avvento, continuiamo a svolgere le nostre attività, i nostri doveri, i nostri divertimenti, ma nell'attesa del Signore che viene.
Perché non lo facciamo sempre? Perché ogni anno la Chiesa deve ricordarcelo?
Perché in fondo noi non ci crediamo poi tanto, non pensiamo che il Signore possa davvero venire nella nostra vita perché l'unica venuta del Signore che immaginiamo è l'ultima, quando i sarà in Giudizio Universale. A parte che non sappiamo quando arriverà quel giorno, potrebbe benissimo essere domani, ma non è solo l'Ultimo Giorno che dobbiamo attendere. Il Signore ci invita ad essere vigilanti perché ogni giorno viene nella nostra vita, viene a visitarci, viene a liberarci, viene a guarirci. Se non facciamo attenzione, se non tendiamo l'orecchio, se non siamo pronti e vigilanti, se permettiamo alle cose di questo mondo di assorbire tutta la nostra attenzione rischiamo di perderci il passaggio del Signore nella nostra vita. Quando il Signore viene a visitarci è sempre per la nostra salvezza, per la nostra guarigione, per la nostra liberazione. Conosco tante persone che nella vita avevano già dato tutto per scontato, si erano già rassegnati a vivere fatiche, dolori, ansie, sicuri che nessuno avrebbe mai potuto liberarli. Invece un giorno, quando meno se lo aspettavano, il Signore Gesù è entrato nella loro vita in un modo nuovo, diverso, inatteso e sorprendente e la loro vita è cambiata. Gesù vuole entrare così nella nostra vita, scegliamo, quindi, in questo Tempo di Avvento di vegliare, di attenderlo, di restare attenti a tutte le occasioni che il Signore ci metterà davanti, lì, proprio dove noi meno ce lo aspettiamo, il Signore manifesterà la sua gloria e noi troveremo la nostra gioia.
Maranatha! Vieni Signore Gesù!

sabato 5 novembre 2016

La fonte della vita - Riflessione sul Vangelo di domenica 6 novembre 2016

Da sempre l'uomo è un essere curioso, vuole scoprire, conoscere, capire. Nei tanti secoli di storia dell'umanità molti sono stati gli scienziati che hanno speso la loro vita a studiare i tanti fenomeni che costituiscono il nostro mondo. Di tutti il fenomeno più studiato, nelle sue tante forme, è la vita. Molte sono le branche del sapere che se ne occupano: la biologia, la medicina, la botanica, la zoologia e molte altre. L'uomo di ogni tempo non può non essere affascinato dalla vita: è ciò che ci è più proprio eppure continua a sfuggircene il segreto. Molti filosofi hanno anche cercato di definirla ma anche loro non sono arrivati a un risultato soddisfacente. È qualcosa che tutti sperimentiamo ogni giorno eppure continua a sfuggirci. Non sarà, forse, perché sbagliamo il punto di partenza?
Vogliamo studiare la vita come se si trattasse solo del funzionamento di una macchina composta di cellule invece che di ingranaggi, sia che si tratti di un batterio, di una pianta, di un animale o dell'uomo, vogliamo carpirne il meccanismo. Infatti se si trattasse di un meccanismo, per quanto complesso, potremmo evitare la domanda più spinosa: chi è la fonte della vita?
Se veramente vogliamo carpire il segreto della vita dobbiamo invece proprio partire da qui, dalla sua fonte, da Dio! Dobbiamo abbandonare la nostra pretesa di conoscenza, il nostro razionalismo che ci imprigiona in schemi freddi e rigidi e cominciare a chiederci: perché esiste la vita?
Ci affanniamo tanto a studiare quando basterebbe chiedere! Basta chiedere a Dio, fonte della vita, perché ci hai creati, perché hai creato la vita, quale ne è il senso? E sapete qual è il bello? È che Dio ci ha già risposto! Lo ha fatto in Gesù, lo ha fatto condividendo la nostra vita, per donarci la sua, per farci comprendere che la vita umana è un atto d'amore e che non la comprenderemo mai finché non la ameremo fino in fondo, fino alla sua fonte, finché non ameremo veramente Dio. Quando lo avremo fatto, quando avremo scelto di amare la vita a partire dal suo creatore comprenderemo che non è un meccanismo, che non è qualcosa di relegato a questa realtà che conosciamo ma che è per l'eternità.
Nella pagina di Vangelo di questa domenica Gesù invita i sadducei, e noi con loro, a fare proprio questo cambio di prospettiva, a non considerare la vita a partire da quel poco che conosciamo a questo mondo ma di partire considerando l'autore della vita: Dio che è Dio dei vivi e non dei morti.
Proviamo a fare questo cambiamento, iniziamo a pensare alla nostra vita non come a un fenomeno naturale stretto nelle regole di questo mondo ma per quello che è veramente, un atto d'amore di Dio e, in quanto tale, non limitato nel tempo ma eterno. Molti scienziati hanno paura che partire da questo presupposto ci imprigioni in norme, regole e leggi. In realtà è l'esatto opposto: pensare alla nostra vita e ad ogni vita umana come un atto d'amore di Dio ci libera innanzi tutto dalla solitudine che ci portiamo nel cuore perché sappiamo di non essere soli. Ci libera dalla paura di trovarci abbandonati perché comprendiamo che ogni altra forma di vita è creata perché sia di sostegno alla nostra vita, è un dono che deve essere custodito e usato con rispetto e gratitudine. Ci libera dall'egoismo perché perché ci fa scoprire anche chi abbiamo accanto come un dono speciale e prezioso di cui non posso disporre a nostro piacimento. Ci libera dalla paura della morte perché ci fa comprendere che non è la fine ma il passaggio alla pienezza della vita.
La vita che stiamo vivendo qui è solo l'inizio di una esperienza meravigliosa che troverà la sua pienezza nella resurrezione, nella vita eterna che il Signore ha preparato per noi, qualcosa che ora non possiamo comprendere fino in fondo, che vorremmo poter conoscere con ciò a cui siamo abituati qui ma che comprenderemo solo quando la vivremo. Ripartiamo ogni giorno dalla fonte della nostra vita, ripartiamo ogni giorno da Dio, dal suo amore infinito ed eterno e il suo Spirito darà al nostro cuore le risposte che tanto affannosamente cerca.

sabato 29 ottobre 2016

Amore che converte - Riflessione sul Vangelo di domenica 30 ottobre 2016

Siamo quasi alla fine di questo Giubileo della Misericordia, abbiamo trascorso un anno a raccontare, meditare, contemplare la misericordia di Dio. A ben guardare però forse dovremmo prolungarlo per un'altra cinquantina d'anni! Sì, perché nel corso di questo anno speciale mi è sorta una domanda: perché così tanta gente pensa che Dio sia un giudice severo e intransigente che non vede l'ora di condannare tutti? È vero che in buona parte la colpa di questa idea è di noi preti, per tanto tempo troppo impegnati a condannare il peccato senza curarci abbastanza del peccatore, anzi arrivando a identificare l'uno con l'altro. Andare alla ricerca di colpevoli però non serve a molto. Penso sia più utile concentrarci sull'amore misericordioso di Dio, l'unico che può rettificare queste idee così distorte.
In realtà basterebbe rileggere il Vangelo con un minimo, ma proprio un minimo, di attenzione e cercando di mettere da parte le nostre rigide e spietate convinzioni per renderci conto che a Gesù di condannare e disprezzare un peccatore non gli è proprio mai passato nemmeno per l'anticamera del cervello, non gli ha mai nemmeno fatto la predica! Se c'è una cosa che Gesù ha sempre fatto è sempre stato l'esatto contrario: Gesù ha sempre amato i peccatori, ha mangiato con loro, li ha accolti, li ha perdonati.
Il Vangelo di questa domenica è emblematico: Gesù incontra Zaccheo. Luca, per non lasciare adito a dubbi, ci informa chiaramente che Zaccheo era capo dei pubblicani e ricco, a un ebreo dei tempi di Gesù non serviva altro per capire che tale ricchezza non era certo frutto di abilità imprenditoriali ma di furto ed estorsione a quanti erano tenuti a pagare le tasse ai romani. Zaccheo, dunque, era un peccatore della peggior specie, sente però parlare di Gesù e, come tutti noi, è curioso di vederlo. Essendo basso ed essendoci molta folla, Zaccheo sale su un albero convinto di avere una visuale migliore. Non ci pensa nemmeno a incontrare Gesù faccia a faccia, un rabbì non si mischia certo con persone del suo tipo. Giunto però sotto l'albero Gesù alza lo sguardo e...
Noi che avremmo fatto al posto di Gesù? Probabilmente gli avremmo detto "Vergognati! Tu rubi ai tuoi fratelli! Venduto al nemico!" o qualcosa del genere, andandocene poi con ostentato sdegno.
Gesù invece alza lo sguardo e dice a Zaccheo "Scendi che vengo a mangiare da te!". Ora, ricordiamo che per gli ebrei mangiare alla stessa tavola era sinonimo di condivisione di vita, Gesù quindi sceglie di condividere la sua vita con un peccatore della peggior specie. Zaccheo non crede alle sue orecchie! Il maestro che vuole fermarsi da lui! Ma allora forse c'è speranza anche per un peccatore come lui, forse non è detta l'ultima parola, forse l'ultima parola non è condanna ma misericordia. Zaccheo scende in fretta e colmo di gioia accoglie Gesù in casa sua. Gesù non si mette a fargli la ramanzina, semplicemente si siede a tavola e mangia con gli altri, se avesse fatto un discorso sull'onestà, sulla rettitudine o sul pentimento sicuramente l'Evangelista ce lo avrebbe riportato. Eppure Zaccheo sceglie di convertirsi, di dare la metà delle sue ricchezze ai poveri e di restituire quattro volte tanto quanto rubato. Zaccheo non si converte perché ha ascoltato una predica ma perché è stato amato. Non sono le parole, i giudizi, le regole che ci convertono ma l'amore di Dio, la sua misericordia per ogni uomo, per ogni peccatore.
Quando nella vita ci troviamo nella condizione di Zaccheo, quando pensiamo di aver sbagliato troppo, quando pensiamo che non c'è alcuna speranza per noi, cerchiamo lo sguardo di Gesù, lasciamoci amare da lui, accogliamolo in casa nostra, nella nostra vita, affinché porti, anche a noi la salvezza.
Se invece pensiamo di essere più bravi degli altri, più giusti e corretti e sentiamo in noi l'irrefrenabile bisogno di giudicare, criticare, condannare, quando non possiamo fare a meno di fare una ramanzina al fratello che ha peccato, ricordiamoci che Gesù non lo ha mai fatto e non lo farebbe nemmeno con chi abbiamo davanti. Scegliamo invece di amare chi ha peccato e attraverso il nostro amore sarà l'amore del Signore ad agire e a convertire anche il cuore più ostinato.

sabato 22 ottobre 2016

La misericordia che ci rende giusti - Riflessione sul Vangelo di domenica 23 ottobre 2016

Se la nostra epoca storica dovesse prendere il nome da ciò che impazza in televisione questa sarebbe l'era dei Talent Show: spettacoli nei quali persone comuni tentano di diventare cantanti affermati, stelle dello spettacolo o cuochi famosi. I veri protagonisti di questi programmi sono però i giudici che decretano chi possa continuare la gara nella puntata successiva e chi invece debba tornarsene a casa col proprio sogno infranto. Accanto ai giudici ufficiali ci sono poi decine di migliaia di "giudici ufficiosi", i telespettatori che tramite i social network esprimono i loro giudizi su giudici e giudicati. Il vero motivo di tanto successo, infatti, non è la possibilità di diventare famosi data a pochissimi ma la possibilità per tutti gli altri di esprimere il proprio giudizio, spesso molto feroce e quasi sempre incompetente.
Ci piace tanto giudicare! Nessuno ama essere giudicato eppure nessuno di noi può fare a meno di giudicare gli altri. Ci troviamo così tutti imprigionati in una spirale di giudizio: veniamo giudicati per ciò giudichiamo, gli altri si sentono giudicati da noi e ci giudicano a loro volta. Perché allora continuiamo a farlo?
Per ciascuno di noi il giudizio è un'arma di difesa, più o meno inconsciamente ci pensiamo inferiori per qualcosa a chi abbiamo accanto, il giudizio, la critica, il disprezzo, diventano così un modo per abbassare l'altro al nostro stesso livello. Metterne in luce i difetti lo rende meno perfetto quindi più sostenibile.
A volte ci difendiamo convincendoci che il nostro non è un giudizio ma la constatazione di oggettivi errori, limiti, difetti, peccati della persona che ci è accanto. Ma cosa sappiamo davvero di chi ci sta accanto? Fosse anche la persona che meglio conosciamo, non siamo sicuramente nel suo cuore, non abbiamo vissuto la sua vita, non abbiamo idea di quali eventi abbia affrontato, quali ferite possano aver lasciato nel suo cuore, ferite che lo fanno soffrire, che quasi gli impediscono di reagire come vorrebbe a determinate situazioni. Siamo in grado di vedere solo la superficie di chi abbiamo davanti, mai quello che è nel profondo del suo cuore. Per questo solo Dio può giudicare, lui solo, infatti, conosce le profondità del  nostro cuore.
La pagina di Vangelo di questa domenica ci riporta una parabola che Gesù racconta "per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri". Un fariseo prega nel tempio "tra sé", non ha bisogno di Dio, basta a se stesso, il Signore è solo chiamato a fare da notaio, a registrare la sua buona condotta e, per dimostrare ancora meglio di essere davvero un'ottima persona, si paragona al pubblicano, peccatore, rifiuto della società. Il pubblicano, invece si limita a riconoscersi peccatore e ad invocare la misericordia di Dio. Sa bene di aver fatto scelte sbagliate, di aver peccato, sa di non aver diritto al perdono perciò si affida alla misericordia di Dio. Soprattutto non guarda agli altri, non cerca di trovare qualcuno peggiore di lui con cui raffrontarsi e poter dire "però io sono migliore di questo". Sarà proprio il pubblicano, con la sua umile ammissione di colpa, a ricevere la misericordia di Dio, ad essere reso giusto, ad essere, cioè, reso simile a Dio.
Spezziamo la spirale del giudizio, smettiamo di giudicare gli altri, di cercare di apparire migliori di quello che siamo. Impariamo anche noi a riconoscere umilmente, davanti a Dio, che senza di Lui non siamo nulla, la nostra vita è vuota e senza senso. Impariamo a riconoscere con umiltà i nostri errori, i nostri peccati, accostiamoci alla Riconciliazione con fiducia, è il dono della misericordia del Padre per noi, lì ci rende giusti come ha fatto col pubblicano del Vangelo.
Non permettiamo nemmeno che i giudizi degli altri possano influenzarci, possano scoraggiarci o addirittura bloccarci. Se qualcuno ci critica prima cerchiamo di capire se non abbia ragione, se davvero ci stia aiutando a riconoscere un nostro errore, se è così correggiamoci e rendiamo grazie a Dio di averci mandato un fratello ad aiutarci. Se invece la critica è ingiustificata ricordiamoci che la nostra vita vale il Sangue di Cristo versato per dono d'amore per ciascuno di noi! Chiediamo a Signore che ci insegni a non giudicare ma a guardare tutti con la stessa misericordia con cui Egli guarda a noi.