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venerdì 24 aprile 2015

Importanti per Lui - Riflessione sul Vangelo di domenica 26 aprile 2015

La burocrazia italiana, si sa, non è una delle più snelle e veloci e quindi è abbastanza probabile che anche a voi sia capitato di trovarvi a dover passare da un ufficio al successivo, da uno sportello all'altro, per ottenere un certificato, per consegnare una documentazione, per ritirare un permesso. Quando capita di trovarci in tali odissee di solito la sensazione che proviamo è la solitudine, anche se siamo circondati da tanta gente, ci sembra i essere solo un numero, abbiamo l'impressione che a nessuno importi nulla di noi. L'indifferenza genera tanta solitudine e, a giudicare da quanta solitudine c'è nella nostra società dobbiamo ammettere che c'è anche tanta indifferenza.
Quanto è bello, invece, quando scopri di essere importante per qualcuno, perché si ricorda il tuo nome anche se vi siete visti una volta sola, perché ti chiama per farti gli auguri per il tuo compleanno, perché si prende a cuore una tua necessità. Capiamo di essere importanti per una persona perché si spende per noi, dona il suo tempo e le sue energie per darci ciò di cui abbiamo bisogno.
Sappiamo, così, di non essere soli, che c'è qualcuno che ci vuole bene, che si prende cura di noi, qualcuno a cui rivolgerci quando abbiamo bisogno.
Scoprire di essere importanti per qualcuno può sembrare una cosa di poco conto ma è ciò che fa la differenza tra una vita triste e buia e una vita serena e fiduciosa. 
La Parola di Dio di questa domenica ci dice che c'è una Persona a cui importa di ognuno di noi: il Signore Gesù! È lui il Buon Pastore che ama e si prende cura di ciascuno di noi, che provvede a ciò di cui abbiamo bisogno, che ci difende e custodisce e lo fa donandoci la sua vita. 
Per molti questa può sembrare una bella favola, un'immagine poetica e commovente ma piuttosto staccata dalla realtà perché, invece, spesso ci sentiamo abbandonati e soli, costretti a provvedere a noi stessi e a difenderci da soli da chi ci vuole male. Forse stentiamo a riconoscere il Signore Gesù nella nostra vita, non riusciamo a vedere la sua salvezza, la sua provvidenza, vediamo tanto male e tanta ingiustizia accanto a noi e nella nostra vita. 
È vero, c'è tanto male e tanta ingiustizia nella nostra società ma, a pensarci bene, non di rado noi restiamo spettatori passivi o, peggio, ci adeguiamo a comportamenti ingiusti ed egoistici, semplicemente perché non siamo capaci di guardare alla realtà con una prospettiva diversa, perché non scegliamo di leggere il nostro mondo alla luce della Resurrezione del Signore Gesù.
Cosa dobbiamo fare, dunque?
Iniziamo a vivere da quello che siamo: figli! Impariamo a scoprirci figli di un Padre amoroso che si prende cura di noi, che provvede alla nostra vita tutto ciò di cui abbiamo bisogno e se non soddisfa qualche nostra richiesta è perché era un capriccio, perché non ne avevamo veramente bisogno. 
Facciamoci docili come le pecore che sanno di avere un Buon Pastore che ha dato la sua vita per salvarle, non diamolo per scontato! Non è per nulla scontato che Dio doni la sua vita per me! Permettiamo al Signore Gesù di venire a guarirci dalle nostre malattie, specialmente quelle del cuore, che ci rendono paralitici, incapaci di amare veramente, capaci solo di chiedere e di pretendere. 
Molti di noi vorrebbero dal Signore un segno chiaro e netto della sua presenza nella nostra vita, segno che sembra non arrivare mai, ci sembra di restare in una continua incertezza: "sarà vero o no che al Signore Gesù importo così tanto?"
Se Gesù sembra così sfuggente è perché prima dobbiamo essere noi a decidere di accoglierlo, lui non si imporrà mai, non irromperà nella nostra vita costringendoci poi ad ammettere la sua presenza. 
Lo stile di Gesù è molto delicato, si fa presente con tanti piccoli segni quotidiani come un innamorato che disseminasse la casa della sua amata di piccoli bigliettini con dichiarazioni d'amore per farglieli trovare un po' alla volta, dentro un armadio, nella tasca di una giacca, sulla scatola dei biscotti. 
Se fino ad ora non abbiamo mai trovato nessuno di questi biglietti è perché non siamo mai stati disposti a trovarli, perché non abbiamo voluto vederli, perché abbiamo scelto di interpretarli come coincidenze o colpi di fortuna, perché abbiamo preferito restare nella nostra triste e grigia solitudine piuttosto che lasciarci amare e condurre dal più tenero e premuroso dei pastori. 
Siamo ancora in tempo! Possiamo, da oggi, accogliere il Signore Risorto nella nostra vita, lasciarci condurre da lui, lasciarci coccolare, questo non ci metterà al riparo da eventi difficili, da dolori e malattie, perché spesso abbiamo bisogno anche di quelle per crescere, ma anche in quei momenti sapremo che non siamo soli, che la nostra vita per il Signore Gesù è importante, così importante che ha dato la sua per salvare la nostra! 

sabato 18 aprile 2015

Guarda quanto ti ho amato - Riflessione sul Vangelo di domenica 19 aprile 2015

Nel 1900 Pierre de Coubertin diede l'avvio alle Olimpiadi moderne al motto "l'importante non è vincere ma partecipare" (frase, per altro, non sua ma di un Vescovo statunitense) per sottolineare l'importanza dell'impegno personale non della competizione.
Penso che mai motto fu più disatteso! Tutti, chi più chi meno, siamo interessati dal risultato delle nostre imprese, tutti vogliamo vincere, tutti desideriamo essere riconosciuti come i più bravi! Si tratti della scuola, del lavoro, di una partitella con gli amici o dei fiori sul balcone di casa, tutti vogliamo avere uno spazio in cui siamo i più bravi.
La competizione, in se stessa, non è una cosa sbagliata, anzi, è ciò che ha prodotto il progresso in ogni campo del sapere umano, quando però sfugge al controllo ci crea non pochi problemi.
La sana competizione, diventa facilmente, senza che quasi ce ne accorgiamo, una ricerca di perfezione e ci radica nel cuore un bisogno di essere sempre i migliori. Tutti, infatti, abbiamo una seria difficoltà ad ammettere i nostri errori perché, in fondo, pensiamo che sbagliando diventiamo meno amabili, che ammettendo e mostrando i nostri sbagli le persone che ci vogliono bene potrebbero esserne deluse o iniziare a disprezzarci.
Questa difficoltà di ammissione dei nostri errori la viviamo anche con Dio, infatti il sacramento più difficile è la Riconciliazione. Ci fa fatica ammettere i nostri peccati perché pensiamo che, essendo peccatori, Dio ci ami di meno. In realtà è esattamente il contrario!
Proprio perché siamo peccatori Dio ci ama di più, perché abbiamo ancora più bisogno del suo amore!
Non sappiamo quali sentimenti ed emozioni agitassero il cuore dei discepoli di Gesù il giorno di Pasqua, forse si sentivano in colpa per aver abbandonato il Signore, per non essergli stati accanto fino alla fine. Forse, è stato proprio questo senso di colpa che li ha fatti tremare di paura alla vista del Signore Risorto, hanno pensato che fosse tornato per rimproverarli, per fargli la ramanzina e sgridarli per il loro comportamento. Gesù, invece, mostra loro le mani e il fianco, mostra loro i segni della sua Passione, i segni del suo amore per ogni uomo è come se avesse detto loro "guardate quanto vi ho amato!"
Ecco che la paura si trasforma in gioia, una gioia incontenibile, una gioia da non crederci! E, ancora, Gesù dimostra loro che non stanno sognando, che è veramente vivo!
Anche noi spesso ci troviamo impauriti davanti al Signore Risorto, anche noi pensiamo che i nostri errori, i nostri peccati ci possano rendere non amabili ai suoi occhi, anche noi pensiamo che possa esigere da noi delle scuse, che possa punirci.
Anche a noi, oggi, il Signore Gesù mostra le sue piaghe, mostra i segni del suo amore, ce li mostra attraverso la Scrittura. Anche a noi, come ai discepoli, apre la mente e ci fa comprendere il grande disegno di salvezza del Padre, un disegno sapiente e paziente, attento a ogni particolare perché possa raggiungere ogni uomo che è su questa terra.
Ognuno di noi, infatti, ha bisogno di sentirsi dire dal Signore: "Guarda quanto ti ho amato! Non avere più paura, vieni a me, lasciati illuminare dal mio amore, lasciati trasformare dalla mia grazia! Hai commesso dei peccati, hai fatto errori nella tua vita di cui ti vergogni e che ti fanno soffrire? Non importa! Io sono morto e sono risorto per offrirti il perdono di tutte queste cose, per togliere dalla tua vita il peso di queste colpe, non hai più bisogno di nasconderti, smettila di pensare di non essere perfetto e quindi non amabile, io ti amo così come sei!"
Fratelli miei, non c'è nulla che il Signore Gesù voglia più che poterci amare e perdonare, lo desidera così tanto da essersi fatto mettere in croce! Convertiamoci a Lui, lasciamoci, cioè, abbracciare dalla sua misericordia, così come siamo, senza disprezzarci.
La tristezza, la noia, l'ansia e la paura che spesso opprimono la nostra vita sono le conseguenze dei nostri peccati e dei nostri errori, il nemico di Dio vuole farci credere che non ce ne libereremo mai, vuole tenerci immersi nella palude delle nostre sofferenze facendoci credere che per noi non c'è salvezza che la nostra vita è ormai segnata dal male e dal dolore. Cristo Risorto oggi viene a tenderci la mano, vuole farci risorgere con Sé, vuole farci uscire dalle tenebre del male e portarci nella sua luce beata! Afferriamo la sua mano tesa verso di noi e lasciamoci amare dal suo amore che ci trasforma e ci illumina.

sabato 11 aprile 2015

L'amore gratuito del Risorto - Riflessione sul Vangelo di domenica 12 aprile 2015

Papa Francesco, e i suoi predecessori prima di lui, ha più volte lamentato il fatto che nella nostra società le notizie circa l'andamento dell'economia abbiano una importanza maggiore rispetto alle notizie sulle effettive condizioni di vita della gente. Basta guardare un telegiornale o sfogliare un quotidiano per riconoscere che ha proprio ragione. La cosa più importante della nostra società sembra proprio essere l'economia, il guadagno, il profitto. La pubblicità ci martella continuamente invitandoci a comprare questo o quel prodotto, illudendoci che è migliore degli altri e costa meno e non di rado all'acquisto di un oggetto è associato il regalo di un altro. 
Siamo così immersi in questa logica del guadagno che nessuno di noi riesce ad esserne completamente immune, in tutte le nostre relazioni, c'è sempre, anche se spesso molto ben nascosto, un desiderio di guadagnarci qualcosa, un bisogno di possesso.
Il Signore Risorto ci insegna una logica completamente diversa, la logica della gratuità, la logica del dono. Si manifesta ai suoi discepoli e annuncia loro il dono della pace poi dona lo Spirito affinché diventino portatori di un altro grande dono: il perdono dei peccati. 
"I discepoli gioirono al vedere il Signore" ci dice l'Evangelista, non solo perché possono rivedere Gesù vivo ma anche perché comprendono questo nuovo ordine di cose, entrano in questa logica della gratuità che sola dona gioia e serenità. 
La logica del mondo che pretende che tutto sia pagato, che preme affinché ci sia sempre un guadagno, ci mette in uno stato d'ansia e inquietudine che, alla lunga, ci intristisce e opprime, senza che nemmeno sappiamo riconoscerne la causa. 
La logica della gratuità, del dono pieno, invece dà gioia perché ci fa sentire amati, ci fa comprendere che per il Signore Gesù noi siamo importanti, che ci ama e ha dato tutto se stesso per noi.
Tommaso, non essendo presente alla prima manifestazione di Gesù, non è entrato in questa logica, pensa ancora secondo il mondo, deve poter toccare con mano, deve, cioè, fare sua la resurrezione del Signore. Gesù con grande tenerezza gli offre quello che Tommaso desidera, gli dona di poter toccare le piaghe perché anche lui possa cambiare modo di pensare, possa entrare nella dimensione della gratuità e così Tommaso fa la sua professione di fede.
La fede è questo, è entrare nell'amore gratuito di Dio, è lasciarsi amare da lui.
Sembra una cosa semplice, forse anche troppo semplice. Le difficoltà di fede che tutti noi ci troviamo ad affrontare sono proprio su questo, ci resta difficile, se non quasi impossibile, pensare che Dio possa amarci in modo del tutto gratuito, che non ci chieda nulla se non di lasciarci amare da lui. 
Sarà poi il suo amore infinito e gratuito a trasformare il nostro cuore, a depurarlo da ogni utilitarismo, da ogni gelosia e avarizia che ci appesantiscono e ci rendono faticosa la relazione con i nostri fratelli. 
Spesso pensiamo che per riuscire graditi a Dio, per ottenerne i favori, dobbiamo comportarci bene, dobbiamo fare gesti di carità ma questa è ancora la logica del mondo! 
Quando, invece, ci lasciamo colmare dall'amore gratuito di Dio diventiamo capaci anche noi di gratuità, per cui prenderci cura del fratello in difficoltà, mettere a disposizione i nostri beni e le nostre capacità non saranno più azioni che ci dobbiamo forzare a compiere ma naturali conseguenze dell'amore ricevuto.
Per la logica a cui siamo abituati sembra fin troppo semplice il lasciarsi amare da Dio, ma chi ha detto che deve per forza essere complicato?
Lasciamoci dunque raggiungere dall'amore gratuito del Signore Risorto e anche noi inizieremo a pregustare la beatitudine del Cielo.

sabato 4 aprile 2015

La morte è vinta! - Riflessione sul Vangelo di domenica 5 aprile 2015

Basta prendere qualche volta l'autobus o andare in posta a pagare una bolletta e ci si accorge che tanta gente oggi è arrabbiata, nervosa, triste. Tutti sono impazienti e hanno fretta, fretta di vedere realizzati i propri desideri per riuscire a provare un po' di felicità e soddisfazione perché il tempo stringe. La maggior parte di noi vive di corsa, nella continua ricerca di uno scampolo di felicità, prima che, inesorabile, arrivi la conclusione di questa vita: la morte.
Ma, Cristo è risorto! La morte è vinta! Non ha più potere su di noi!
Questo è il grande annuncio che anche oggi, dopo duemila anni, la Chiesa fa risuonare nel mondo intero! È Pasqua! È ora di passare da questo mondo stretto, buio e triste, alla vita eterna che il Signore Gesù ci dona!
Anche per noi, come per le donne e i discepoli, non è facile comprendere cosa significhi che Cristo è risorto, lo possiamo comprendere solo scegliendo di credere, solo decidendo di fidarci. Nella nostra epoca è molto difficile fidarci, ormai crediamo solo a quello che è misurabile, che è sperimentabile, tangibile e inoppugnabile. Ma se la realtà fosse solo quello che posso toccare e vedere sarebbe una realtà stretta e soffocante, noiosa e scontata, con un'unica inesorabile e tragica conclusione: la morte!
Non so a voi, ma a me l'idea di una realtà così fatta, di una vita destinata alla tomba, proprio non mi piace.
Scelgo, allora, di fidarmi di quanto mi hanno raccontato altri che, come me, non si sono rassegnati all'idea della morte, scelgo di ascoltare la loro testimonianza e di accogliere quanto mi racconta la Scrittura. Certo, per farlo devo compiere un passo molto difficile: ammettere che non ho ragione solo io, che la realtà possa essere più grande di quella che immagino, che possa esistere qualcosa che la scienza e la tecnica moderne non possono misurare e dimostrare. Per altro se guardo bene alla mia vita vi trovo una parte che non è scientificamente spiegabile e dimostrabile: l'amore. Ed è proprio l'amore la via per incontrare il Signore Gesù. Scelgo, quindi, di percorrere questa via, di cercare nella mia vita tutti i segni d'amore e, come fossi Pollicino, seguirli per vedere dove mi conducono.
Scopro che tutti questi segni sono orientati, quasi fossero gli aghi di tante bussole che indicano tutti un'unico polo, un'unica sorgente dell'amore. Questa sorgente però, come ogni segno d'amore, sfugge ai nostri moderni strumenti di misurazione, sfugge anche ai nostri sensi, solo il nostro cuore può conoscerla se si lascia toccare, se si lascia inondare dall'amore che sgorga da questa sorgente.
Il nostro cuore chiuso è spesso chiuso e indurito dal dolore, dalla solitudine e dalla paura della morte così ha difficoltà a riconoscere in Dio l'unica fonte dell'amore.
Ma colui che ci ha creati per amore non ci ha abbandonati alla durezza del nostro cuore, ha scelto di farsi uomo come noi, di fare suoi il nostro dolore, la nostra solitudine, ha deciso di affrontare la morte che a noi fa così paura per aprirci le porte della vita eterna.
In cambio non ci chiede nulla, solo di fidarci di lui, di credere, cioè di desiderare di essere raggiunti dal suo amore, di lasciarci amare da lui. Ci insegnerà a riconoscerlo risorto, come lo insegnò ai discepoli duemila anni fa, e anche noi, come loro, gioiremo al vedere il Signore!

sabato 28 marzo 2015

La Passione di Gesù, il centro della storia dell'Umanità - Riflessione sul Vangelo di domenica 29 marzo 2015

  Ogni giorno il telegiornale ci permette di essere spettatori di eventi che avvengono in tutto il mondo, alcuni sembrano toccarci molto, suscitano emozioni forti e ci suggeriscono meditazioni importanti. Molto spesso, però, la frenesia della vita ci distrae e ci fa tornare alla nostra piccola quotidianità.
Anche la Domenica delle Palme, con i suoi due brani di Vangelo, ci presenta un evento avvenuto molto lontano sia nello spazio che nel tempo, il racconto ha tinte forti, inizia con la grande festa per l'ingresso di Gesù a Gerusalemme e si conclude con la morte di Gesù in croce, solo e abbandonato. È un racconto che non può non suscitarci una profonda impressione ma se ci fermiamo alla semplice constatazione del dolore di Cristo e non ci lasciamo coinvolgere, interrogare, trasformare, anche questa Domenica delle Palme passerà come una puntata del telegiornale.
  Molte sono le persone che hanno preso parte a questo grande evento, ognuna ha contribuito a proprio modo con un gesto, una parola, alcune hanno compiuto grandi atti di fede e di amore, altri di vigliaccheria, altri ancora di malvagità. Possiamo dire che tutta l'umanità è rappresentata nel grande racconto della Passione del Signore Gesù, quindi c'è anche ciascuno di noi.
Nei gesti e nelle parole dei tanti personaggi di questo evento possiamo ritrovare i nostri gesti e le nostre parole, i nostri comportamenti verso il Signore Gesù, il nostro modo di vivere la fede in Lui.
  Signore Gesù, io vivo duemila anni dopo la tua Passione ma non penso di essere migliore di chi ti stava accanto in quei momenti. Non sono migliore di Giuda che ti ha tradito per denaro perché anche io sono spesso tentato di cercare solo il mio benessere; non sono migliore dei discepoli che si sono addormentati nel Getsemani perché anche io mi lascio sopraffare spesso dalla tristezza e dalle preoccupazioni che mi intontiscono e mi fanno allontanano da te. Non sono migliore di Pietro perché anche io, in alcune situazioni, ho paura o vergogna a dirmi cristiano, temo di essere deriso o emarginato, così fingo di non conoscerti. Anche io come i membri del Sinedrio tengo così tanto alle mie sicurezze e a ciò che ho progettato che non mi faccio scrupolo a mentire e ingannare pur di mantenere il controllo sulla mia vita e su quella di chi ho accanto. Come Pilato, ho bisogno di ricevere approvazione e complimenti anche quando questo comporta di fare sconti alla verità o quando ci va di mezzo un innocente. Anche io, in mezzo alla folla mi lascio trasportare da quello che dice la maggioranza e senza riflettere chiedo cose ingiuste che portano sofferenza a tutta la società in cui vivo.
  Sono gesti, parole, atteggiamenti brutti che amareggiano e che vorrei fossero lontani mille miglia da me, ma devo ammettere che anche io, ogni giorno sono tentato e spesso cado nelle stesse azioni che questi personaggi hanno compiuto duemila anni fa e molti altri hanno continuato a compiere nel corso della storia. Eppure tu, Signore Gesù, continui ad amarci, continui a donare la tua vita per noi, a lasciarti inchiodare alla croce dai nostri peccati. Senza questo tuo amore incondizionato, infinito, misericordioso, non potrei che pensarmi perduto, invece so che tu continui a perdonarmi e a donarmi nuovamente la tua grazia.
  Posso così essere anche io tra quei discepoli che ti hanno acclamato al tuo ingresso a Gerusalemme ogni volta che, senza vergogna o paura, saprò testimoniare la mia fede in te. Come la donna di Betania anche io posso versare l'olio profumato della mia preghiera, che a qualcuno sembra uno spreco di tempo ed energie, che, invece, è un dono d'amore che mi fa entrare in una comunione ancora più profonda con te. Come Simone di Cirene posso aiutarti a portare la croce quando mi trovo a dover lasciare quello che sto facendo per soccorrere un fratello che soffre. Posso essere come Giuseppe d'Arimatea quando metto i miei beni a disposizione dei fratelli che sono nel bisogno.
Signore Gesù, la tua Passione è davvero il centro di tutta la storia dell'umanità ma anche il centro della mia vita e tu mi offri la possibilità di scegliere da che parte stare, di decidere se cercare quello che va a me o il tuo dono d'amore. La mia felicità dipende da questa scelta per ciò in questa Settimana Santa, voglio lasciare che questa lunga pagina di Vangelo illumini tutta la mia vita, mi faccia prendere atto dei miei tradimenti, delle mie meschinità e susciti il desiderio di lasciarmi guarire dall'amore misericordioso del Padre che mi dona di amare come lui ha amato. Voglio camminare con te sul difficile cammino del Calvario della mia vita per essere con te nella resurrezione.

sabato 21 marzo 2015

Chicchi di grano che portano frutti di vita nuova - Riflessione sul Vangelo di domenica 22 marzo 2015

È giunta l'ora. Siamo alle porte della Settimana Santa, la settimana più intensa e importante di tutto l'anno nella nostra vita di cristiani.
Diciamocelo, però, non è che sprizziamo di gioia! Ne comprendiamo tutta la profondità ma ci fa un po' paura, se potessimo, passeremmo subito alla domenica di Pasqua.
La Settimana Santa ci mette davanti al cruento spettacolo della Croce, ci conduce fino a contemplare la morte di Gesù e, davanti alla morte, nessuno di noi è tranquillo.
Non lo era neppure Gesù, lo dice chiaramente nella pagina di Vangelo di questa domenica, eppure prosegue il suo cammino che lo condurrà fino al Golgota, fino al dono della sua vita per noi.
Più volte mi sono chiesto: ma era proprio necessario morire in croce? Era proprio necessaria la morte di Gesù? Perché Gesù ha scelto di fare sua un'esperienza che io vorrei evitare, che faccio di tutto per dimenticare?
A nessuno piace pensare alla morte, figuriamoci parlarne, ancora meno affrontarla come ha fatto il Signore Gesù! Eppure ogni giorno tanti segni ci ricordano che non possiamo sfuggirle: i fiori che appassiscono in un vaso, per esempio, ci ricordano che il tempo passa e che questa vita che viviamo non è eterna, anzi è molto più breve e fragile di quanto non cerchiamo di convincerci.
Se apriamo lo sguardo, se non fissiamo solo il momento della morte in croce di Gesù ma contempliamo tutta la sua passione, tutto il percorso che ha compiuto per arrivare a quel momento, vedremo che il Signore ci indica un modo nuovo e diverso di vivere tutta la nostra vita.
La maggior parte di noi vive una vita che è una continua fuga dalla morte, nella ricerca perenne di modi per sfuggirle o per lo meno per fingere di dimenticarla. Ci attacchiamo a questa vita terrena, la difendiamo, la proteggiamo, cerchiamo di sfruttarla al meglio, di ricavarne quanto di meglio abbia da offrirci. Cerchiamo divertimenti e soddisfazioni, riconoscimenti e gratificazioni che ci aiutino a combattere la paura della morte che ognuno di noi si porta nel cuore e che, per quanto si sforzi, non riesce mai a mettere del tutto a tacere.
Con la sua passione Gesù ci mostra un modo diverso di vivere, un modo che ci sorprende e che ci scandalizza anche un po': "chi odia la propria vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna". Davanti a questa frase siamo rimasti tutti turbati e ci chiediamo come sia possibile che il Signore che ci ha donato la vita ora ci chieda di odiarla.
Il testo greco greco originale usa due termini diversi per indicare la vita di questo mondo e la vita eterna. Dunque ci sono due vite diverse! Sì, è proprio qui il punto! Non esiste un'unica vita che dobbiamo conservarci finché possiamo, c'è una vita nuova, una vita eterna che non conosce la morte, che non ha una fine, che non ci viene sottratta. Questa vita è la vita di Dio, è l'alleanza nuova di cui parla il profeta Geremia, è la vita eterna che il Signore Gesù ci dona, che abbiamo ricevuto nel nostro Battesimo.
Dobbiamo iniziare, allora, a odiare la vita di questo mondo, dobbiamo, cioè, smettere di affannarci per conservarci la vita di questo mondo. Dobbiamo iniziare a pensare che stiamo già vivendo una vita nuova, la nostra vita eterna e a comportarci di conseguenza. Possiamo farlo solo se scegliamo di fidarci di Dio completamente. La vita eterna non la possiamo conoscere e scoprire prima, non possiamo provarla come fosse un abito in un negozio e poi decidere se viverla o no. Se scegliamo di compiere questo atto di fede e di amore verso Dio, se decidiamo di fare questo unico passo in quello che ora ci sembra buio (perché la fede, vista da fuori, sembra buio pesto) scopriremo poi che è un passo nella luce.
I tanti santi dei nostri giorni ci dimostrano con la loro vita che tutto questo non è una bella favoletta ma realtà. San Giovanni Paolo II, per esempio, ha sempre mostrato di vivere una vita luminosa, sia quando era nel pieno delle sue forze e ha girato il mondo intero per portare quella luce a tutte le persone di questo mondo buio, sia nel tempo della malattia in cui quella luce di cui brillavano i suoi occhi è diventata ancora più luminosa. La Beata Teresa di Calcutta, altra vita luminosa di una luce che non si spegne né si affievolisce, che ha speso ogni sua energia per aiutare, accogliere, amare gli ultimi degli ultimi. Ancora, Chiara Corbella Petrillo, giovane mamma che ha dato la sua vita per essere pienamente madre e sposa, che ha vissuta una malattia terribile nella luce della resurrezione, della vita eterna e ha diffuso quella luce in tutti quelli che l'hanno conosciuta e che la stanno conoscendo ora attraverso le testimonianze del marito e degli amici. Nelle loro vite e nelle vite di tanti uomini e donne che camminano accanto a noi vediamo concretamente realizzata l'immagine del chicco di grano che muore e porta così molto frutto. Quante persone hanno cambiato vita, sono uscite da situazioni terribili perché illuminati dal loro esempio, dalla loro testimonianza!
Potrei andare avanti all'infinito ma tutti gli esempi di questa Terra non potranno nulla se non saremo noi a decidere di fidarci di Dio, di iniziare a vivere da oggi la vita eterna che ci ha donato il Signore Gesù.
Come? Imparando da lui a vivere come figli di Dio, obbedendo, cioè ascoltando con attenzione (questo il significato di obbedienza) quello che il Padre dice al nostro cuore: non avere paura, non temere io sono con te, ti custodisco nelle mie mani, ti ho fatto per stare con me, perché tu viva con me nell'eternità! Vivere la vita eterna già da oggi, è vivere da figli di Dio, vivendo secondo l'amore e la verità, eliminando dalla nostra vita il male e il peccato a cui le nostre paure ci conducono.
Lasciamoci rassicurare dalla voce dello Spirito che ci conforta, ci rassicura, ci fa scoprire amati e custoditi, che ci infonde coraggio nel vivere ogni giorno la vita nuova che il Signore Gesù ci ha donato offrendo la sua vita per noi. Anche noi, così, diventeremo un chicco di grano che porterà molto frutto per la salvezza di tanti fratelli.

sabato 14 marzo 2015

Credere, atto d'amore - Riflessione sul Vangelo di domenica 15 marzo 2015

Quando suona il telefono, quando arriva una lettera, un'email o un messaggio sul cellulare, sotto sotto, ciascuno di noi spera in una buona notizia, in una novità che ci porti un po' di gioia.
Tutti abbiamo bisogno di serenità, di gioia, di pace, tutti desideriamo poter stare bene, poter essere felici perché qualcosa di bello è successo nella nostra vita. 
Dobbiamo ammettere, però, che c'è gioia e gioia, ci sono notizie che ci rallegrano per un po', altre che ci danno una gioia profonda che non lascia più il nostro cuore. Siamo contenti se la squadra del cuore ha vinto una partita ma non ha nulla a che vedere con la nascita di un figlio o di un nipotino!
Ciò che dà veramente gioia e serenità al nostro cuore è l'amore: se qualcuno ci chiama o ci manda un messaggio per dirci che ci vuole bene, tutti, anche i più burberi, non possiamo che gioirne. 
È naturale, sapete? Sì, perché il nostro cuore è fatto per l'amore e quando si scopre amato non può che gioire!
Attenzione, però! Nel mondo in cui viviamo spesso l'amore è confuso con altre cose ben diverse. Chiamiamo amore la soddisfazione dei nostri capricci o dei nostri bisogni, una passione passeggera, un o sfizio che vogliamo toglierci, emozioni forti che però si dileguano presto come la neve al sole. 
L'amore vero è un'altra cosa, l'amore vero è concreto, si esprime in gesti concreti, cerca il bene dell'amato anche a discapito del proprio. Quando si ama veramente si cerca la gioia della persona amata e si è disposti a sacrificare la propria pur di rendere l'altro felice. Non penso servano esempi, ne abbiamo tanti sott'occhio. 
Non c'è nulla che ci possa far gioire come il vederci destinatari di un gesto d'amore concreto, quando qualcuno rinuncia a se stesso per donarsi a noi ne rimaniamo sempre colpiti e il cuore ci scoppia di gioia. 
Questa domenica il Signore vuole farci scoppiare il cuore di gioia, una gioia vera e piena, che niente e nessuno potrà mai toglierci, che ci darà conforto nei momenti difficili, che ci darà speranza nelle fatiche. La pagina di Vangelo di questa domenica ci mostra tutto l'amore di Dio per ciascuno di noi.
"Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio Unigenito perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna". L'amore vero si fa concreto, rinuncia a ciò che ama per amore dell'amato: il Padre ci ha amato così tanto da dare il suo Figlio Unigenito per noi. un genitore è sicuramente pronto a dare la vita per i figli ma non darebbe mai la vita del proprio figlio per un altro, specie per uno che si è ribellato. Invece il Padre ci ama così tanto da aver dato la vita del proprio Figlio per donare a noi la vita eterna, per offrirci la possibilità di tornare alla comunione con lui. Vedete quale grande amore ha Dio per ciascuno di noi?
L'amore del Padre si concretizza anche nel fatto che la vita eterna ci è offerta, non imposta: l'amore è sempre libero!
Per accogliere questo dono immenso che è la vita eterna dobbiamo solo credere nel Figlio di Dio, nel Signore Gesù.
In tanti colloqui, chiacchierate, discussioni, mi sono fatto l'idea che la maggior parte delle persone pensano che la fede sia un atto dell'intelletto, che credere significhi ammettere l'esistenza di Dio pur senza mai averlo visto, senza però che questo porti ad una relazione personale.
Credere, invece, è un atto d'amore! Credere è amare il Signore Gesù, fidarsi di lui, lasciarsi guidare dalla sua Parola, accogliere la verità della nostra vita che è venuto a donarci. Credere è amare il Padre e affidarsi a lui con la fiducia di figli che sanno di essere amati di un amore immenso e tenerissimo. Credere è lasciarsi plasmare dallo Spirito Santo, permettergli di illuminare la nostra vita, le nostre scelte, i nostri comportamenti affinché siano sempre nella verità, affinché non ce ne dobbiamo mai vergognare e tenere nascosti ma possiamo sempre camminare a testa alta, sereni di essere nel giusto.
Molte persone mi hanno chiesto come si fa ad avere fede o perché alcuni credono e altri non ci riescono. Per credere dobbiamo solo scegliere di amare e di lasciarci amare da Dio, è molto più facile di quanto non sembri, non servono speculazioni teologiche o studi esegetici, basta lasciare che il nostro cuore faccia quello per cui è stato fatto: amare!
In questo tempo di Quaresima preghiamo contemplando il Crocifisso, guardiamo oltre al dolore e alla sofferenza, scopriamo l'amore che Gesù ha avuto per noi, ma impariamo anche a guardare al di là, a contemplare anche l'amore del Padre che ha dato suo Figlio per noi. La gioia che lo Spirito riverserà nel nostro cuore sarà una fonte inesauribile di gioia e di serenità, che niente e nessuno potrà mai toglierci.